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Collezione Padre Crespi Croci (la rinascita)

 Archeologia, Legge del Ritmo  Commenti disabilitati su Collezione Padre Crespi Croci (la rinascita)
Set 032019
 

Tratto dal link origine : https://mysteryplanet.com.ar/site/actualizacion-sobre-la-cueva-de-los-tayos-y-las-colecciones-del-padre-crespi/

(Tradotto da Google, traduzione rivisitata.)

Visita effettuata da due giovani ungheresi nel 2013, che mostra la collezione del Museo. (Per gentile concessione di Endre Wagy e Lendik Erik)

La leggendaria collezione non è andata perduta in un incendio, né è stata sequestrata dal Vaticano, migliaia di oggetti potenzialmente legati ad antiche civiltà sconosciute, in teoria dalla misteriosa grotta dei Tayos, giacciono nascosti in un museo in Ecuador. Ciò è stato confermato dal ricercatore Gustavo Fernández, parte dello staff di Mystery Planet, che ha avuto accesso esclusivo.

Vista generale di alcuni pezzi

Una miriade di articoli, libri, podcast , video su YouTube si sono ripetuti fino a quando non siamo stanchi di ciò che è noto, di ciò che si suppone, di ciò che è ipotizzato e di ciò che si fantastica sulla già mitica Grotta di Los Tayos, in Ecuador. Recenti «documentari» hanno accelerato l’onda e oggi diverse compagnie organizzano «spedizioni a Los Tayos», dove per un paio di migliaia di dollari le parti interessate si sentono parte di un’epica saga. Immagino che vada bene per loro. Personalmente, sono stato un testimone passivo e un attore tangenzialmente intervenuto negli aspetti collaterali di questa storia. Ho scritto della “maledizione di The Tayos” (che sembra influenzare le tragiche morti di personaggi legati a questa storia); Ho saputo accompagnare il ricercatore argentino Débora Goldstern in una presentazione pubblica sull’argomento, ho incontrato e parlato con Julio Goyén Aguado, erede «spirituale» di Janos Moricz, presunto «scopritore» – nelle carte notarili – delle caverne e, soprattutto, Ho incontrato numerose volte Guillermo Aguirre, biografo personale di quest’ultimo e, a sua volta, erede di alcuni materiali che Julio lascia, ricevuto da Moricz. Passarono alcuni anni e supposi che il tema di Tayos sarebbe stato fuori dai radar dei miei interessi; Non ho mai negato l’interesse a conoscerli e ad approfondire l’argomento, ma non era affatto una priorità. Alla fine ho contattato un paio di ricercatori ecuadoriani con l’idea di integrarmi alla fine in una spedizione – dopo accessi sconosciuti; non quel vertiginoso “camino” di sessanta metri in cui portano i turisti desiderosi di adrenalina e che già, Janos il primo e il luglio successivo, indicheranno specificamente che non è l’ingresso al recinto che Moricz ha denunciato come protocollo nel protocollo nel 1969. Stavo cercando, quindi, di salire su un aereo e di unirmi a quelle agenzie turistiche per mostrare alcune foto e dire “Ero nella grotta di Los Tayos”. Il tempo trascorso e nessuno dei miei contatti formalmente disposti ad accettarmi nei loro ipotetici viaggi futuri nel luogo apparve, sembrò che sarebbe rimasto come uno di quegli altri enigmi su cui un server legge molto ma contribuisce poco. Tuttavia, questo universo divertente e sorprendente ha dei verbi difficili da prevedere.

Insieme all’autore e da sinistra a destra, Giovanni Pesantes, Diego Matute e Marcelo Guiracocha, staff del Museo, presso le strutture in cui viene effettuato l’intervento della collezione Crespi.

Perché circa un anno fa propongo di viaggiare in Ecuador come parte delle mie consuete attività di divulgazione. Workshop, corsi di formazione, workshop che i miei lettori già conoscono. Vicino a Cuenca, per essere più precisi. Ci sono stato alcuni giorni e sebbene la bella e coloniale città mi abbia portato ricordi quasi adolescenziali (quando l’ho letto in L’oro degli dei , il controverso e iconico libro di Erich Von Däniken) non c’era tempo a disposizione. Solo un’attenta visita al Museo Pumapungo e continuare a viaggiare. Forse, un giorno, sarebbe tornato. E il “forse” mi ha sorpreso, perché non erano trascorsi dieci mesi quando, di nuovo, mi era stato chiesto lì. Ora per attività più lunghe e con “base operativa” a Cuenca. Trascorrevo diversi giorni, con la disponibilità di tempo per scoprire o, almeno, visitare i luoghi che Däniken, nella sua visita a Padre Crespi e le sue raccolte presumibilmente provenienti dalla Grotta stessa, sostenevano di avere. Ho consultato il mio caro amico José Luis Garcés, il mio organizzatore locale, la possibilità di visitare la chiesa di Maria Ausiliatrice – dove il sacerdote sviluppò il suo lavoro -, forse da qualche parte dove aveva lasciato qualche segno … E quando ho appreso in Ecuador, la notizia è stata vertiginosa.

Statua commemorativa dell’opera di padre Crespi di fronte alla sua parrocchia.

Bene, grazie agli sforzi di José Luis e Giovanni Pesantes, artista plastico locale e proprietario di una galleria d’arte, stavo aspettando un’intervista con le autorità museali già menzionate per discutere dell’argomento. All’inizio, la mia perplessità. Grazie per la gentilezza, ma quale interesse ci sarebbe nel parlare del “tema Crespi” nel museo? E la risposta mi ha scioccato: perché c’erano le raccolte del prete. Ci sono aspetti collaterali di questa storia che richiedono al lettore alcune conoscenze o letture di guida precedenti se si desidera misurare il contesto della situazione, un’introduzione che non posso fare qui ampiamente ma nulla che Google non risolve . Spero che chiunque sia interessato a questo argomento abbia letto il summenzionato libro Däniken (e non sia semplicemente guidato dal commento fatto da terzi al riguardo) e sia consapevole di alcune speculazioni installate come “verità comprovate” che lo circondano.

Copertina del libro di Däniken.

Se dovessimo, tuttavia, fare una breve sintesi, direi che: Däniken non è un personaggio rispettato in Ecuador, esiste un concetto generalizzato che ha esagerato e falsificato i dati sulla storia. In purezza, ciò di cui può essere accusato (e ha ammesso con riluttanza) è che non è mai stato nella Grotta di Los Tayos, uno stato che suggerisce ma che non dice rigorosamente. Allo stesso modo, gli accademici ecuadoriani sono infastiditi dalla presunzione di “extraterrestre” che Däniken dà all’origine del materiale che documenta ed espone in quel libro, e ad altri ricercatori di Los Tayos penso che non gli piaccia semplicemente che ha avuto un così grande impatto in tutto il mondo e non hanno . Presupposto che ovviamente non dovrebbe applicarsi nemmeno alla maggioranza. Ma ci sono, ci sono. Däniken è anche colui che suppone che le migliaia di strani pezzi di metallo incisi da Carlos Crespi provengano da lì. In parte, lo stesso padre lo ha ammesso in quel momento. Altrimenti, dice semplicemente che “gli indiani lo hanno portato molto”. Il “museo” di Crespi – un magazzino in realtà – subì un incendio nel 1962, che si dice abbia fatto sparire la maggior parte dei pezzi. Dei sopravvissuti, molti “presero la via del Vaticano”. Crespi continuò a raccogliere pezzi e presto avrebbe gonfiato in modo suggestivo il suo inventario. Ma prima di morire, la sua incapacità psicologica ha portato al suo ritiro in una casa di cura e i salesiani (l’Ordine a cui apparteneva) avrebbero preso l’inventario ma rapidamente e su ordini più elevati, anche gran parte del salvataggio era stato spedito. Alla Santa Sede, in parte venduta clandestinamente a collezionisti privati, in parte scartata come spazzatura. E così, le “raccolte di padre Crespi”, tra la pigrizia, il motivo del profitto e le cospirazioni di occultamento e silenzio, sarebbero scomparse. Se qualcosa di valore è rimasto perché,

E c ‘est fini . O no …

Museo Pumapungo

Non dimenticherò mai la mattina di mercoledì 20 febbraio 2019. Perché è stato il momento in cui sono tornato al Museo Pumapungo, lo stesso che aveva viaggiato poco meno di un anno fa ignorando ciò che tenevo nella sua stanza sul retro. E poi organizzerò questi “aggiornamenti” per evitare paragrafi noiosi e giudiziosi da parte del lettore, chiedendo solo di sapere che mi riserverò alcuni nomi: la mia cartella su Los Tayos è ora definitivamente aperta e devo tornare, ora sì e dopo la caverna presto. Quindi alcuni dei miei contatti e informatori sono i miei garanti di poter andare avanti purché conservino il loro anonimato.

La maggior parte è al sicuro

Le collezioni non sono mai state perse. È una bugia che siano stati distrutti nel fuoco o spediti in massa al Vaticano o venduti a collezionisti privati ​​(anche se è inevitabile pensare che forse alcuni abbiano avuto quel destino). Al contrario, un rapporto dello stesso Crespi ai suoi superiori, conservato nel Museo, afferma che “la maggior parte della cosa veramente importante è sicura” e che per ciò che è stato perso ha ipotizzato che “nei mesi o anni seguenti, il contributo degli indiani lo aumenterebbe di nuovo ».

La lega salesiana

Tuttavia, è vero che quando il Museo è chiamato a rilevare le collezioni, rimuovendole dal deposito in Maria Ausiliatrice. Nel mezzo dell’operazione di smistamento e imballaggio, apparvero membri superiori dell’Ordine che ordinarono al personale civile di ritirarsi, selezionarono alcuni pezzi e li portarono in una destinazione sconosciuta …

Antico edificio salesiano, dietro la chiesa. Lì visse padre Crespi e assegnò alcune stanze alle sue “collezioni”

E se qualcuno si chiede perché i dipendenti del Museo si sono sentiti in dovere di obbedire ai frati, non conoscono l’incidenza del clero a Cuenca. Ancora di più: non ha sentito parlare di qualcosa che faccio e di ciò che non fornirò qui maggiori dettagli, proprio perché lo sto indagando: “la Lega salesiana”, nulla a che fare con la Justice League e apparentemente, secondo alcune voci , impegnato in appropriazione indebita, negoziata e reati. Ma finora sono solo voci …

Un preconcetto

Carlos Crespi (nato nel 1897) sembra essere nell’immaginario collettivo come un prete grezzo e ingenuo, dominato dalla sua senilità e incapace di distinguere tra il reale e l’immaginario. È un processo assolutamente ingiusto nei confronti di un uomo che viene ricordato con affetto dai Cuencan. Un umanista fuso, un universalista, che aveva studiato regolarmente in arte, archeologia e cinematografia. Responsabile del primo documentario sull’etnia Shuar , già nel 1926. Partecipante a spedizioni archeologiche in Mesopotamia. Fondatore di due scuole, un ospedale e mentore di diverse organizzazioni umanistiche.

Chiesa di Maria Ausiliatrice, di padre Crespi. Crespi

Era un individuo brillante che – questo è importante sottolineare – solo nella sua tarda età perse la chiarezza intellettuale dei meridiani che lo caratterizzava da sempre. Ergo, non è stato facile ingannare; Non era un “ingenuo” che ha comprato qualcosa che gli ha portato i ladri indigeni. La realtà, scrisse lo stesso Crespi: «il povero, l’indiano, è una persona orgogliosa e dignitosa. Offrire loro un aiuto finanziario in cambio di nulla li fa sentire indeboliti. Pertanto, ha contribuito dando soldi “in cambio di”. In cambio di artigianato, artigianato … e pezzi archeologici (riferito da Diego Matute, assegnato curatore della “collezione Crespi” dal Museo Pumapungo).

A sinistra: elmo “contemporaneo”, forse occupato in una rappresentazione biblica. A destra: copricapo in bronzo, molto antico .

E nel suo magazzino / museo (questo è stato visto con i suoi curatori) la stragrande maggioranza del materiale è stata chiaramente classificata. L’archeologico da un lato, l’origine incerta, dall’altro. E le chicche, al terzo posto. Ricoperti di polvere, rimasero così per anni. E solo ciò che era stato raccolto nei suoi ultimi giorni occupava gli scaffali in modo disordinato e caotico, un riflesso fedele del suo stato mentale in quel momento. Ciò conferma chiaramente la convinzione che Crespi sapesse perfettamente ciò che aveva valore scientifico e ciò che accumulava solo per non offendere i bisognosi che gli si avvicinavano in cambio di alcune monete.

Mestieri decorativi

Il museo mi ha permesso di recensire e fotografare solo una parte molto piccola della collezione. Come si vede nelle immagini, è un esempio di quanto sopra. Abbiamo ad esempio pezzi indubbiamente storici e uno pseudo-elmo di legionario romano di stagno e rame usato in alcune rappresentazioni bibliche locali.

Uno dei grandi pezzi (questo, un metro trenta per due metri settanta) in ottone, presumibilmente “recente” e decorativo.

Cuenca ha due quartieri di lattonieri e fabbri e decenni fa era una delle sue tradizioni cesellate in enormi fogli di ottone allegorie figurative, immagini astratte con soffitti e pareti, una “moda decorativa” di gusto dubbio se la guardiamo dalla prospettiva contemporanea. I grandi “ferri” di Crespi sono: artigianato decorativo. Ma il prete lo sapeva perfettamente.

Pezzi molto vecchi

Poiché è facilmente riconoscibile e sapevo anche perfettamente che un buon numero di pezzi era decisamente vecchio. E non solo quelli scolpiti nell’osso o nel legno: da pettorali, anelli al naso, bracciali e collane ad altri piatti, più piccoli, già quasi incomprensibili, con evidenti tracce di essere rimasti in luoghi bui e umidi per secoli, come mostrano le fotografie. E non solo quelli di gruppi etnici come gli Shuar , i Canaris e gli Tsáchila . Anche quelli “impossibili”, con immagini della Mesopotamia asiatica che conosceva così bene.

Pezzo della collezione Crespi con motivo “Anunnaki”.

Proprio a causa di questa conoscenza precedente e sul campo è che i teorici stranieri hanno accusato Crespi di aver falsificato i suddetti pezzi antichi, poiché era una “coincidenza” che, appunto, avrebbe trovato nel paese sudamericano materiale con echi così lontani latitudini. Un’accusa basata su ciò che è solo speculazione (poiché non ci sono prove che hanno commissionato falsificazioni) è solo irrispettosa. E perché, dopo tutto, potrebbe esserci uno strano filo in questo fatto. Ma non andiamo avanti.

Una storia non raccontata

I ricercatori del museo seguono da anni le orme degli ipotetici “contraffattori”. Ed hanno espresso la loro stranezza: finora non sono stati trovati.

Piatti di bronzo stimati secoli fa.

Piatti di bronzo stimati secoli fa. Sebbene siano stati pochi e già deceduti, nel tessuto sociale di Cuenca c’è sempre qualcuno parente o che conosce un amico del nipote il cui nonno avrebbe potuto fare quelle cose. Ma no; Nessuno appare. E qui ripeto testualmente quello che uno di loro mi ha detto: «Ecco una storia non ufficialmente raccontata».

27.000 reperti

Ora dirò ciò che è stato più scioccante per me. Ho solo la testimonianza di José Luis e Giovanni, che mi hanno accompagnato, anche se c’erano testimoni che non posso nominare. Fu quando mi portarono a vedere l’intera collezione di Padre Crespi. C’è tutto. Ventisette mila pezzi, mi dissero. Non gliel’ho detto, ma non ne dubiterei: quattro enormi stanze in un edificio attiguo dove strati di lastre di ottone ma anche rame e bronzo molto antico sono confusi nel miscuglio, centinaia di articoli in legno, osso, pietra …

Un altro dei vecchi piatti recuperati.

Un altro dei vecchi piatti recuperati. Mi hanno negato la possibilità di fotografare e di dare i loro nomi. Questo materiale fa ancora parte del processo di intervento (una grande tela bianca in cui i pezzi catalogati erano occupati ordinatamente, ho stimato, nemmeno il 2 o 3 percento del materiale totale). Alcuni penseranno che lo sto inventando. In realtà, si sarebbe preso cura di me. Ero lì e l’ho visto. È un dato di fatto: le collezioni di padre Crespi sono al sicuro. L’intera curatela è nelle mani del Museo.

Un Ala del museo per Crespi

E poi mi hanno dato splendide notizie: nel 2022 inaugureranno un “megamuseo” ampliando le già comode e interessanti strutture della stessa a tre edifici annessi.

Un altro degli oggetti nella collezione.

In quel museo nuovo e rinnovato, ci sarà un’ala, apparentemente quasi un intero edificio, destinato esclusivamente a esporre la “collezione Crespi”. Museologi, storici e archeologi comprendono che anche i pezzi “recenti” sono un “fatto culturale”, un’espressione artistica locale che merita di essere salvata per mettere la vita del salesiano nel contesto e nella prospettiva. Tutto ciò è consustanziale con il fatto che delle supposte “cospirazioni del silenzio” attorno ai pezzi di Crespi ci sono state molte più fantasie che realtà.

Rivendicazione Däniken

È l’occasione per rivendicare Däniken. Avendo camminato per le strade in cui Crespi ha condiviso i suoi sforzi con i bambini e le loro famiglie, dobbiamo la conoscenza mondiale di questo personaggio agli svizzeri che, se non fosse stato così, sarebbero stati costretti a essere un eroe semplicemente locale. Ed è anche vero che – a parte il bluff della sua visita alla Grotta – ciò che ha scritto sull’italiano era assolutamente vero.

La connessione nazista

A scopo informativo, tuttavia, devo condividere – senza la possibilità per ora di dargli più sostentamento anche se sono in procinto di ratificarlo o rettificarlo – una sorta di voce che corre anche a Cuenca su Crespi: che non era né italiano né sacerdote, ma tedesco , un membro del partito nazionalsocialista e inviato sotto copertura dai nazisti (forse gli Anenherbe?) per prendere il controllo delle informazioni archiviate sin dall’antichità a Los Tayos. (n.d.r. ahahahahahahaha!!!)

Con Diego Matute, curatore responsabile

Sembra fantascienza, e l’avrei lasciato da parte, se un’altra voce non mi avesse risuonato, che avevo già letto dall’Argentina: che Janos Moricz stesso non era un povero fuggitivo ungherese e rifugiato dalla seconda guerra mondiale. È stato installato, senza ulteriori prove, che The Hour 25 , il romanzo del rumeno Constantin Virgil Gheorghiu che parla delle sofferenze di un Iohann Moritz (non è necessario evidenziare la somiglianza con “Ianos Moricz”), prigioniero dei nazisti fino a quando la sua tipica stampa ariana è letteralmente “riprogrammata” dalle SS. Un’altra coincidenza: Moricz (il “nostro” Moricz) era anche un tipico ariano, biondo e appuntito alto un metro e novanta.

Pezzi di legno, ceramica e ossa fanno anche parte della collezione.

Un altro dettaglio sorprendente: dietro il romanticismo sofferente di quel romanzo (portato al cinema e interpretato da Anthony Quinn), Gheorghiu nascose anche il suo passato nazista: nel 1941, tra le altre opere, scrisse un panegirico contro gli ebrei e esaltando i nazisti : Ard malurile Nistrului . Ci sono cose che attirano fortemente l’attenzione di Moricz, secondo la sua storia “ufficiale”, arriva in Argentina senza sapere come parlare spagnolo e senza un soldo. Lavora per diversi anni mentre consuma la sua sete di conoscenza presso la Biblioteca Nazionale di Buenos Aires ed è lì che fa alcune scoperte che lo portano a intraprendere il viaggio in Ecuador dove, impiegato in attività minerarie, ha il suo primo incontro con lo Shuar , prima che il che e nell’impossibilità di farsi capire – in inglese e nel mediocre spagnolo di cui parlava – viene fuori con la sua lingua madre e, oh sorpresa, è compreso dagli indigeni che, stupiti che questo strano uomo, con una pelle così bianca, gli occhi Celeste, bionda e così alta da far vibrare il suo dialetto millenario.

Pezzo di legno intagliato in un unico blocco di 2,50 metri di altezza.

Lo stesso Moricz afferma che questo era il motivo per cui lo Shuar lo considerava un “inviato degli dei” e gli rivelava e consentiva solo (e pochi impiegati) l’accesso alle vene minerali di smeraldi e rubini con cui Moricz Ha accumulato una grande fortuna. Ma questa storia nasconde i fatti. Pochi mesi dopo l’arrivo a Buenos Aires (mesi, non anni), Moricz appare di fronte e organizza marce anticomuniste nella capitale argentina. Il fatto che un ungherese di recente emigrazione e presumibilmente senza conoscenza della lingua spagnola possa avere il tempo, i mezzi e i collegamenti per dirigere e organizzare queste attività politiche è, almeno, molto suggestivo e diffida della sua “biografia ufficiale”.

Applicazioni metalliche in pezzi di legno.

Per dirla chiaramente: questa linea teorica sospetta che l’ungherese fosse davvero un ufficiale delle SS, un membro di spicco del Partito o un criminale di guerra che ha approfittato della “rotta dei topi” per rifugiarsi in un paese così comodo per i nazisti fuggiti in quel Come è andata l’Argentina? In tal caso, la confluenza di Moricz e Crespi nella stessa regione del mondo acquisisce un altro aspetto. Più verità che bugie Alcuni lettori mi chiederanno qui delle conclusioni. Non li ho Questa nota aveva solo il modesto scopo di condividere, precisamente, alcuni aggiornamenti. Rompere con alcuni miti e, come spesso accade in questi racconti, ogni nuovo fatto scoperto, ogni certezza dimostrata – come qui, “l’apparenza” delle collezioni Crespi – apre il campo di innumerevoli nuove domande (come la vera filiazione salesiana appena sollevata ) … Ma se mi affretto con una conclusione provvisoria, lo dirò: nella saga Grotta di Los Tayos-Padre Crespi si è rivelato essere più verità che bugie.

Di Gustavo Fernández.

Artículo publicado en MysteryPlanet.com.ar: Actualización sobre la Cueva de Los Tayos y las colecciones del Padre Crespi https://mysteryplanet.com.ar/site/actualizacion-sobre-la-cueva-de-los-tayos-y-las-colecciones-del-padre-crespi/

Le seguenti immagini tratte dal link : https://www.eltiempo.com.ec/noticias/cultura/7/coleccion-crespi-reserva-patrimonio

Conclusioni

E’ un evento meraviglioso e che ridona una speranza per il genere umano di conoscere la sua parte della sua storia mai raccontata.

Per quanto riguarda la tesi che Padre Crespi non fosse italiano e ne sacerdote come scritto in “La connessione nazista”, è semplicemente una tesi senza nessun fondamento e facilmente dimostrabile dai seguenti documenti del professore dottore Carlo Crespi.

Certificato di Battesimo di don Carlo custodito nell’archivio storico della Parrocchia di San Magno

Lettera di referenze del Rettore dell’Università degli studi di Padova

Per maggiori informazioni si può visitare il seguente sito ufficiale, dedicato a Padre Carlo Crespi Croci :

Link sito ufficiale : http://carlocrespi.org/indice/

Confronto tra mura poligonali d’Italia e Grecia.

 Archeologia, Materia  Commenti disabilitati su Confronto tra mura poligonali d’Italia e Grecia.
Ago 222019
 

Tratto dal link origine : http://www.terradegliuomini.com/confronto-mura-poligonali-italia-grecia.html

Riassunto

Esaminando le mura difensive poligonali di Cosa, Alatri, Segni, Cori, Alba Fucens e Circei, si è osservato che le lunghezze dei lati dei poligoni sono multiple di un valore comune, pari a 1,536 cm, mentre le ampiezze degli angoli sono multiple di 1,5°. Stessi valori sono stati riscontrati ad Atene e, nel Mare Egeo, sull’isola di Milo. Da altre osservazioni a Pyrgi ed Orbetello sono emerse due date entro le quali questa tecnica costruttiva veniva applicata.

Introduzione

Quando si parla di mura poligonali si usa un’espressione contratta per indicare che nella faccia a vista i blocchi di pietra impiegati hanno contorni costituiti da un numero di lati che può variare da tre a più di dieci e con angoli che possono essere anche concavi.

Le mura di difesa di molte città presenti soprattutto nell’Italia centrale che hanno queste caratteristiche sono chiamate anche “ciclopiche”, ad indicare le dimensioni particolari dei loro elementi, che sono spesso superiori a 1 m. Il termine, indebitamente attinto da miti e leggende, dovrebbe essere sostituito da “megalitiche”. Questo particolare aspetto avrà grande importanza nel resto dell’esposizione.

Altro nome usato di frequente è quello di “mura pelasgiche”, ma vi è attualmente una tendenza a metterlo sullo stesso piano di “mura ciclopiche”, in quanto l’espressione sarebbe giustificata da dati troppo scarsi e nebulosi presentati dalla letteratura antica.

Giuseppe Lugli (1946) scriveva a questo proposito: “Ė dimostrato ormai che i Pelasgi non hanno nulla a che vedere con le grandi fortificazioni poligonali e che esse non sono così antiche come si credeva un tempo. Il raffronto con le mura di Tirinto e Micene è puramente tecnico e non presenta alcun legame storico ed etnico; le mura più rozze risalgono sul nostro territorio al VI secolo, mentre quelle più accuratamente tagliate si possono datare alla metà e fine del IV.” Questi tempi sono ovviamente da intendersi a.C..

Su questo argomento ritorneremo più avanti.

Bisogna precisare che non tutte le mura megalitiche sono poligonali, mentre non tutte le mura poligonali sono megalitiche. Giuseppe Lugli, che ha compiuto un lavoro sistematico su questo tipo di costruzioni, ha tenuto ben presente la prima parte della frase precedente, ma non la seconda. Egli (1967) ha distinto in cinque classi le tecniche costruttive delle mura antiche del Lazio: opus siliceum, quadratum, caementicium, incertum e reticulatum. Nell’ambito dell’opus siliceum, che identifica con l’opera poligonale in senso lato, riconosce quattro maniere, che ritengo utile esporre, con una descrizione e con esempi miei.

Nella prima maniera i blocchi sono accatastati così come vengono dalla cava, quindi sono grezzi. Possiamo vederne degli esempi ad Atina e al centro di Amelia.

Nella seconda maniera i blocchi sono stati sgrossati in modo da ridurre al massimo gli spazi lasciati vuoti tra una pietra e l’altra, i quali sono inzeppati con pezzatura minore, sagomata per l’occorrenza. La faccia a vista viene resa il più possibile piana, compatibilmente con i mezzi a disposizione, che sono di natura litica. Se ne vedono begli esempi a Roselle e Norba.

Nella terza maniera la sgrossatura sulla faccia esterna diventa più raffinata fino a raggiungere una superficie piana, uniforme per tutto il muro. Inoltre le parti a contatto con gli altri blocchi vengono spianate con opportuni orientamenti in modo che i giunti siano quasi perfettamente chiusi. Lugli precisa che i blocchi erano probabilmente lavorati sul posto “ riportando con una squadra su di essi l’angolo corrispondente di quelli coi quali doveva riconnettersi” e che i piani di posa erano tagliati a scalpello.

Esempi di questa maniera, che è la sola che a rigore merita il titolo di “poligonale”, sono a Cosa, Orbetello, Pyrgi, Alatri, Alba Fucens, Norba e molti altri siti in Italia e all’estero.

Nella quarta maniera vi è una “imitazione dell’opera quadrata, della quale non si raggiunge l’esattezza per risparmio di lavoro. I blocchi sono allettati con lunghi piani di posa che seguono una linea sinuosa e ogni tanto si spezzano per la differente altezza dei filari, sono tagliati secondo quattro lati non paralleli e le giunture verticali sono quasi sempre oblique in sensi inversi”.

Nell’ambito dell’opera quadrata egli distingue tre maniere: etrusca, greca e romana a seconda che i filari siano “senza una costante unità di misura”, perfettamente orizzontali ma di altezza diversa e con una alternanza di una pietra disposta nella faccia a vista con il taglio verticale e di alcune pietre (ad esempio tre) con il taglio orizzontale, oppure alternati di testa e di taglio.

Precisa che non esiste differenza di età fra l’opera poligonale e l’opera quadrata ma solo differenza di tecnica.

Se l’ordine in cui le quattro maniere sono state presentate costituisca, al contrario, anche un ordine cronologico si è molto dibattuto. Rimandiamo a più tardi una discussione sull’argomento, quando affronteremo il problema dell’età di alcuni casi. Per il momento ci addentriamo nella questione della tecnica costruttiva.

Come già detto, secondo Lugli, per l’opera poligonale il risultato del perfetto combaciamento delle facce veniva ottenuto riportando con una squadra l’apertura degli angoli. C’è stata anche un’ipotesi più fantasiosa, ma molto poco pratica, secondo la quale gli angoli di sagomatura venivano determinati ricorrendo a calchi di piombo.

Nuove osservazioni sulle mura poligonali

Se osserviamo attentamente l’incastro delle pietre poligonali, dobbiamo notare che non è sufficiente, come suggerisce il Lugli, determinare l’apertura degli angoli, ma occorre determinare in alcuni casi anche l’ampiezza dei lati. Considerando poi la precisione dei giunti, è stata da me formulata un’altra ipotesi, e cioè che il valore di un angolo o di un lato venisse stabilito non con un riporto ma, più razionalmente, con una misura.

Se l’ipotesi fosse esatta, sarebbe possibile osservare anche quale unità di misura fosse stata adottata e confrontarla con il digitus romano, di 1,85 cm, o con l’analoga unità etrusca. Per quest’ultima il valore, di 1,68 cm, è stato determinato effettuando alcune misure su blocchi squadrati utilizzati per le tombe a dado del VI secolo a.C. della necropoli di Cerveteri in località La Banditaccia e per un tumulo, anch’esso del VI secolo a.C., della necropoli del secondo Melone del Sodo presso Cortona.

Figura 1 – Particolare del muro poligonale di Monte Circeo in località Crocette.

Un controllo di questo genere, effettuato dapprima a Cosa e poi ad Alatri, Cori, Segni ed Alba Fucens, e Circei, non poteva trascurare di considerare l’ordine temporale con cui le pietre sono state collocate. Infatti, se consideriamo ad esempio i tre angoli al centro della Figura 1, possiamo contare con certezza solo su quello appartenente alla pietra di forma triangolare in quanto che esso sicuramente è stato modellato fuori opera, mentre è molto probabile che gli altri due siano stati creati quando le pietre erano già state collocate nella loro attuale posizione; in tal caso non era importante stabilire tanto l’apertura di questi quanto l’apertura di quello rimanente.

Figura 2 – Cori. La pietra al centro ha la conformazione ideale per verificare l’ipotesi che lo spazio che doveva occupare era stato preventivamente misurato per riprodurne la lunghezza della base e l’ampiezza degli angoli. Si possono notare sulle facce dei vari elementi segni lasciati dai colpi di uno scalpello.

Analogamente, per misurare lati modellati fuori opera, occorreva essere certi che la pietra relativa fosse stata messa in opera dopo le pietre ospitanti, e la situazione esemplare è quella di una forma a trapezio rovesciato, con la base minore in basso, poiché il loro alloggiamento doveva essere preparato in un modo più accurato per assicurare il perfetto incastro, come è il caso della Figura 2. Qui, oltre ai due angoli in basso, certamente chi ha eretto il muro ha misurato anche la base minore, mentre per quella maggiore, quasi sicuramente sagomata successivamente alla collocazione della pietra, non vi è la certezza richiesta.

Le misure di lati in situazioni simili a quella della Figura 2 hanno fornito valori che sono risultati multipli di 1,536 cm (Mortari, 2012). Ad esempio, la base della pietra al centro di questa figura misura 115,2 cm. Questo valore non è un multiplo esatto né di 1,85 cm (115,2 : 1,85 = 62,3) né di 1,68 cm (115,2 : 1,68 = 68,6), mentre è multiplo esatto di 1,536 cm (115,2 : 1,536 = 75,0).

L’unità di misura trovata dunque non è risultata né romana né etrusca.

Per la misura degli angoli, per cui è richiesta una maggiore accuratezza, si è optato per l’utilizzo di immagini fotografiche, riprodotte e opportunamente ingrandite al computer, avendo cura di riprendere l’immagine con la minore parallasse possibile. L’effetto risultante era sufficiente per apprezzare bene anche il mezzo grado. Sono stati fotografati particolari delle mura di Cosa, Alatri, Alba Fucens e Circei. Nella Figura 2 è possibile verificare che i due angoli della pietra al centro sono di 93 e 105°, mentre ancora di 93° è l’angolo del blocco in alto a sinistra.

La maggior parte delle misure ha dato valori multipli di 3°, ma in diversi casi si sono trovati valori multipli di 1,5° (Mortari, 2012); ad esempio, l’angolo al centro della Figura 1 è di 82,5°. Il risultato è sorprendente non solo perché conferma che si tratta di opere preromane, ma anche perché testimonia l’uso di un sistema sessagesimale diverso da quello che conosciamo, dividendo l’angolo retto in 30 oppure, più probabilmente, in 60 parti.

Figura 3 – Atene. Elemento esagonale di un muro poligonale di contenimento.

Il passo successivo di questa ricerca è stato di andare a verificare se nell’altra parte del bacino mediterraneo in cui si concentrano mura poligonali, cioè la Grecia, l’identità della tecnica costruttiva si estende fino all’uso delle stesse unità di misura riscontrate nel Lazio, nell’Abruzzo e nella Toscana.

La prima località in cui sono state studiate queste opere poligonali è ad Atene, ai piedi del lato meridionale dell’Acropoli. Qui, lungo il peripatos che congiunge i due teatri di Erode Attico e di Dioniso, vi è un muro, il cui tratto meglio conservato, di circa 25 m di lunghezza e di altezza tra 1,5 e 2 m, serviva di sostegno per la formazione di un ampio terrazzo, sul quale è sorta poi la Stoà Ionica. Tre pietre sono state prese in considerazione per le condizioni favorevoli alle misure, con lati ben definiti. La prima, di forma esagonale, è mostrata nella Figura 3.

Sono stati misurati i tre lati della parte inferiore e i quattro angoli che li interessano. Partendo da sinistra i lati hanno fornito le seguenti misure: 41,5 16,2 e 40,0 cm, che, divise per 1,536, danno 41,5 : 1,536 = 27,0; 16,2 : 1,536 = 10,5; 40,0 : 1,536 = 26,0. Se dividiamo gli stessi valori per la misura del dactylos greco, di 1,93 cm, abbiamo 41,5 : 1,93 = 21,5; 16,2 : 1,93 = 8,4; 40,0 : 1,93 = 20,7. Questi risultati indicano dunque che qui veniva utilizzata la stessa unità di misura dell’Italia centrale e la metà di essa.

Per le misure dei quattro angoli, sono risultati, sempre procedendo da sinistra, i valori di 112,5 157,5 150 e 121,5°. Sono tutti multipli di 1,5°, come si era riscontrato in Italia.

Figura 4 – Atene. Particolare del muro poligonale.
Figura 5 – Atene. Pietra a contorno quadrangolare.

Della seconda pietra, illustrata nella Figura 4, è stata determinata la lunghezza del lato inferiore più lungo, che è di 99,0 cm, molto prossimo a 1,536 x 64,5 = 99,072 cm. L’angolo formato con il lato inclinato è di 141°. La terza pietra ha una forma intermedia tra un trapezio rovesciato e un triangolo (v. Figura 5). Il lato inferiore è lungo 71,4 cm, corrispondente a 1,536 x 46,5 = 71,424, mentre i due angoli che sono formati con i due lati adiacenti sono risultati di 151,5 e 61,5°, anch’essi multipli di 1,5°.

La seconda località greca è l’isola di Milos, molto nota agli archeologi per essere stata una sede importante della cosiddetta Civiltà Cicladica. La cittadella di Phylacopì, sulla parte settentrionale dell’isola, si è qui sviluppata in tre periodi appartenenti all’Età del bronzo, il primo dei quali è datato tra il 2300 e il 2000 a.C., ma le mura difensive che si trovano non sono così elaborate come le mura che stiamo per trattare.

Il sito che interessa si trova circa 500 m a NNE del villaggio di Klima, all’imboccatura dell’ampio golfo che caratterizza quest’isola. Klima aveva un porto, e il muro proteggeva la relativa acropoli. I Romani hanno potenziato le strutture portuali e hanno completato la cinta difensiva aggiungendo, tra l’altro, un bastione a pianta circolare in prossimità della sua porta principale di accesso.

Figura 6 – Isola di Milos. Tratto di muro poligonale che si estende ad est del teatro romano.

Del muro poligonale originale, costruito con locali pietre di natura vulcanica, restano due tratti, separati da alcune decine di metri. Il tratto maggiore è lungo circa 200 m e si estende lungo un sentiero che dal teatro romano conduce, più a est, all’ingresso delle catacombe paleocristiane (Figura 6); un secondo tratto è limitato a una decina di metri e si trova presso la nicchia dove fu ritrovata la statua di Afrodite che ora è al Louvre.

Figura 7 – Milos. Tratto di muro difensivo in opera lesbia, caratterizzato dall’abbondanza di superfici curve lungo i contatti orizzontali.

Presso il bastione vi è un terzo tratto preromano, lungo una decina di metri, ma la tecnica seguita è quella della cosiddetta “opera lesbia”, che appare come una derivazione dell’opera poligonale, con maggior abbondanza di giunti curvi (Figura 7).

Scranton (1941) la tiene giustamente distinta dall’opera poligonale. Un esempio di opera lesbia è la parte più recente della sostruzione del tempio di Apollo a Delfi. Questo terzo tratto preromano è formato da elementi di dimensioni minori e più uniformi rispetto ai primi due tratti, quasi tutti con lati di circa 40 cm e con la faccia a vista bugnata; solo nella parte inferiore del muro gli elementi sono simili a quelli del muro poligonale vero e proprio, e ciò fa pensare che il tratto in questione sia stato rifatto utilizzando parte di ciò che rimaneva di un muro poligonale. Nella parte superiore, mentre i giunti verticali sono quasi sempre dritti, quelli orizzontali sono per lo più curvi. Il contatto lungo i giunti non è perfetto e tutta la lavorazione appare meno accurata dei due tratti in opera poligonale.

Ritornando al tratto più esteso, esso aveva una funzione mista di protezione e sostegno, con un’altezza che variava tra 7 e 12 ÷ 13 m, fino a raggiungere la quota di un ripiano superiore. Dove l’altezza era maggiore troviamo una risega orizzontale, in corrispondenza della quale la parte superiore del muro è più arretrata di 10 ÷ 12 cm. Potrebbe non essere casuale il fatto che la differenza di quota tra la risega e il punto dove il muro arrivava alla massima quota (verso il teatro, ad ovest) era di 7,7 m. Tenendo conto che la spinta del terreno dietro un muro di sostegno cresce con il quadrato dell’altezza e che solitamente, quando vengono superati i 6 m, un muro di questo tipo viene considerato notevolmente impegnativo, il valore di 7,7 m è apparso subito molto particolare. Per questa ragione potrebbe non essere un caso che si sia scelta una altezza che è 500 volte l’unità di misura che stiamo cercando e che potrebbe essere 10 volte un braccio di 77 cm.

Figura 8 – Milos. Elemento dal contorno rettangolare molto accurato

In questo tratto le pietre bugnate sono nettamente scarse, e sono limitate a litotipi difficili da spianare per la facilità con cui vi si generano fratture del tipo concoide. Nella Figura 8 il blocco maggiore corrisponde un po’ a queste caratteristiche. Esso ha presentato, ai fini della presente ricerca, due grandi vantaggi. Il suo contorno è molto regolare, anche se è stato modificato, nell’angolo in basso a destra, poco prima del suo posizionamento. Inoltre i due lati minori sono esattamente ortogonali rispetto alla base. Ciò ha permesso di determinare con esattezza la sua lunghezza, che è risultata di 102,0 cm. Questo valore è pressoché coincidente con 1,536 x 66,5 = 102,1 cm.

Figura 9 – Milos. Blocco ben squadrato sovrastante una risega larga 10-12 cm. La sua base misura 110,6 cm, pari esattamente a 72 volte 1,536 cm.

Un secondo blocco è rappresentato nella Figura 9. Esso è situato subito sopra la risega; ha la superficie inferiore piana, la quale misura una lunghezza di 110,6 cm, determinabile bene perché sono ben ricostruibili le facce in contatto con le pietre laterali. Questo valore coincide con 1,536 x 72,0 = 110,59 cm.

I due elementi presentati per primi sono tra i più voluminosi di tutto il muro. Confrontati con quelli delle opere analoghe dell’Italia centrale, essi appaiono decisamente di dimensioni più piccole, e riesce arduo parlare di quest’opera come di un’opera megalitica. Tuttavia occorre tenere presente che i materiali locali utilizzati non consentono di ottenere misure maggiori, e quindi pietre più lunghe di 1 m sono eccezionalmente grandi per Milo, come è dimostrato dal fatto che nella successiva opera lesbia la taglia massima è nettamente minore, circa la metà.

Un terzo blocco, il più piccolo ad avere una forma prossima al trapezio nella Figura 10, ha fornito misure di 27,6 ÷ 27,7 cm. Anche in questo caso il confronto con le misure delle mura italiane è stato positivo, essendo 1,536 x 18,0 = 27,65 cm.

Figura 11
Figura 11 – Milos. Le misure dei vari segmenti della base piuttosto articolata di questo elemento acquistano affidabilità se sono fatte in modo cumulativo.
Figura 10
Figura 10 – Milos. La base minore del blocco più piccolo a forma di trapezio rovesciato, in basso a destra, misura 27,6-27,7 cm, pari a 18 volte 1,536 cm.

Il quarto elemento considerato (Figura 11) ha una base più articolata; tale particolare rende difficile fare misure accurate dei vari segmenti, a meno che non si effettuino quattro misure cumulative utilizzando uno stesso punto di partenza. Le quattro misure, iniziate da sinistra, sono state di 32,2 43,0 57,0 e 76,7 cm. Possiamo confrontarle con 1,536 x 21 28 36 e 50 ovvero con 32,26 43,01 56,81 e 76,80 cm e concludere che almeno tre delle quattro misure corrispondono bene a multipli interi dell’unità di misura determinata in Italia.

La base di un quinto blocco, a forma di pentagono ha fornito misure di 82.8 ÷ 82.9 cm. Anche in questo vi è una buona corrispondenza con 1,536 x 53,0 = 82,94 cm.

Le due pietre che sottostanno alla parte destra del blocco rettangolare della Figura 8 hanno le due basi leggermente diverse: 32,2 e 31,5 cm, che corrispondono a 1,536 x 21,0 e 20,5 = 32,256 e 30,488 cm rispettivamente.

Figura 12
Figura 12 – Milos. Nonostante la profonda erosione di questa pietra, la sua base è ben delimitabile e ha fornito la misura di 72,2 cm.

Nella Figura 12, nonostante l’erosione dell’elemento al centro e grazie alla maggiore durezza e resistenza delle tre pietre confinanti, si è potuta determinare con sufficiente precisione la lunghezza che doveva avere in origine la sua base: 72,2 cm, che coincide con 1,536 x 47,0 = 72,19 cm.

Per le misure degli angoli, più difficili da determinare rispetto a quelle dei lati, la più significativa è offerta dalla pietra in basso a destra della Figura 8, i cui contorni sono netti e hanno permesso di precisare che il suo angolo in basso a sinistra è di 88,5°. Ma anche la pietra della Figura 11 ha fornito due valori interessanti, ambedue di 100,5°, mentre l’angolo a destra nella Figura 12 è risultato di 105°.

Purtroppo molti elementi del muro si sono logorati non solo sulla faccia a vista ma anche sulle altre facce, e per questa ragione non si sono potute effettuare un buon numero di misure.

In definitiva, anche se si sono esaminati due soli siti nell’area greca, possiamo sostenere l’idea che probabilmente tutte le opere megalitiche poligonali (in senso stretto, quindi) che si trovano su territorio italiano e greco sono state costruite con una stessa tecnica e in particolare con le stesse unità di misura per le lunghezze e per gli angoli.

L’adozione di una stessa tecnica costruttiva, tra l’altro molto accurata, rende verosimile l’ipotesi che tutte le mura megalitiche con opera poligonale appartengano a uno stesso, ben determinato, periodo di tempo.

Problema dell’età delle opere poligonali megalitiche

Figura 13
Figura 13 – Necropoli di Cerveteri, località Banditaccia. Muro poligonale con elementi di modeste dimensioni appartenente a un tumulo del VII secolo a.C..

Quando si parla di opere poligonali bisogna fare un’importante distinzione: se si tratta di mura megalitiche o no. Opere poligonali erano realizzate sia da Etruschi che da Romani ma con dimensioni degli elementi assai ridotte rispetto a ciò che appare nelle mura megalitiche. Nella Figura 13 possiamo osservare un tratto di muro con blocchi a contorno poligonale appartenente ad una delle tombe più antiche della necropoli della zona della Banditaccia presso Cerveteri (VII secolo a.C.).

Quando si tratta di blocchi di ridotte dimensioni, dell’ordine di 40 o 50 cm, è più economico sagomare sul luogo blocchi, magari riciclati, a forma di poligono irregolare con l’uso di martello e scalpello e la tecnica del prova e correggi, oppure con l’aiuto di goniometro e metro (come è il caso della Figura 13), anziché usare blocchi regolari e squadrati, che devono essere preparati in cava, trasportati con precauzione fino alla zona di impiego e non sempre possono essere facilmente riutilizzati come tali. E si tratta quindi di distinguere tra un semplice lavoro di tipo “artigianale” e uno più complesso, fatto in serie, che potremo chiamare “industriale”.

Se ritorniamo alle mura poligonali più interessanti per noi, quelle megalitiche, e prendiamo il caso del blocco squadrato di Figura 8, esso è stato ricavato con estrema accuratezza a colpi di scalpello, mentre sarebbe stato molto più semplice tagliarlo con una sega, se i costruttori avessero avuto a disposizione questo strumento. Se ne può inferire che probabilmente in un cantiere così importante la mancanza di seghe fosse dovuta al fatto che la sega non era ancora stata inventata. Infatti, quando vengono usate le seghe, sistematicamente vengono approntate pietre squadrate, e lo scalpello diventa uno strumento secondario.

D’altra parte, prima dell’invenzione della sega, è intuibile che il passaggio dalla seconda alla terza maniera sia stato possibile solo dopo l’introduzione dello scalpello. Possiamo vedere segni evidenti lasciati da uno scalpello nelle pietre del muro di Figura 2. La forma poligonale nella faccia a vista era dettata dall’utilizzo più economico, dal punto di vista dell’energia impiegata, dei blocchi ricavati in cava, mantenendosi il più vicino possibile alla forma generalmente irregolare di questi e avere così il minimo sfrido.

Il passaggio tra la seconda e la terza maniera deve avere rappresentato l’inizio di quella rivoluzione nella lavorazione dei metalli che è stata la metallurgia del bronzo, e perciò dovrebbe avere un valore “cronostratigrafico” in archeologia. Questa affermazione ha un valore generale e non limitato a casi singoli, essendo che dopo l’introduzione della terza maniera è ancora possibile il mantenimento delle maniere precedenti, se vi è qualche convenienza per farlo. Un ragionamento analogo può essere fatto considerando il passaggio all’opera quadrata, del quale però ci occuperemo più avanti.

Le considerazioni fin qui fatte portano a conclusioni che sono molto diverse da quelle a cui la maggior parte degli studiosi arrivano. Possiamo prendere in esame, per esempio, una delle più recenti testimonianze di quello che è il parere più diffuso sull’argomento estraendo alcune frasi dall’introduzione del recentissimo studio sulle mura poligonali curato da Eugenio Polito (2011) per conto dell’amministrazione provinciale di Frosinone.

Secondo questo studioso la “fioritura di grandi circuiti murari poligonali” avvenne nel Lazio in epoca romana con “il miglioramento e la persistenza di tale tecnica… fino alle soglie del I secolo a.C.”. Inoltre “si dovrà riconoscere che … l’avvento delle mura a giunti regolari non pare risalire oltre il IV secolo a.C.. … La stessa tecnica muraria … trovò applicazione … in centri estranei al Lazio … non prima dell’avanzato IV secolo e interessò città come Alba Fucens, nell’Aquilano, Amelia in Umbria, Cosa e la vicina Orbetello nella Toscana meridionale costiera e Lucca nella parte settentrionale della stessa regione.”

Viene portata avanti, in particolare, da questo autore l’idea che le cinte murarie delle diverse città siano opera di coloni che, provenendo dal Lazio meridionale, dove si erano specializzati nell’eseguire cinte difensive in opera poligonale, seguivano l’espansione territoriale di Roma. Per esempio essi sarebbero gli artefici delle mura di Cosa tra il 273 e il 264 a.C.. È evidente in questo modo di pensare l’influenza del Lugli, che attribuiva tutte le quattro maniere all’epoca romana ed ha stabilito, per esempio, che la roccaforte del Circeo è stata costruita dai Romani nel 393 a.C..

Una delle poche voci che escono dal coro, dovuta a Mario Pincherle (1990), riconosce che per le mura megalitiche poligonali l’età deve essere ben più antica, per via delle notevoli affinità con le analoghe opere murarie in Grecia, e suppone una derivazione minoica … a meno, potremmo aggiungere, che i coloni del Lazio meridionale non siano andati al seguito di Roma conquistatrice a costruire opere poligonali anche all’estero.

Figura 14
Figura 14 – Milos. Zona del teatro romano. I valori dell’altezza delle pietre, perfettamente squadrate, risultano essere esattamente multipli del digitus romano (1,85 cm) o della sua metà.

Per fugare questo dubbio, semmai ce ne fosse ancora bisogno, è da considerare la rilevante differenza di tecnica costruttiva esistente tra il muro poligonale di Milo e i muri in opera squadrata che sono presenti nella stessa roccaforte di Klima, chiaramente di produzione romana. Dalla parte opposta del teatro rispetto al lungo muro poligonale, si può ammirare infatti un muro di sostegno (Figura 14) con 14 corsi di pietre perfettamente squadrate, le cui singole altezze a partire dalla seconda fila dal basso e fino alla terzultima fila sono di 55,5 55,5 50,9 50,9 49,05 54,6 49,05 44,4 50,9 56,4 e 54,5 cm.

Considerando che il dito romano era di 1,85 cm, abbiamo da confrontare questi valori con i multipli 1,85 x 30 30 27,5 27,5 26,5 29,5 26,5 24 27,5 30,5 29,5 che risultano essere pari a 55,5 55,5 50,875 50,875 49,025 54,575 49,025 44,4 50,875 56,425 54,575 cm, da cui si nota non solo che i Romani usavano a Milo la loro propria unità di misura, e pure la mezza unità, ma anche che la precisione con cui tagliavano queste pietre era millimetrica, segno che le seghe che utilizzavano dovevano essere supportate da macchine apposite per ottenere un risultato così preciso.

Avendo appurato che l’unità di misura utilizzata per le opere poligonali dell’Italia centrale e dell’isola di Milo è la stessa ed è di 1,536 cm, dobbiamo ammettere che quelle mura difensive sono precedenti rispetto non solo alle più antiche costruzioni romane ma anche a quelle etrusche.

Nel momento in cui sembra che il processo di retrodatazione non possa continuare facilmente, ci possiamo avvalere di una diversa opportunità, venutasi a creare esaminando le mura poligonali di Pyrgi, presso Santa Severa, un luogo importante per l’archeologia perché è risultato essere stato frequentato dall’uomo fin dal IV millennio a.C..

Osservando attentamente come si presenta la situazione di Pyrgi, tre aspetti risultano assolutamente singolari. Per prima cosa, la cinta muraria, che si svolge su un perimetro rettangolare con il lato maggiore perpendicolare alla linea di costa, ha la sua metà verso mare che raggiunge 4 m di altezza mentre la metà rimanente presenta un’altezza uniforme di circa un metro. Se le altezze modeste fossero semplicemente l’effetto di uno smantellamento incompleto, non appare chiaro per quale ragione la metà più bassa sia regolare e continua.

Il secondo aspetto riguarda l’utilizzo dell’area in epoche etrusca e romana. I Romani conquistarono la zona nel 281 a.C. e stabilirono un loro castrum proprio all’interno della metà verso mare del recinto descritto, e si ritiene comunemente che questa data sia anche quella della costruzione dello stesso recinto.

Tale opinione viene giustificata dal fatto che gli Etruschi di Caere, quando allestirono un’area portuale nella stessa zona, costruirono una cittadella con ben tre templi non nell’area entro il recinto in opera poligonale ma a una distanza di 200 m da esso, anche se questo era stato edificato su un terreno molto più stabile. Infatti la zona delle costruzioni etrusche ha subìto una forte subsidenza, e alcuni dei loro edifici si trovano ora tre metri sotto il livello del mare, mentre l’area racchiusa dal muro megalitico non ha subito lo stesso fenomeno.

Figura 15
Figura 15 – Santa Severa. Muro megalitico che ha ospitato il castrum della colonia romana di Pyrgi. Numerosi fori di litodomi si sono creati dopo che questa pietra è stata ridotta rispetto alla forma originaria.

Figura 15 – Santa Severa. Muro megalitico che ha ospitato il castrum della colonia romana di Pyrgi. Numerosi fori di litodomi si sono creati dopo che questa pietra è stata ridotta rispetto alla forma originaria.

Come mai gli Etruschi, così attenti generalmente nello scegliere un sito dove costruire una città, non hanno scelto di sfruttare le difese già in buona parte erette su un terreno di migliori caratteristiche? La risposta viene da un terzo aspetto di quest’area. In una elevata percentuale, le pietre di arenaria del muro poligonale sono perforate da litodomi. La superficie interessata può essere sia quella della originaria faccia a vista, sia una superficie più arretrata dove la pietra si è fratturata (Figura 15), sia la superficie che ora limita superiormente il tratto di altezza minore (Mortari, 2012).

È logico pensare che il mare abbia invaso la zona in esame interrompendo la costruzione e si sia ritirato solo poco tempo prima che avvenisse la conquista romana. È da scartare l’ipotesi che si sia trattato di un movimento verticale della cosiddetta terraferma perché il centro di attività vulcanica a cui potrebbe essere riferito il fenomeno è troppo distante nel tempo e nello spazio. Resta da ipotizzare che sia intervenuta una variazione del livello del mare.

Figura 16
Figura 16 – Variazioni del livello del mare degli ultimi 10.000 anni. I vari simboli rappresentano datazioni con il metodo del radiocarbonio di indicatori di livello, come ostree e mangrovie, raccolti a determinate quote rispetto al livello del mare attuale in varie aree ritenute stabili. Da Mortari, 2005.

Uno studio molto dettagliato di come è cambiato il livello marino dopo l’ultima puntata glaciale e in particolare negli ultimi 10.000 anni è stato compiuto dallo scrivente (Mortari, 2005, 2010) e viene riportato, per la parte che ci interessa, nella Figura 16. La linea che descrive il cambiamento è stata ricavata studiando variazioni cicliche di vario periodo del livello del mare. Il ciclo fondamentale per comprendere le variazioni ha un periodo di 2528 anni (Mortari, 2012). È peculiare di queste variazioni un carattere improvviso che si alterna a periodi relativamente molto più lunghi di stasi, molto diversamente da come la variazione del livello del mare è interpretata comunemente, cioè con modalità graduale. In particolare si alternano due stasi con durate diverse, rispettivamente di 2013 e 148 anni, mentre i raccordi tra i due stazionamenti avvengono con stasi minori, di 10,5 anni in media. L’attuale stazionamento maggiore è previsto terminare nel 2012.

Un altro particolare, molto significativo per i nostri scopi, distingue questa ricostruzione da quelle, purtroppo, molto diffuse nella letteratura geologica, le quali considerano una risalita continua del livello del mare a partire dall’inizio della deglaciazione, avvenuto circa 22.750 anni fa, fino ad oggi. Queste ricostruzioni trascurano ciecamente le numerose tracce e indizi di un mare nettamente al disopra dell’attuale livello intorno a 5000 anni fa, quando le temperature globali erano 2÷3° maggiori di adesso. Tra le tracce disponibili ci sono resti di organismi marini che vivevano in prossimità del livello del mare, come ad esempio ostree e mangrovie. Un buon numero di resti del genere sono stati raccolti in aree notoriamente stabili, sono stati datati con il metodo del radiocarbonio e le loro età compaiono nella Figura 16, confermando l’andamento generale del grafico.

Vi è un dettaglio importante che occorre precisare. La base del muro e il piano di calpestio che ora la circonda sono oggi a una quota di 1,6 ÷ 1,7 m. Tra il 5350 e il 3044 a.C. il livello del mare è stato stazionario alla quota di 1,7 m. Possiamo intuire che la cinta muraria del luogo dove poi sorgerà Pyrgi è cominciata ad essere edificata verso la fine di questo intervallo di tempo.

Quando la costruzione era già avanzata, la superficie del mare si è innalzata improvvisamente più volte e nel giro di 73 anni si è portata alla quota di circa 5,5 m. Dopo avere raggiunto la quota massima di 7 m intorno a 4800 anni fa, il mare è sceso a 4 m e poi a 2 m, dove è rimasto tra il 443 e il 295 a.C.. Nel 295 il livello era sceso a 1,75 e scenderà ancora dieci anni più tardi fino a 1,5 m.

Quando i Romani sono arrivati in quest’area, nel 281 a.C,, il mare dunque era già ritornato a un livello di poco inferiore a quello a cui si trovava quando la costruzione del muro era stata iniziata. E non è stato più un problema il riutilizzo dell’opera interrotta.

In conclusione, abbiamo una data precisa della interruzione della costruzione di questo muro megalitico in opera poligonale: il 3044 a.C..

Se per il muro poligonale di Pyrgi è stato necessario osservare i fori di litodomi per arrivare a conoscere la sua età, per l’analogo muro di Orbetello il discorso è più semplice. Basta considerare che della sua altezza complessiva di 7 m (Pincherle, 1990) ben 4 sono sott’acqua. Il mare, dopo essere rimasto alla quota di -9 m tra l’8174 e il 5572 a.C., si è stabilizzato a -4 m tra il 5499 e il 5351 a.C.. Anche su questo muro si possono osservare fori di litodomi, seppure con molta maggiore difficoltà a causa della natura della roccia, molto alterabile in superficie perché costituita da un calcare dolomitico fittamente interessato da microfratture. Se, come si è ipotizzato a Pyrgi, anche qui la costruzione del muro è stata iniziata alla quota del mare, è in quest’ultimo intervallo di tempo che deve essere collocata la data di costruzione del muro di Orbetello.

La data minima del 5351 a.C. pone un rilevante problema. Abbiamo sostenuto che l’opera poligonale è uno dei prodotti dell’uomo che è stato possibile grazie alla metallurgia del bronzo. Mentre la diffusione del bronzo in Europa viene fatta iniziare non prima del 3500 ÷ 3300 a.C., il caso di Orbetello ne fa retrodatare l’inizio di circa 2000 anni.

Dato che le mura poligonali appaiono come una evoluzione delle mura di prima e seconda maniera, c’è da pensare che chi ha adottato la tecnica poligonale ha probabilmente anche inventato la metallurgia del bronzo. È possibile che, trattandosi di una invenzione di importanza strategica, essa abbia avuto applicazioni solo in campo militare finché non è stata imitata da altre popolazioni e ha potuto estendersi all’uso civile.

L’allestimento di questo tipo di muro, legato dunque all’impiego di scalpelli, precede sicuramente la tecnica che in modo sistematico lavora le pietre ottenendone blocchi squadrati e che sfrutta l’invenzione rivoluzionaria della sega.

Basta quindi passare in rivista le opere più antiche di quest’altro genere per avere un’idea di quale può essere il terminus ante quem si è passati dallo scalpello alla sega ovvero dall’opera poligonale all’opera squadrata perfetta. Potremmo prendere come riferimento provvisorio il 2650 a.C., che è all’incirca la data a cui è fatto risalire il complesso funerario del faraone Zoser della III dinastia a Saqqara. Qui le pietre sono squadrate magistralmente, e ciò fa pensare che forse è proprio l’antico Egitto che ha dato origine alla nuova tecnica, avendo conosciuto la metallurgia del bronzo fin dal periodo protodinastico, intorno al 3150 a.C., e avendo poi raggiunto una straordinaria ed ineguagliabile abilità nel campo delle costruzioni durante l’Antico regno.

Dopo tale innovazione è possibile ritornare indietro all’uso dello scalpello anche per opere importanti, ma non alla tecnica poligonale in mura megalitiche. Lo possiamo osservare nelle mura di Micene: le più antiche sono della seconda maniera. C’è poi qualche punto ripristinato con tecnica poligonale e infine, nel corridoio di accesso alla Porta dei leoni si riconosce un’opera squadrata ottenuta con l’uso di martello e scalpello per il fatto che la squadratura non è perfetta. Quest’ultima modalità si ripete nel dromos che conduce alla tomba a tholos “di Atreo”.

Con grande probabilità l’invenzione della sega può dunque essere collocata nel tempo tra l’età del muro poligonale di Pyrgi e i più antichi monumenti di Saqqara, ovvero in quei quattro secoli compresi tra il 2650 circa e il 3044 a.C.. Essa segna molto probabilmente anche la fine della tecnica poligonale s.s..

In definitiva, si può ipotizzare che le varie modalità costruttive esaminate:
1) – opera megalitica grezza
2) – opera megalitica sgrossata
3) – opera megalitica poligonale
4) – opera squadrata
abbiano iniziato ad apparire con questo stesso ordine cronologico. Ritengo che la quarta maniera di Lugli sia successiva all’opera squadrata in quanto ne sarebbe semplicemente una grossolana imitazione.

È difficile dire quando sia comparsa l’opera lesbia. È importante che il periodo di sua massima diffusione sia il VI secolo a.C. e limitatamente al mondo greco, perché ciò suggerisce un suo carattere relativamente recente.

È il caso di rilevare infine che pietre squadrate con uso di scalpello erano già impiegate sistematicamente nei muri difensivi in opera poligonale, ma solo in corrispondenza delle porte principali e dei marcati cambiamenti di direzione.

Considerazioni finali

L’uniformità, la precisione e la diffusione geografica della tecnica utilizzata per erigere mura poligonali è il filo di Arianna che ci può fare risalire a quella grande civiltà che per almeno 2000 anni – probabilmente sono molti di più – ha dominato il bacino del Mediterraneo disseminandolo di proprie roccaforti e di cui purtroppo si è persa l’identificazione.

Se dunque facciamo corrispondere questa misteriosa civiltà con la tecnica dei muri con elementi poligonali, possiamo immaginarne il declino tra il 3000 e il 2500 a.C. circa. D’altra parte non conosciamo ancora il momento del suo inizio, che dovrebbe corrispondere non alla prima apparizione dell’opera poligonale ma almeno al primo utilizzo dell’opera megalitica sgrossata.

Come fare per identificare questa civiltà? Un modo è di scavare nella letteratura antica. Vi sono molte strade che conducono ad un unico nome: i Pelasgi. I quali orbitavano intorno al Mar Egeo. Ma chi erano questi Pelasgi?

Secondo Virgilio essi furono i primi abitatori della nostra penisola e per Strabone furono i fondatori di Caere, di cui abbiamo parlato a proposito di Pyrgi. Per Erodoto erano gli abitanti della Grecia prima dell’arrivo dei popoli di lingua ellenica, quando la regione si chiamava “Pelasgia”; successivamente, nel periodo classico, essi abitavano Lemno. Stranamente però una loro più precisa ubicazione è diversa per autori diversi. Nell’Odissea sono chiamati anche i “popoli di Creta”, intendendo ovviamente coloro che abitavano quest’isola prima dell’arrivo degli Achei, mentre nell’Iliade sono ubicati tra Tracia ed Ellesponto, ma poi la loro capitale viene considerata Larissa in Tessaglia, mentre nell’Epiro, a Dodona, si trovava un tempio dedicato allo Zeus pelasgico. Per Tucidide l’origine di Atene è pelasgica.

Per giustificare tali diversità possiamo supporre che la civiltà che si serviva dei muri poligonali per difendere le proprie città abbia avuto un periodo di grande compattezza ed unità. Poi verso il 3000 o 2500 a.C. – solo per dare delle date indicative – questa unità si è persa, e ampie regioni si sono rese autonome: la Tessaglia, la Tracia, Creta e altre ancora. Tutti erano Pelasgi ma non c’era più il senso di una patria o un governo comune. Così, chi li voleva identificare si riferiva a popolazioni che forse rispecchiavano maggiormente il carattere antico dei Pelasgi o che l’autore, direttamente o indirettamente, conosceva meglio. È probabile che con la denominazione “popoli del mare” ci si riferisse a popoli che discendevano dai Pelasgi e che ne conservavano ancora le antiche abilità marinare.

I Pelasgi erano sicuramente valenti marinai, ed è facile pensare che abbiano dominato tutto il Mediterraneo per millenni. In considerazione dello stato di avanzato progresso tecnico di questo popolo, essi potrebbero avere inventato, oltre alla metallurgia del bronzo, anche l’arte della navigazione. Il ragionamento si basa su alcuni punti di forza.

Il mare Mediterraneo è l’ambiente ideale per fare sbocciare la navigazione. E più in particolare lo è il mare Egeo, dove diverse isole sono in vista dal continente, come avviene per Egina, Angistri, Poros, Idra, Dokos, Spetses intorno alle coste dell’Argolide. Raggiungere queste isole poteva essere il modo di difendersi da aggressioni di altri popoli senza bisogno di erigere mura difensive.

Quindi, forse non è del tutto casuale che la prima evidenza di un commercio marittimo venga proprio dall’Argolide e precisamente dalla grotta di Franchthi, che si affaccia sul golfo di Nauplia. In questa grotta, che è stata frequentata dall’uomo fin dal Mesolitico, è stata trovata ossidiana lavorata in uno strato datato intorno all’8500 a.C.. Le analisi petrografiche hanno dimostrato che questa ossidiana è provenuta dall’isola di Milo, che è distante 150 km. Negli stessi strati sono state trovati anche resti di pesci di grande taglia, che indicano una pesca d’altura.

Infine, potrebbe essere non del tutto casuale anche il fatto che nell’entroterra che si affaccia sullo stesso golfo di Nauplia vi è la massima concentrazione di importanti città fortificate con mura megalitiche: in un raggio di appena 10 km troviamo Nauplia, Micene, Tirinto e Argo.

Tucidide ci fornisce un dettaglio interessante: i Pelasgi si distinguevano per il fatto che costruivano le loro città che si trovavano in prossimità del mare con le mura fondate sulla spiaggia stessa. Questo dettaglio corrisponde a quanto è stato ricostruito per Pyrgi e forse anche per Orbetello.

Questa civiltà delle città fortificate con mura megalitiche, che possiamo senza timori chiamare pelasgica, potrà continuare a svelare i suoi segreti se si svilupperà la volontà che ciò avvenga. In particolare l’archeologia subacquea potrebbe attivarsi per acquisire nuovi dati circa l’età delle prime mura poligonali. Dato che, a quanto pare, Orbetello è stata fondata al livello del mare durante lo stazionamento che il mare ha avuto a -4 m e questo ha permesso di attribuire a tale evento un’età di almeno 7360 anni circa, si potrebbe fare un piccolo passo verso la precisazione dell’inizio della civiltà pelasgica se si trovasse in qualche punto del Mediterraneo una analoga fortificazione fondata su un terreno alla quota del precedente stazionamento marino, cioè a -9 m, a condizione che l’area indagata possa essere considerata stabile. Magari potrebbe essere utile tener conto di quanto riferisce ancora Tucidide, secondo il quale i Pelasgi, per favorire i propri traffici, si erano insediati in corrispondenza degli istmi.

Viene proposto infine che l’unità di misura riscontrata per le opere poligonali dell’Italia centrale e di Atene e Milo sia chiamata “dito pelasgico”.

Opere citate

G. Lugli (1946). Corso di Topografia dell’Italia antica. Edizioni dell’Ateneo, Roma. 130 pp.
G. Lugli (1947). Le fortificazioni delle antiche città italiche. In RAI, II, pag. 294-307.
G. Lugli (1957). La tecnica edilizia romana, con particolare riguardo a Roma e Lazio. Bardi.
G. Lugli (1965). Conclusioni sulla cronologia dell’opera poligonale in Italia. In Studi minori di topografia antica. Roma. pag. 27-32.
E. Polito (2011). a cura di. Guida alle mura poligonali della provincia di Frosinone. Provincia di Frosinone. 96 pp.
M. Pincherle (1990). La civiltà minoica in Italia. Le città saturnie. Pacini. 218 pp.
R. Mortari (2005). A new reconstruction of recent sea level changes. A reference for a correct appraisal of subidence in coastal areas. Atti III Congresso Nazionale AIAR, Bressanone. Patron. p. 433-443.
R. Mortari (2010). I ritmi segreti dell’Universo. Aracne. Roma. 336 pp.
R. Mortari (2012). 2012 – Dalla profezia Maya alle previsioni della scienza. 85 pp.
R.L. Scranton (1941). Greek walls. Cambridge, Mass.
Roma, 19 novembre 2012

Antico taglio – Ancient cut

 Archeologia, Materia  Commenti disabilitati su Antico taglio – Ancient cut
Giu 202019
 

Il tempo è inesorabile. (…) ci lascia con solo “frammenti” che spesso vengono estratti solo con grande difficoltà. E più tempo è passato dal momento di una certa realtà, ai giorni nostri, più i piccoli “frammenti” sono a nostra disposizione per la ricostruzione di questo “gigantesco mosaico”.

L’antico taglio

A chi non sarà capitato di ammirare la magnificenza delle piramidi in Egitto e domandarsi come sia stato possibile edificarle per gli antichi che disponevano di mano d’opera e mezzi primitivi.
Le piramidi, realizzate con blocchi di calcare mediamente pesanti 2 Tonnellate e mezza.
Analizzando il lavoro compiuto, hanno :
1) Tagliato i blocchi di calcare della dimensione desiderata
2) Trasportato i blocchi di calcare dalla cava a Giza
3) Hanno messo in opera tonnellate e tonnellate di blocchi fino all’altezza di : 61 m. (Micerino), 136 m. (Chefren) e 139 m. (Cheope).

Un lavoro a dir poco titanico considerato che secondo le testimonianze furono impiegati solo 20 anni per realizzare quella di Cheope.
Inoltre gli antichi egizi hanno creato artefatti che non possono essere semplicemente spiegati. Gli strumenti in rame non corrispondono assolutamente al “livello di abilità”, che è evidente negli artefatti. Ci sono una serie di oggetti intriganti che sono sopravvissuti a questa civiltà e, nonostante i suoi monumenti più visibili e impressionanti, abbiamo solo una comprensione frammentaria delle piene capacità della sua tecnologia. Gli strumenti esposti dall’Egittologia come strumenti per la creazione di molti di questi incredibili reperti sono fisicamente incapaci di produrli.
Un egittologo britannico, Sir William Flinders Petrie, ha riconosciuto che questi strumenti erano insufficienti. Ha studiato a fondo questa anomalia nelle Piramidi e nei Templi di Giza e ha espresso stupore per i metodi che gli antichi egizi usavano per elaborare rocce vulcaniche solide. Li ha collegati a metodi che “… stiamo solo ora iniziando a comprendere”.

William Matthew Flinders Petrie

Nel 24 Aprile 1883, Sir William Matthew Flinders Petrie (Charlton, 3 giugno 1853 – Gerusalemme, 28 luglio 1942) presentò all’Istituto Antropologico di Londra, uno studio sui fori effettuato su blocchi di roccia molto dura come il granito e il diorite.
Link documento : https://issuu.com/derekwillstar/docs/on-the-mechanical-methods-of-the-an

On the Mechanical Methods o… by on Scribd

Tra i vari dati tecnici riportati da Petrie, si poteva osservare quello di un foro realizzato su un blocco di granito dal diametro di 5,6 cm. E all’interno un solco a spirale con cinque giri con una differenza tra di loro di 2,3 millimetri, il che significa quasi un metro di profondità con un solo giro di perforazione.
Anche nel caso dei blocchi della Grande Piramide, le cifre erano sconcertanti in quanto si vedeva che in ogni giro il trapano entrava nella roccia di granito rosso per 2,5 millimetri; un dato inspiegabile se consideriamo che con la nostra moderna tecnologia i trapani di diamante sintetico perforano 0m05 millimetri alla volta esattamente cinque volte meno di quelli primitivi e rudimentali trapani egizi.
Negli altri fori studiati dal diametro di 11,43 cm. E realizzati su un durissimo blocco di diorite si poteva osservare il solco a spirale che raggiungeva le 17 volte, cioè nientemeno che 6 metri con un solo giro.
Tra la sorpresa e l’incredulità continuarono ad apparire nuovi dati di fori di ogni tipo di diametro, dai 70 cm. Fino a quelli minuscoli da 1 cm. Ma non meno effettivi dei primi al momento della penetrazione nella dura roccia.
I nostri materiali per la foratura più moderni della durezza massima secondo la scala di Mohs, raggiungono il livello 11 su 10, che è quella del diamante, una pietra che gli Egiziani non conoscevano. Questi materiali di livello 11 come il diamante nero, sono molto lontani dall’ottenere i risultati raggiunti dagli antichi strumenti egizi.
Secondo la scala di Mohs, che stabilisce un livello da 1 a 10 per la durezza dei materiali, a B. Baker, dopo aver applicato una semplice regola di tre, non rimase altro che viste le irrefutabili prove ed evidenze che ancora oggi rimangono tali e quali, assicurare che il materiale impiegato per le trapanature degli antichi Egizi avrebbero dovuto avere perlomeno una durezza di livello 500.
Un autentico controsenso se teniamo presente il livello 11 che è il massimo raggiunto dalla tecnologia del XX secolo a partire dagli elementi sintetici e un livello 101 che è anche il massimo che troviamo in natura.
Tra le conclusioni finali che troviamo nel resoconto Baker risalta quella che segue:
“…L’unica differenza nel funzionamento del trapano antico e quello moderno è una enorme pressione sui trapani che le nostre moderne frese d’acciaio e diamante non possono resistere.
La pressione massima che un moderno trapano può sopportare è di un 50 chili, però gli strumenti egiziani ne sopportavano almeno 2.000…”

Seguono alcune caratteristiche dell’Antico Taglio :

Carotaggio – Core drill

Tratto da link : http://old.lah.ru/konspekt/taina/amae-text.htm (Tradotto da Google)
Restringimento all’estremità e fori e il nucleo.
Scanalatura a vite simmetrica dopo queste costrizioni, a indicare che il trapano si è spostato nel granito con una velocità di avanzamento di 0,1 pollici per giro del trapano.
Il fatto sorprendente è che la scanalatura a spirale del trapano è più profonda quando passa attraverso il quarzo che attraverso il feldspato più morbido.
In normali lavorazioni, si verificherebbe una tale inversione. Nel 1983, Donald Ran ( Rahn Granite Surface Plate Co., Dayton, Ohio) mi ha detto che le frese diamantate, ruotando ad una velocità di 900 giri al minuto, penetrano nel granito alla velocità di 1 pollice in 5 minuti. Nel 1996, Eric Leiter (Trustone Corp) mi ha detto che questi parametri non sono cambiati da allora. La velocità di avanzamento dei trapani moderni è quindi di 0.0002 pollici per giro, a dimostrazione del fatto che gli antichi egizi erano in grado di perforare il granito con una velocità di avanzamento di 500 volte superiore (o più profonda per giro di foratura) rispetto alle trivelle moderne. Altre caratteristiche rappresentano anche un problema per le esercitazioni moderne. I trapani antichi creavano fori affusolati con una scanalatura a spirale che veniva perforata più in profondità attraverso l’elemento più duro del granito.

Vetrificazione della materia – The Reflex

Un’altro aspetto da considerare è la vetrificazione della Materia, ottenuta tramite l’antico taglio, una lavorazione che restituisce superfici riflettenti.

(La parte soggetta al taglio è come se subisse una sorta di “ceramizzazione” che la rende più fragile ma può essere più o meno lucida) :

Rendere la materia soffice – Soft Stones

La materia sottoposta all’Antico taglio viene resa “soffice” (della consistenza della ricotta) almeno per un certo periodo, finché non si “scarica” dall’energia primordiale di cui è stata caricata (anche tramite il potere delle punte) fino ad allora, è possibile asportarla, o modellarla agevolmente :

Vasi di pietra

Granito, perfettamente bilanciata (produrre un pezzo del genere in argilla sarebbe molto impressionante, in granito è incredibile.)

Granito, perfettamente bilanciata (produrre un pezzo del genere in argilla sarebbe molto impressionante, in granito è incredibile.)

Ma il grande trionfo è una ciotola di diorite (No. 4716) Traslucida e piena di piccole inclusioni, ancora questa ciotola, 6 pollici di diametro, è solo 1/40 di pollice (0,025′) di spessore nella sua parte più grande ; giusto dietro l’angolo il suo spessore, dove si ingrossa, ma una piccola scheggiatura proprio all’esterno della forma dimostra la sua straordinaria sottigliezza non più spessa di una carta da gioco. (W.M.F. Petrie 24 April 1883)

Attualmente siamo in grado di riprodurre vasi di pietra in questo modo, scavando solo un buco all’interno, mentre gli antichi riuscivano a lavorare interamente il pezzo.

Ciotola in Diorite, la materia è stata piegata per realizzare gli orli.

Questo è il modo in cui venivano realizzati i vasi con l’antico taglio, asportando completamente la materia in eccesso.

Ciotola in Diorite, talmente sottile che è stata resa trasparente.

Vaso Assiro in Ametista, durissima e facilmente scheggiabile.


Consultare anche il link : https://www.fortunadrago.it/5554/vasi-roccia-pietra/

Colosso di Ramesse

Il Colosso di Ramses II a Mit Rahina

Quando la statua fu scoperta nel 1820, Muhammad Ali Pasha, il governatore dell’Egitto in quel momento, donò la statua al British Museum, ma il museo si scusò per aver accettato il dono. Nonostante la magnificenza della statua, non sono riusciti a trovare un modo per trasportarlo a causa delle sue dimensioni e del suo peso. La Gran Bretagna era il paese dominante del mondo in quel momento e con le flotte più grandi, nonostante non riuscisse a trovare un modo sicuro per trasportarlo, la statua nella sua dimensione completa pesa quasi 100 tonnellate .. In Egitto, hanno scoperto che il taglio e il trasporto è costoso. Hanno trovato più facile lasciare nello stesso posto e creare un museo intorno ad esso! .. Voglio che tu, caro lettore, immagini come viene trasferito il produttore dalla sua posizione originale a questo posto!

Questa statua, che è stata esaminata dall’ingegnere Christopher Dan negli anni Novanta e ha notato qualcosa di transitorio .. che le aperture del naso della statua sono simili .. Questa è stata una motivazione per fare uno studio sul volto della statua nel 2005 e provato un “semitre” completo dalla fronte all’enorme statua (un’asimmetria tra le due metà del viso) che lo ha completamente escluso di essere scolpito con martelli e scalpelli e che c’è un altro modo di intagliare la statua che non è stato ancora scoperto.

Non dobbiamo aver paura di riconoscere che non sappiamo cosa sia realmente la Materia e ne tanto meno la Gravità. Che gli antichi avessero delle conoscenze e tecniche di manipolazione della Materia migliori delle nostre attuali ed hanno reso possibile ciò che oggi per noi è IMPOSSIBILE.

Link presenti sul sito per approfondire :

Che cos’è la Materia per la Scienza… : https://www.fortunadrago.it/2078/che-cose-la-materia-secondo-la-scienza/

I Maestri della Materia : https://www.fortunadrago.it/2398/i-maestri-della-materia/

Edward Leedskalnin (il costruttore solitario di Coral Castle – Homestead – Florida) : https://www.fortunadrago.it/approfondimenti/edward-leedskalnin/

Particelle solari mutano la Materia sulla Terra… : https://www.fortunadrago.it/2578/particelle-solari-mutano-la-materia-sulla-terra-lo-strano-caso-dei-brillamenti-solari-e-degli-elementi-radioattivi/

Universo Magnetico : https://www.fortunadrago.it/2744/universo-magnetico-primer-fields/

Energia Liquida : https://www.fortunadrago.it/2881/energia-liquida-teoria/

Effetto Hutchison : https://www.fortunadrago.it/3400/effetto-hutchison/

La Materia energia solidificata : https://www.fortunadrago.it/3868/la-materia-energia-solidificata/

Tutto ciò non è che bolle di sapone : https://www.fortunadrago.it/5084/non-bolle-sapone/

Vita Minerale : https://www.fortunadrago.it/5121/vita-minerale-mineral-life/

Vasi di roccia (pietra) : https://www.fortunadrago.it/5554/vasi-roccia-pietra/

Lo strano caso di Rolando Pelizza : https://www.fortunadrago.it/6137/lo-strano-caso-rolando-pelizza/

Viviamo in un Universo Magnetico : https://www.fortunadrago.it/6315/viviamo-un-universo-magnetico/

Breve storia dell’etere : https://www.fortunadrago.it/6744/breve-storia-delletere-dagli-antichi-greci-fino-al-xx-secolo/

Il segreto di madre natura : https://www.fortunadrago.it/approfondimenti/pierluigi-ighina/il-segreto-di-madre-natura/

Così la vespa orientalis utilizza l’energia solare

 Biologia, Energia, Sole  Commenti disabilitati su Così la vespa orientalis utilizza l’energia solare
Ago 172018
 
vespa orientalis

Tratto dall’originale link : http://www.nextme.it/scienza/natura-e-ambiente/1302-cosi-le-vespe-producono-energia-solare

vespa_orientalis

Un gruppo di scienziati di Tel Aviv ha scoperto che una particolare specie di vespepresenta un apparato simile alle celle solariper la produzione di energia. La vespa in questione è un imenottero della famiglia delle Vespidae, simile al calabrone, che può raggiungere le dimensioni di circa tre centimetri, precisamente identificata con il nome di ‘vespa orientalis’ (Vespa orientalis Linnaeus).

È diffusa soprattutto nel sud est dell’Europa e nel Medio Oriente; in Italia è presente nelle regioni meridionali e in Sicilia e nidifica solitamente all’interno di cavità ricavate nei muri e negli alberi, oppure direttamente nel terreno. Osservandone l’attività giornaliera, che consiste soprattutto nel lavoro presso la propria tana, gli scienziati hanno appurato che questo tipo di vespe lavora molto anche durante l’inverno, e che la loro attività è molto più frenetica durante le ore centrali della giornata.

Pare che il numero di vespe che entrano ed escono dalla tana, infatti, sia doppio quando il sole è alto, esattamente al contrario di ciò che succede con altri insetti simili. Ipotizzando una correlazione tra la maggiore insolazione e la maggiore attività, le osservazioni e gli esperimenti si sono indirizzati nello studio dei processi metabolici.

I ricercatori israeliani non sono nuovi a questo tipo di scoperte che riguardano le vespe: alcuni importanti studi sia sul comportamento sociale che sulla biologia di questi insetti, sono stati pubblicati dal 2004 al 2007 e costituiscono la logica premessa a quanto reso noto solo pochi giorni fa da Jacob Ishay, professore alla Facoltà di Medicina dell’università di Tel Aviv, durante un’intervista alla ‘BBC’.

Le vespe, come se fossero dei veri pannelli solari, utilizzano due zone corporee che si trovano sull’esoscheletro, (detto anche cuticola, che altro non è che un rivestimento esterno che protegge l’animale) una di colore marrone e l’altra gialla. Per molto tempo si è pensato che questa doppia colorazione avesse fondamentalmente una funzione difensiva rispetto agli altri animali. In realtà, secondo Ishay, l’esoscheletro ha delle proprietà molto più interessanti: la parte marrone contiene melanina e la parte gialla contiene xantopterina, che è il pigmento giallo presente in molti animali, specialmente nelle farfalle e nelle vespe, ma presente anche nell’urina dei mammiferi.

Ebbene, le due superfici corporee diversamente pigmentate e presenti sul corpo della vespa orientalis, sono capaci di catturare il 99 per cento dell’energia solare da cui sono colpite. Le radiazioni sono assorbite dalla cuticola attraverso i pigmenti e trasformate in energia.

È da molti anni che siamo a conoscenza del fatto che le piante utilizzano l’energia del sole, ma “è’ la prima volta che si scopre che una creatura utilizza il sole come forma diretta di energia”, ha detto Ishay, il quale ha aggiunto che dalle applicazioni dello studio di questo animale “potremmo imparare a costruire celle solari molto efficienti”.

Pasquale Veltri

Tratto dall’originale link : http://www.nextme.it/scienza/natura-e-ambiente/1302-cosi-le-vespe-producono-energia-solare

 

Osservazioni

E’ interessante notare come le zone che sono interessate al pigmento, che attira l’energia solare, siano quelle identificate dalla seguente immagine…

E cioè cervello (5) e cuore (14)

Tratto da link : http://www.mielidautore.it/alveare-morfologia.htm

Schema anatomico di un insetto generico

Schema anatomico di un insetto generico A– Capo; B– Torace; C– Addome

 

1 antenna;
2 ocello inferiore;
3 ocello superiore;
4 occhio composito;
5 cerebro (cervello);
6 protorace;
7 arteria dorsale (aorta);
8 apparato tracheale (trachee + spiracoli tracheali);
9 mesotorace;
10 metatorace;
11 ali (primo paio);
12 ali (secondo paio);
13 mesenteron (tratto medio del tubo digerente);
14 cuore;
15 ovario;
16 proctodeo (tratto finale del tubo digerente);
17 ano;
18 genitali;
19 catena gangliare ventrale;
20 tubi Malpighiani;
21 ultimo tarsomero;
22 unghie del pretarso;
23 tarso + pretarso;
24 tibia;
25 femore;
26 trocantere;
27 stomodeo (prima parte del tubo digerente);
28 ganglio toracico;
29 coxa;
30 ghiandola salivare;
31 gnatocerebro;
32 apparato boccale.



Antenne (1)
Nell’ape, ciascuna antenna (breve, filiforme e genicolata) è costituita da un articolo basale, o scapo, seguito da un articolo più breve detto pedicello e da una porzione distale, o flagello, quest’ultimo composto da 11 articoli nelle femmine e di 12 nei maschi. Il flagello contiene numerose fossette olfattive che conferiscono all’ape un acuto senso dell’olfatto; esse sono in numero di 1600 nell’antenna della regina, 2400 in quella di un’operaia e 1000 in quella di un fuco, e sono frammiste a numerosi peli tattili, in numero di circa 7000 sull’antenna dell’operaia e di 1000 su quella del fuco. Lo scapo si articola con il capo entro una fossetta, detta torulo, attraverso la quale giungono fino all’apice antennale liquidi e tessuti di provenienza interna (nervi, trachee, emolinfa,ecc.).

Apparato boccale (32)
L’apparato boccale tipico degli insetti era in origine masticatore, quale si ritrova ancora negli Ortotteri, Coleotteri, etc. Gli adattamenti dovuti ai regimi alimentari hanno però determinato negli insetti radicali trasformazioni. Nell’ape, i pezzi originari si sono trasformati costituendo un apparato boccale lambente e succhiante. Il complesso maxillo-facciale si piega tra cardini e stipiti, e si sposta un po’ all’indietro sotto il cranio, costituendo un canale temporaneo per suggere il nettare. L’organo aspirante, lungo e flessibile, è formato dalle glosse labiali; per mezzo di questo le api raccolgono il nettare e manipolano il miele nell’arnia. I lati di questa ligula sono ripiegati verso l’interno e verso il basso, fino quasi ad incontrarsi, per formare un tubo racchiuso dalle mascelle e dai palpi labiali.Il labium (labbro inferiore) è provvisto di palpi assai sviluppati e 4-articolati (con il primo articolo molto allungato e piuttosto largo, il secondo più corto, gli ultimi molto brevi) e di una ligula (o glossa, o lingua) lunga (in estensione misura 5,5-7 mm), cilindrica, densamente pelosa, flessibile e contrattile, percorsa da un solco ventrale (canale ligulare) e terminante con un’espansione a cucchiaio (labello o flabello). Le galee mascellari ed i palpi labiali, accostandosi alla ligula formano un tubo, o proboscide, delimitante un canale di suzione che permette all’ape di succhiare il nettare liquido mediante l’azione aspirante del cibario (porzione della cavità boccale anteriore alla faringe) e della faringe (pompa cibario-faringea), convogliandolo nella grande ingluvie (o borsa o borsetta melaria, o stomaco mellifico), un sacco a parete estensibile costituito da una dilatazione dell’esofago, dove il nettare subisce una prima trasformazione chimico-fisica che lo converte in miele.
Alla base della faccia interna delle mandibole sboccano 2 ghiandole mandibolari; nelle operaie esse producono una frazione della gelatina, o pappa reale, e sono funzionali in relazione alla lavorazione della cera; nei fuchi sono ridotte ad una piccola masserella; nella regina sono molto sviluppate e producono il feromone di coesione della colonia (miscela degli acidi 9-ossodeca-trans-2-dnoico e 9-idrossi-2-dnoico che ha la funzione di far identificare la regina come tale all’interno e fuori dell’alveare, di inibire lo sviluppo dei loro ovarìoli, e di impedire la costruzione di celle reali).
Quando il livello di questo feromone nella colonia scende al disotto di un certo valore (per la morte o l’invecchiamento della regina, o per un eccessivo aumento della popolazione), l’inibizione cessa e le operaie cominciano a costruire celle reali in cui allevare nuove regine o, eccezionalmente, sviluppano ovarioli funzionali (operaie ovificatrici) e depongono uova partenogenetiche maschili. Sulla superficie dorsale del labbro inferiore sboccano le ghiandole labiali, o salivari, presenti in tutte e tre le caste, e costituite da due distinti sistemi ghiandolari: le ghiandole postcerebrali, situate contro la parete posteriore del capo, e le ghiandole toraciche, situate nella porzione ventrale anteriore del torace; il loro secreto ha funzioni non ancora del tutto chiarite, una della quali è probabilmente quella di sciogliere le sostanze zuccherine presenti nell’alimento facilitandone così la suzione.

Zampe (21-22-23-24-25)
La zampa di Apis mellifica porta un tarso 5-articolato con pretarso con 2 unghie ed arolio. Nella zampa anteriore (protoracica), la tibia reca sul margine anteriore della superficie interna una frangia di peli corti e rigidi che costituiscono la spazzola degli occhi , usata dall’ape per pulire gli occhi composti, e, inserita sul suo margine distale esterno, una spina mobile piatta detta sperone o raschiatoio semicircolare provvisto di spine disposte circolarmente a pettine, che si sviluppa sul margine interno del primo articolo del tarso. Quando la zampa si piega, lo sperone chiude l’apertura dell’incavo delimitando, in tal modo, un foro attraverso il quale l’ape fa passare l’antenna per pulirla e liberarla dalla polvere e dai granuli di polline. Lunghi peli distribuiti sul basitarso formano la spazzola del polline che l’ape usa per raccogliere i granuli pollinici dalle parti anteriori del corpo: incrociando le zampe l’ape spinge il polline dentro la cestella aiutandosi con la spazzola del polline situata sul primo articolo del tarso, che è particolarmente sviluppata. Nella zampa media (o mesotoracica), il tarso appiattito è provvisto anch’esso di una spazzola del polline per asportare i granuli pollinici dalle zampe anteriori e dal corpo; e l’estremità distale interna della tibia reca uno sperone o spina tibiale che l’ape usa come leva per staccare le lamelle di cera, secrete dalle ghiandole situate nella regione sternale dell’addome, e le pallottoline di polline dalle cestelle quando, giunta nell’alveare, deve scaricarle e disporle nelle apposite celle, come dispositivo di pulizia per liberare dai corpi estranei le ali e gli spiracoli tracheali,ecc. Nella zampa posteriore (o metatoracica), la larga tibia presenta esternamente una lieve concavità marginata da forti e lunghi peli incurvati, che forma la cestella (o cestello, o corbella, o corbicula) dove l’ape accumula il polline per trasportarlo nell’alveare. In corrispondenza della articolazione tibio-tarsale, il margine distale libero della tibia, provvisto di un pettine o spazzola della cera, formato da numerose grosse spine, ed il margine prossimale libero del tarso, provvisto di peli e ricurvo a forma di becco (sperone tarsale o auricola), formano una pinza tibio-tarsale che serve per raccogliere le lamelle di cera dall’addome. La faccia esterna del basitarso è provvista di peli collettori per raccogliere i granuli pollinici dalle parti posteriori del corpo e la sua faccia interna reca una decina di serie trasversali di spine brevi e robuste, rivolte verso il basso, che costituiscono la spazzola del polline o scopa.

Torace (B)
Nell’ape si ha un grande sviluppo del mesotorace, suddiviso in scleriti secondari e col noto distinto in una porzione anteriore prescuto-scutale ed in una posteriore scutello-postscutellare. Modesto sviluppo del protorace. Il primo urite ha perduto la regione sternale ed è venuto ad accollarsi al metanoto, entrando a far parte integrante del torace (epinoto o propodeo), cosicché il torace medesimo, veduto dorsalmente, appare costituito da 4 anzicchè 3 regioni tergali.

Addome (C)
L’addome dell’ape è costituito da 10 segmenti (o uriti, da urà, coda), dei quali, però, solo alcuni morfologici e visibili esternamente (col decimo comunemente ridotto o membranaceo, o fuso col nono). Il primo urotergo e le sue aree laterali si sono integrati col torace formando, in questo tagma, un quarto tergo che ha preso il nome di propodeo, o epinoto. Conseguentemente la parte rimanente dell’addome, dal secondo urite in dietro (detta gastro) si collega col propodeo mediante un peduncolo detto peziolo. Il VII urosterno funziona sempre da lamina sottogenitale. VIII e IX urite non risultano distinti quali scleriti a sé stanti. IV e VII prosterno ciascuno con due larghe aree ovoidali (specchi) attraverso i quali passa la cera fluida attraversando la loro sottile cuticola. La ghiandola di Nassonoff è sita sotto la membrana intersegmentale, tra il VI ed il VII urotergo e sbocca nella parte anteriore di quest’ ultimo.

Pungiglione
All’estremità distale del corpo dell’ape è presente l’aculeo, o pungiglione, un ovopositore modificato di cui sono provviste solo le operaie e la regina. È formato da uno stilo lungo e sottile che nella parte prossimale si allarga in un bulbo cavo. Lo stilo è formato da una guaina a doccia che si prolunga con il bulbo ed abbraccia due stiletti slanciati e seghettati per la presenza di una decina di denti rivolti all’indietro. Gli stiletti e la guaina delimitano un canale che si apre alla estremità dello stilo, ai lati del quale si trovano le due valve dell’aculeo dotate di numerose piccole spine e di sensilli. L’apparato del pungiglione comprende: – una guaina dorsale cava; – uno stilo o dardo, costituito da due stiletti, o aghi, o lamelle, ciascuno dei quali è provvisto di circa 9 dentelli con la punta rivolta all’indietro che trattengono lo stilo nella ferita (quando questa è inferta in tessuti elastici e molli, come quelli dei mammiferi), ed è percorso ventralmente da un solco che permette loro di scorrere l’uno sull’altro sotto l’azione dei muscoli situati alla loro base interna e di penetrare così alternativamente e sempre più profondamente nei tessuti della vittima; – 2 processi digitiformi rivolti all’indietro quando l’aculeo è protratto e disposti ai suoi lati quando è retratto, i quali sono chiamati appendici palpiformi o palpi dell’aculeo, poiché sono considerati come organi di senso che comunicano all’ape quando l’addome è a contatto con il corpo in cui essa vuole infiggere il suo aculeo; – un grande sacco del veleno mediano, alimentato da una ghiandola acida (formata da due masse ghiandolari) e da una ghiandola alcalina, il cui secreto viene miscelato ed iniettato nella ferita al momento della puntura. Fra i componenti identificati del veleno vi sono: istamina (un aminoacido che determina reazioni allergiche), melittina (una proteina farmacologicamente attiva), fosfolipasi A (un enzima che idrolizza i fosfolipidi), ialuronidasi (un complesso enzimatico di natura proteica che depolimerizza l’acido ialuronico facilitando lo scambio dei liquidi attraverso il tessuto connettivale), apamina (un peptide basico ricco di zolfo). Al momento della puntura, al veleno si mescola il feromone di allarme (a base di acetato di amile) che attira le altre operaie sulla vittima. Un’operaia muore un paio di giorni dopo avere usato il suo aculeo, poiché tutto l’apparato del veleno ed altre parti adiacenti vengono strappate del corpo dall’ape, assicurando così un’azione protratta dell’aculeo che continua la penetrazione e ad iniettare veleno nella ferita anche dopo che l’ape si è allontanata. Quando l’ape operaia infigge il suo pungiglione nel tessuti di un vertebrato, essa non può più estrarlo a causa degli uncini di arpionamento rivolti all’indietro, come le punte della lancia di un fucile subacqueo. L’ape, allontanandosi, strappa i propri tessuti; insieme al pungiglione, allora, essa lascia anche le annesse ghiandole velenifere, muscoli, gangli nervosi e la ghiandola che emette il feromone di allarme. L’aculeo che rimane nella ferita è in grado di fungere da arma automatica, continuando da solo la penetrazione nella ferita e ad iniettare il veleno, mentre la ghiandola continua ad emettere il feromone di allarme; quest’ultimo richiama le altre operaie e le induce ad aggredire, a loro volta, la vittima.

Apparato digerente (C)
Alla faringe segue l’esofago, un lungo e sottile tubo che, dopo avere attraversato tutto il torace, entra nell’addome; qui si allarga a formare l’ingluvie o borsa melaria, notevole serbatoio dalle pareti estensibili. All’ingluvie segue il proventricolo (con cui termina l’intestino anteriore o stomodeo (27), comprendente la faringe, l’esofago con l’ingluvie, e il proventricolo) il quale si apre nell’ingluvie mediante un dispositivo valvolare costituito da 4 bande delimitanti un’apertura a X (e perciò denominato valvola a X), che favorisce il passaggio dell’alimento nello stomaco ed impedisce il rigurgito. La valvola ad X fa sì che il miele non fluisca oltre, nel tubo digerente, e venga quindi digerito; essa impedisce al nettare ed al miele di entrare nell’intestino medio quando non si rendono necessari come alimenti e di impedire al contenuto dell’intestino di riversarsi nell’ingluvie quando l’ape rigurgita il miele contenuto in essa. L’operaia, infatti, quando ha fame, apre la valvola e si somministra la sua razione. L’intestino medio, o mesenteron, detto anche stomaco, o ventricolo, o ventricolo chilifero, è tappezzato da uno strato di cellule epiteliali deputate alla secrezione dei succhi digestivi per la digestione dell’alimento e all’assorbimento delle sostanze digerite. L’intestino posteriore (16), o proctodeo, comprende l’intestino tenue e l’intestino retto. L’intestino tenue, in cui si apre l’intestino medio mediante la valvola pilorica, riceve nel suo tratto iniziale lo sbocco di circa 100 tubi malpighiani (20), lunghi e contorti, deputati all’espulsione dei cataboiliti. L’intestino retto comprende una parte prossimale, la cui parete è percorsa da cordoni longitudinali detti papille rettali ed aventi una funzione imprecisata, ed una porzione distale voluminosa, chiamata ampolla rettale, in cui vengono accumulate le feci per essere espulse attraverso l’ano (17) nei cosiddetti “voli di purificazione” (le api non evacuano all’interno dell’alveare, ma in volo).

Apparato respiratorio
Apis mellifica è specie olopneustica poiché possiede 10 paia di stigmi, 2 nella regione pleurale del II e II segmento toracico, ed 8 nelle regioni laterali degli uriti (addome).

Apparato circolatorio
Il vaso dorsale si presenta differenziato in un primo tratto addominale (cuore) (14) a fondo cieco e ricco di fibre muscolari circolari e longitudinali, ed è, a sua volta, suddiviso in camere (4-5 ventricoliti); ogni camera cardiaca è munita di un paio di aperture a valvola (ostioli) che favoriscono l’entrata dell’emolinfa dalla cavità. Il cuore si continua in avanti con un tubo che si estende fino nel capo (aorta) (7). L’aorta presenta pareti sottili e lisce, non forate, ed è spesso ramificata, soprattutto nel capo.

Sistema nervoso
Il cerebro (5) delle api occupa un volume di circa 1 mm3 e pesa circa 1 mg, cioè 1/100 del peso dell’ape. Il numero totale di neuroni nel cervello è stimato in 950 000. I principali territori del cervello dell’ape sono i lobi ottici, i lobi antennali, i corpi fungiformi e il complesso centrale.

Corredi genetici dei membri della colonia
Apis mellifera è specie aplo-diploide in quanto il maschio è aploide, derivante da uova non e la femmina è diploide, derivante da uova regolarmente fecondate. Il corredo cromosomico è 2n=32 , ed i maschi, quindi, sono portatori del solo corredo n=16 di derivazione materna. La determinazione aplo-diploide del sesso, caratteristica nelle formiche, vespe ed api ( Hymenoptera Formicoidea, Vespoidea ed Apoidea) secondo alcuni autori sarebbe particolarmente favorevole alla evoluzione sociale, e spiegherebbe perciò il suo ripetuto comparire nell’ambito di questi gruppi. Le madri e le figlie hanno in comune 1/2 dei geni, le sorelle ne hanno i 3/4; conseguentemente, le figlie risultano meglio predisposte ad aiutare la madre a prolificare ulteriormente che non a prolificare esse stesse, favorendo la nascita di individui che, per i 3/4, hanno il loro medesimo corredo genetico. Sarebbe questa una spiegazione del perché, negli Imenotteri sociali, i maschi non sono “socializzati”, mentre lo sono negli Isotteri, i cui maschi sono invece diploidi. Negli Imenotteri, infatti, i maschi e le loro figlie hanno in comune 1/2 dei geni ereditari, i maschi e le loro sorelle e fratelli solamente 1/4 dei geni. Anche l’Apis cerana ha 32 cromosomi, ed è ibridabile con Apis mellifica.
Sono stati documentati i meccanismi genetici che determinano l’indirizzo di sviluppo di una giovane ape in operaia oppure in regina. Legando una serie di immagini che descrivono quali geni sono attivi, sono stati individuati con esattezza i meccanismi con i quali gli ormoni, stimolati da fattori ambientali, nutrizionali e feromonici, fanno sì che le larve attivino i geni necessari a compiere il loro destino. Ciò rappresenta la prima visione su scala genomica di questo tipo di sviluppo. Le femmine di Apis mellifica, infatti, cominciano la loro esistenza come larve bipotenziali, sebbene ospitate in celle diverse, con la capacità cioè di formarsi nella morfologia ed anatomia di entrambe le caste, quella delle operaie o quella delle regine. (questa potenzialità è detta polifenismo). Il risultato è stato ottenuto utilizzando profili di espressione dei geni noti come “array”; con essi è stato possibile stabilire esattamente quali geni fossero attivi durante lo sviluppo delle larve. Dalle osservazioni si è potuto concludere che le larve destinate a diventare regine sembrano attivare un insieme distinto di geni legati alla casta, inclusi quelli responsabili del metabolismo e della respirazione. Nel caso delle api operaie, viceversa, continuano a esprimersi i geni tipici della fase giovanile di larva. La differenza nell’espressione dei geni porterebbe alle differenze morfo-anatomiche e funzionali. I geni regolerebbero molto da vicino il comportamento delle api, al punto che l’occupazione e il ruolo di una singola ape può essere prevista conoscendo il profilo dell’espressione genica nel suo cervello. Un complesso studio molecolare su 6878 differenti geni, replicati con 72 microarray di cDNA, che hanno catturato l’essenza dell’attività genica del cervello delle api ha rivelato che, anche se la maggior parte delle differenze nell’espressione genica era molto piccola, erano osservabili cambiamenti significativi nel 40 per cento dei geni studiati. Le microarray hanno consentito di studiare l’attività dei geni generando misure simultanee dell’RNA-messaggero, che riflette i livelli dell’attività delle proteine. Il mRNA si lega a siti specifici sulle array, consentendo la misura dell’espressione di migliaia di geni. Quindi vi è una chiara impronta molecolare nel cervello delle api associata in modo consistente con il comportamento specifico dell’individuo, e questo fatto dà una immagine del genoma come entità dinamica, coinvolta nella modulazione del comportamento nel cervello adulto (da Robinson).

Da consultare anche il seguente link : https://www.fortunadrago.it/4258/apis-mellifera-ape-mielifera/

Le Api Mellifere difendono l’alveare dalla vespa orientalis, soffocandole :

Defending the Nest Against Its Archenemy, The Cyprian Honeybee Apis Mellifera Cypria Confronting the Orient… by D.Domenico on Scribd

Breve storia dell’etere: dagli antichi Greci fino al XX secolo

 Etere  Commenti disabilitati su Breve storia dell’etere: dagli antichi Greci fino al XX secolo
Mag 022018
 

Tratto dal link originale : https://www.scienzaeconoscenza.it/blog/scienza_e_fisica_quantistica/che-cos-e-l-etere

Fisica, atomi e storia. Cos’è l’etere e come è nato? Un’analisi approfondita partendo dall’antica Grecia fino ai giorni nostri


Gabriele Muratori – 09/03/2018

Etere: fu una figura della mitologia greca, personificazione divinizzata dell’atmosfera superiore, purificata perché respirata soltanto dagli dèi dell’Olimpo.

Il filosofo greco Democrito, primo nella storia dell’Occidente a parlare di atomi, afferma che l’atomo si sviluppa proprio da vortici, i quali si creano nel “vuoto”, in questo caso specifico non dissimile dall’etere. Attraverso questo movimento di vortici ha luogo la formazione di atomi e oggetti di materia in un ciclo di trasformazione senza fine, di nascita, morte e rinascita.

Nelle scienze antiche e medievali l’etere rappresentava un concetto classico, definito quale quinto elemento dopo i quattro fondamentali (Fuoco, Terra, Aria, Acqua) nelle premesse teoriche della materia alchemica e nella filosofia della natura.

etere

È fondamentale richiamarsi a questo concetto perché è sempre stato argomento, più o meno manifesto, di discussione lungo il corso dello sviluppo della nostra cultura e filosofia. Cartesio (1596-1650), il matematico della tridimensionalità, credette nell’esistenza dell’etere e spiegò questa sua esistenza come il mezzo in cui, nel sistema solare, come in un gigantesco vortice, i pianeti sono immersi e come la causa che produce la loro rivoluzione intorno al Sole.

etere

Raffaele Bendandi – Pianeti Extranettuniani

Anche grandi fisici come Isaac Newton (1643-1727), in certi tratti delle loro opere scientifiche, hanno parlato di etere. In un suo recente libro dal titolo Invenzioni non autorizzate, lo studioso indipendente Marco Pizzuti riprende con puntualità e competenza queste interessanti informazioni.
Si afferma in più di una pubblicazione che Isaac Newton non fosse un assertore dell’esistenza dell’etere, ma sembra parlarne in più occasioni, vediamo le citazioni testuali: «Io suppongo che vi sia diffusa ovunque una sostanza eterea, capace di contrarsi e di dilatarsi, fortemente elastica e del tutto simile all’aria da ogni punto di vista, pur essendo molto più sottile di essa».
In un’altra occasione nel 1704, nella prima edizione di Opticks, sua opera sull’ottica, postulò l’esistenza di «un mezzo etereo capace di trasmettere vibrazioni più velocemente della luce». «E questo mezzo non è identico a quel mezzo mediante cui la luce è rifratta e riflessa e per effetto delle cui vibrazioni la luce comunica il calore ai corpi ed è spinta verso accessi di facile riflessione e di facile trasmissione? […] E questo mezzo non è estremamente più raro e sottile dell’aria, ed è più elastico e attivo? E non penetra facilmente in tutti i corpi? E non è sparso (a causa della sua forza elastica) in tutti i cieli?».

Nello stesso testo Marco Pizzuti riferisce anche del lavoro di James Clerk Maxwell (1831-1879), il celebre fisico che riuscì a calcolare e spiegare tutti i fenomeni elettromagnetici con una sola teoria unitaria. I suoi studi permisero per esempio di dedurre che campo elettrico e campo magnetico sono manifestazioni di una sola realtà fisica e di attribuire alla luce le proprietà di un’onda elettromagnetica. Ancora oggi tutte le sue equazioni sono considerate valide, nonostante siano state elaborate sul concetto di etere.
Delle venti equazioni originali elaborate fino al 1865, oggi se ne conoscono solo quattro, poiché le restanti vennero escluse dallo stesso Maxwell nelle successive edizioni dei suoi scritti, per fini di semplificazione. Sta sorgendo un grande interesse, proprio ai giorni nostri, sulla riscoperta di queste sedici importanti equazioni perdute, che spiegherebbero invece numerosi fenomeni dell’universo, compresa la presenza dell’etere.

Augustin Jean Fresnel (1788-1827) a cui si deve la formulazione dei cosiddetti integrali di Fresnel, strumenti matematici attraverso i quali riuscì a elaborare una teoria che spiegasse tutti i fenomeni ottici (riflessione, rifrazione, interferenza e diffrazione), spiegò la natura ondulatoria della luce come un “vibrare in un mezzo fluido”.

Più tardi Heinrich Rudolf Hertz (1857-1874) dimostrò che anche l’elettromagnetismo confermava l’ipotesi che lo spazio fosse pieno di un mezzo vibrante fluido (poiché si propagava per oscillazione).

Guglielmo Marconi (1874-1937) successivamente si avvalse di questo concetto inventando la telegrafia senza fili e la radio. Tuttora le trasmissioni radio sono dette “Via etere” come se il concetto fosse rimasto inalterato attraverso tutto questo tempo.

In fisica, nel corso del XIX secolo, l’etere fu, quindi, considerata una sostanza universale, secondo un modello teorico che la considerava il mezzo attraverso cui si trasmettevano le onde elettromagnetiche, come per esempio la luce e i raggi X, analogamente al modo in cui le onde sonore vengono trasmesse attraverso mezzi elastici come l’aria e le onde marine dall’acqua.

Si supponeva che l’etere fosse privo di peso, trasparente, privo di attrito, non individuabile chimicamente o fisicamente e capace di permeare tutta la materia e lo spazio. Tale teoria incontrò crescenti critiche, finché nel 1881, al fine di dimostrare definitivamente l’esistenza dell’etere, Michelson e Morley misero in atto un esperimento, designato specificamente a individuare il moto della terra attraverso l’etere. Questo esperimento non dimostrò nulla, dimostrò l’assenza di qualsiasi suo effetto. Calò quindi un pesante sipario sull’esistenza dell’etere, rinforzato dal fatto che poco più tardi la teoria della relatività avrebbe postulato al contrario lo spazio come vuoto, cioè il nulla al di fuori di quanto non ha massa.
Non completamente rassegnati al fallimento dell’esperimento di Michelson e Morley, alcuni scienziati sentirono dopo pochi anni l’esigenza di rivedere e valutare criticamente i loro esperimenti eseguiti.

Ad esempio Dayton Miller, basandosi sugli studi dei due scienziati, effettuò una lunga serie di esperimenti, durati oltre vent’anni, con oltre 200.000 misurazioni, trovando sempre risultati che, invece, confermavano l’esistenza di un etere che influenzava la Terra nel suo spostamento nel cosmo. Dai risultati degli esperimenti emerse, inoltre, che la velocità della luce non era costante in tutte le direzioni, ma variava in funzione di esse. In base a queste scoperte, oltre a dimostrare la presenza di un etere nel cosmo, veniva automaticamente invalidata anche la teoria della relatività di Einstein. Tuttavia la teoria del vuoto oramai aveva preso piede e sembrava desse soddisfazione a buona parte degli scienziati mondiali, e nessuno aveva in quel momento intenzione di rimetterla in discussione.

Gabriele Muratori

Medico di medicina generale, specialista in Medicina dello sport e igiene e Medicina preventiva. Accreditato presso l’Ordine dei medici di Forlì – Cesena come medico praticante in Agopuntura, Medicina tradizionale cinese, Neuralterapia.Esperto nella Floriterapia di Bach. Esperto in Radioestesia e Orgonomia in campo medico. Ideatore… Leggi la biografia

Tratto dal link originale : https://www.scienzaeconoscenza.it/blog/scienza_e_fisica_quantistica/che-cos-e-l-etere

Qualcosa di bizzarro è accaduto all’acqua in Florida dopo il terremoto in Alaska

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Feb 022018
 
qualcosa bizzarro

Qualcosa di bizzarro è accaduto all’acqua in Florida dopo il terremoto in Alaska

Tratto del link originale : http://theantimedia.org/water-florida-alaska-earthquake/

Poco dopo la mezzanotte di martedì, un potente terremoto di magnitudo 7,9 ha colpito il Golfo dell’Alaska,

Link dell’evento terremoto sul sito emsc-csem : https://www.emsc-csem.org/Earthquake/earthquake.php?id=642932
 

Magnitude Mw 7.9
Region GULF OF ALASKA
Date time 2018-01-23 09:31:44.1 UTC
Location 56.03 N ; 149.03 W
Depth 30 km

qualcosa bizzarro

M 7.9 – GULF OF ALASKA – 2018-01-23 09:31:44 UTC

provocando una serie di allarmi tsunami lungo la costa occidentale del Nord America che hanno convinto alcuni residenti nelle aree basse a cercare un riparo più elevato.

Fortunatamente, gli allarmi sono rientrati entro poche ore e non sono stati segnalati danni o lesioni gravi alla proprietà. Sembra che anche i residenti abbiano subito più di 60 scosse di assestamento nate dal terremoto.

Tuttavia, ciò non significa che gli effetti siano passati inosservati. In effetti, si sentivano in alcuni posti interessanti. Da Miami Herald il Mercoledì:

“Quando un terremoto di magnitudo 7,9 ha fatto sobbalzare gli abitanti in Alaska dal letto martedì, indovina dove altro si è sentito? : in Florida.

Qualcosa di bizzarro

“Entro un’ora dopo che il terremoto ha colpito alle 4:32 di mattina, l’acqua sotterranea a 3.500 miglia di distanza a Fort Lauderdale è calata di un pollice e mezzo. Lungo la costa del Big Bend dello stato, è aumentato di due pollici nei pozzi monitorati a Madison, secondo l’US Geological Survey. ”

Per quanto strano possa sembrare, questi eventi non sono così rari. Le onde sismiche, si scopre, spesso viaggiano attraverso la terra in seguito a terremoti, colpendo i sistemi di acque sotterranee in una varietà di modi diversi .

In Alaska nel 1962, ad esempio, un terremoto di magnitudo 8,5 ha causato cambiamenti del livello dell’acqua in oltre 700 pozzi negli Stati Uniti. Nel 1998, un terremoto di magnitudo 5,2 ha colpito la Pennsylvania, rendendo circa 120 pozzi a secco per tre mesi.

“Pensa ad esso come le increspature in un bicchiere d’acqua su un tavolo quando un camion guida fuori”, ha detto l’USGS in una dichiarazione che parla degli effetti del terremoto in Alaska in Florida.

Per quanto riguarda la fluttuazione in sé, questa volta è stato un caso di “battito di palpebre”. L’acqua nei pozzetti colpiti è tornata ai livelli pre-terremoto in pochi minuti.

Tratto dal link originale : http://theantimedia.org/water-florida-alaska-earthquake/

 

Considerazioni

Quello che è successo in pratica è un effetto “Marea” gravitazionale che ha avuto effetto sui fluidi…l’anomalia com’è avvenuta, così è rientrata.
Ciò ci dovrebbe far riflettere su cosa arriva dall’alto (non solo pioggia, grandine o neve).

Rileggere Wilhelm Reich: l’origine del cancro

 Biologia, Energia, Orgone, Salute  Commenti disabilitati su Rileggere Wilhelm Reich: l’origine del cancro
Ott 182017
 

Tratto dal link origine : https://www.scienzaeconoscenza.it/blog/cancro-medicina-alternativa-cure-naturali/rileggere-wilhelm-reich-l-039-origine-del-cancro

Tra le altre cose Einstein disse che, nonostante tutti i successi ottenuti in campo scientifico, sussisteva comunque un dubbio nei concetti fondamentali delle scienze naturali. Questo dubbio é diventato patrimonio comune degli studiosi di queste scienze. In tema di cancerologia, il prof. Gerhard Domagk, durante il congresso sul cancro svoltosi a Salzburg nel lontano 1961, affermò che ci doveva essere un quid d’importanza fondamentale, di cui però veniva fatto un uso improprio. Se si vogliono acquisire nuove conoscenze in campo scientifico allora bisognerebbe avere il coraggio di sostenere delle idee eretiche, che sono una forma di pensiero assolutamente necessaria. Solo una critica obiettiva, indipendentemente dal metodo usato, potrebbe esser d’aiuto al progresso. Un siffatto eretico si dimostrò Wilhelm Reich, quando affrontò il problema del cancro da una visione completamente diversa ed indicò alla ricerca sul cancro nuove vie. Era un fatto straordinario che un medico e psichiatra, uno dei più dotati allievi di Freud, rendesse pubbliche simili affermazioni, eretiche e provocatorie. Reich in principio non aveva intenzione di occuparsi del problema del cancro. S’imbatté inaspettatamente in questa problematica nel corso delle sue ricerche, in quanto la malattia del cancro sembrava mostrare connessioni fondamentali con i problemi della vita e della morte. Egli definì la malattia del cancro una biopatia cancerosa. Una biopatia è causata da un disturbo bio-energetico del sistema plasmatico. Un simile disturbo può portare al cancro, ma anche a tutta un’altra serie di malattie come l’angine pectoris, disturbi cardio-vascolari, l’ulcera gastrica-duodenale, l’epilessia, le psicosi ecc… Il tumore canceroso é il sintomo tardivo di un processo patologico generale grave, che precede di anni l’effettiva formazione del tumore. Ora vorrei tentare di illustrare lo sviluppo bio-psichico e bio-fisico del processo cancerogeno alla luce dell’orgonomia. L’orgonomia é una scienza naturale che si basa sull’energia orgonica scoperta da Wilhelm Reich. L’orgone è l’energia biologica e venne scoperto nell’atmosfera.

E’ stato dimostrato che l’energia sessuale e l’energia biologica sono funzionalmente identiche, e che sono soggette alle fisica dell’energia orgonica. Ogni disturbo dell’energia sessuale provoca una stasi sessuale nell’organismo. Ogni disturbo psichico ha un nucleo di energia sessuale ingorgata. I conflitti nevrotici sono di natura psichica, mentre l’eccitazione sessuale é di natura somatica. Se l’eccitazione sessuale subisce una frustrazione, allora la scarica sessuale nell’orgasmo sarà insufficiente o non avverrà affatto. L’orgasmo non é solo un capriccio della natura, bensì deve adempiere a delle funzioni d’importanza vitale. Un orgasmo cronicamente insuficiente o del tutto assente può dare origine a gravi disturbi funzionali dell’intero organismo: le biopatie. Com’é possibile questa cronica mancanza di scarica dell’eccitazione sessuale nell’orgasmo? Il conflitto psichico si esplica come un conflitto tra l’impulso libidico da un lato e la minaccia del mondo esterno dall’altro. Il perdurare cronico di questo conflitto causa alla persona che ne é afflitta un comportamento rigido. Si forma una corazza caratteriale che respinge le richieste del mondo esterno ed anche le pulsioni interne.

A causa del conflitto psichico, le pulsioni interne si sono tramutate in sensazioni di ansia e di dolore? La corazza riduce la sensibilità nei confronti dell’ansia e del dolore, e di conseguenza acquista la funzione di meccanismo di difesa dall’ansia e dal dolore. Ma questo meccanismo protettivo funziona a scapito della vivacità interna. La corazza caratteriale consuma quindi energia biologica. La corrente vegetativa viene in tal modo bloccata. Le inibizioni della mobilità psichica e della corrente vegetativa si manifestano anche sotto forma di corazza muscolare. Questa é riconoscibile non solo perché emozionalmente si sviluppa una corazza caratteriale, ma anche perchè il tono muscolare mostra una maggiore rigidità; vediamo quindi che la muscolatura e quella caratteriale sono funzionalmente identiche. Bloccano l’energia biologica ed hanno entrambi la funzione di difesa dalle emozioni. Nella terapia bio-psichiatrica il processo subisce un rovesciamento. I sistemi di difesa vengono allentati, le bio-energie vengono liberate, e le correnti vegetative ingorgate vengono rimesse in movimento. Le emozioni represse dalla corazza vengono mobilizzate e, in caso di successo (terapeutico) aboliscono i blocchi sessuali originali. Tutti gli oncologi sanno bene che l’alta percentuale di malattie cancerogene delle donne é da attribuirsi ai loro organi sessuali. In caso di contrazioni muscolari croniche si ha riduzione dell’eccitazione bio-sessuale. Ciò corrisponde, nelle pazienti di sesso femminile, ad un blocco dell’eccitazione bio-sessuale nei genitali con contrazioni spastiche della muscolatura pelvica, fatto comune nelle donne frigide. Tali spasmi causano disturbi mestruali e dolori. La funzione di questo spasmo dell’utero è diminuire la sensibilità vaginale. A questo meccanismo difensivo corrispondono le contrazioni della muscolatura orbitale vaginale, anale e degli adduttori (delle cosce) definiti in modo caratteristico dall’anatonomo Tandler come i “muscoli della decenza”.

Spasmi che presuppongono repressioni di energie bio-energetiche si notano soprattutto in presenza di muscoli orbicolari, come nella gola, alla bocca dello stomaco, nel piloro, l’ano ecc… La localizzazione di un tumore canceroso viene stabilita dall’inattività biologica della zona immediatamente circostante. Ciò introduce il problema delle metastasi, che non devono essere necessariamente portate dalla corrente ematica. Possono anche insorgere direttamente in quelle zone dell’organismo dove la debolezza biologica del tessuto é riscontrabile nelle zone immediate. Reich definì il decorso del cancro un processo di retrazione. La retrazione biopatica nel cancro é il risultato di una contrazione cronica dell’apparato autonomo, una simpaticotonia. Essa colpisce il tessuto degli organi, il sistema sanguigno e linfatico ed anche la struttura del carettere. Nel sangue é caratteristica la retrazione dei globuli rossi, che può condurre fino alla poichilocitosi. I test ematici di Reich rivelano tale retrazione e servono quindi per la diagnosi di cancro sia all’inizio che nel suo progredire: un chiaro indice é la velocità di disintegrazione dei globuli rossi vivi in soluzione fisiologica (osservata) al microscopio. I globuli rossi biologicamente forti possono mantenere la loro forma per venti minuti ed oltre; mentre, per esempio, un periodo di decomposizione da 1 a 3 minuti indica una mancata debolezza biologica. Le punte T indicano sempre un processo di retrazione avanzato.

Per gli oncologi l’anemia é una caratteristica degli ammalati di cancro. La retrazione biopatica inizia con una preponderanza di contrazione del sistema plasmatico e con l’arresto della sua espansione. Ciò é particolarmente evidente in caso di disturbi respiratori, per cui la pulsazione (cioè l’alternanza di espansione nell’espirazione e di contrazione nell’inspirazione) é limitata. Oltre a ciò l’espirazione é assai minore dell’inspirazione. Molti pazienti con il loro petto in fuori mostrano una caratteristica “posizione inspiratoria”, posizione nella quale l’inspirazione prevale di molto sull’espirazione. La cattiva respirazione esterna porta ad un disturbo respiratorio interno, nei tessuti. Reich fu in grado di stabilire che in tutti i malati di cancro vi é una grave forma di ansia di cadere, il cui inizio risaliva a parecchi anni indietro. Di per sé l’ansia di cadere compare anche come sintomo psichico nelle nevrosi caratteriali, e in tali casi può esser innocua.

Nei pazienti nevrotici, come in tutte le biopatie, la corazza caratteriale e muscolare si può presentare anche insieme ai disturbi respiratori. Ma questo ancora non indica una vera e propria biopatia retraente, finché il sistema plasmatico non inizia a restringersi, cosa che dipende di volta in volta dall’intesità della contrazione. L’aver riscontrato un’intensa ansia di cadere in un bambino di 2 settimane, spiegabile solo bio-energeticamente e riconducibile allo scarso contatto della madre con il figlio, portò alla conclusione che nei neonati una simile ansia può essere il punto di partenza di una biopatia retraente, che da il via al processo canceroso. La chiave per comprendere l’origine di una cellula cancerosa sono gli esperimenti di Reich sui bioni, che precedettero di anni la sua ricerca sul cancro, e che condussero direttamente al nucleo centrale del problema del cancro. I bioni, da lui scoperti, sono vescicole energetiche che si formano per mezzo di alte temperature con conseguente rigonfiamento (rispettivamente) da sostanze organiche ed inorganiche (ad esempio: erba, muschio, terra, carbone, ferro e sabbia oceanica). Essi hanno tutti qualcosa in comune: possono essere visti al microscopio a 2OOO-5OOO ingrandimenti; si contraggono e si espandono (cioè mostrano una pulsazione biologica); reagiscono positivamente alla colorazione biologica; non devono essere però scambiati col movimento browniano. Reich giunse alla conclusione che tutta la materia (organica e inorganica), se sottoposta ad alta temperature e al conseguente rigonfiamento, si disintegra sotto forma di vescicole energetiche pulsanti, i bioni. I bioni sono forme di transizione dalla materia non vivente a quella vivente. Dagli esperimenti sui bioni non viene prodotta vita, bensì dato il via ad un processo tramite il quale possono formarsi protozoi ma anche cellule cancerose. I bioni non sono microrganismi completi, bensì portatori di energia biologica. Gli esperimenti sui bioni hanno dimostrato che questi si attraggono reciprocamente e possono formare ammassi, attorno ai quali si crea una membrana, dai quali infine si sviluppa una mono-cellula, il protozoo. Ciò é valido anche in caso di cellule cancerose, che si organizzano da tessuti animali ed umani in disintegrazione, come i protozoi dell’erba e del muschio. La cellula cancerosa é quindi un protozoo. L’inizio del processo canceroso é sempre dato dalla disintegrazione sotto forma di vescicole, come venne descritto negli esperimenti sui bioni. La disintegrazione sotto forma di vescicole viene causata dalla contrazione biopatica, mentre il tessuto plasmatico s’indebolisce mutevolmente. Nel processo di disintegrazione si formano due tipi di strutture:

– i c.d. bioni PA, cioé i bioni che, secondo Reich, caratterizzano lo stato di salute.

– i bacilli-T (T = morte), i quali traggono origine dalla degenerazione e dalla disintegrazione di tessuti viventi e non viventi.

Data la loro piccolezza essi sono visibili al microscopio solo a 3OOO-5OOO ingrandimenti. Questi ingrandimenti microscopici comportano una perdita di nitidezza dei contorni, ma evidenziano ancor più il movimento. Io stesso in America ho potuto osservare con il microscopio Reichert “Z” i nitidi movimenti a zig-zag dei bacilli-T. Un microscopio elettronico é inadatto a questo scopo, in quanto permette di esaminare solo materia morta. Questo bacilli-T sono presenti in ogni tumore canceroso, così come nel sangue dei malati di cancro. I bacilli-T non sono un’infezione proveniente dal di fuori, con essi impariamo a conoscere l’insolito concetto di auto-infezione. I bioni PA si trovano a combattere contro i bacilli-T, poiché i bioni PA hanno la tendenza a sopraffare e uccidere i bacili-T. La cellula tumorale attraversa varie fasi fino al protozoo ameboide mobile. Lo sviluppo fino al protozoo ameboide mobile può essere osservato al microscopio per quanto riguarda i topi, mentre é impossibile seguire negli uomini perché la morte sopraggiunge prima. Secondo la scienza orgonomica, l’insorgere del tumore canceroso attraverso il processo di scissione è da considerare non solo come ectopia del nucleo e del plasma, ma anche dal punto di vista bio-energetico. Una legge fondamentale dell’energia orgonica sostiene che un sistema orgonotico debole viene attratto da un sistema orgonitico forte: l’orgone ha quindi un potenziale invertito. Secondo la teoria orgonomica, il nucleo della cellula forma il sistema energeticamente più forte, mentre al plasma arriva di continuo nutrimento ed ossigeno. Nel sistema cellulare biologicamente indebolito il rapporto di energia si sposta rapidamente a favore del nuocleo: mentre il plasma sembra ormai soffocare, il nucleo lotta ancora. Ciò porta ad un accumulo di energia nel nucleo con conseguente scarica e cariocinesi. Si tratta, in questo caso, di un processo biologico a quattro tempi: tensione meccanica; carica energetica; scarica energetica; rilassamento meccanico.

 

In the 1940s, psychiatrist Wilhelm Reich touted his orgone energy accumulators, exhibited here in 1956 by the Food and Drug Administration, as a treatment for emotional disturbances. Eventually, the FDA ruled Reich’s treatment to be a “fraud of the first magnitude.”

E’ lo stesso processo a quattro tempi dell’orgasmo sessuale, cosicché i due processi, orgasmo e cariocinesi, possono essere definiti funzionalmente identici. Il processo biologico a quattro tempi governa, in base alla stessa legge, l’intero organismo così come i singoli organi: cuore, intestino, vescica e sistema respiratorio. La formula dell’orgasmo diventa perciò la formula della vita, ed il processo sessuale (diventa) il processo creatore della vita. L’inizio del processo discariocinetico della leucemia necessita ancora di una ricerca più accurata. Secondo la teoria orgonomica, la leucemia non é una malattia dei globuli bianchi, bensì di quelli rossi. Qui la leucocitosi ha la funzione di difesa dalla malattia del sistema sanguigno rosso. Gli eritrociti appaiono sovraccarichi dal punto di vista bio-energetico. Mostrano un bordo fortemente luminoso e al centro sono spesso rossastri. Riscaldati con autoclave gli eritrociti s’indeboliscono marcatamente, cosa che sembra trovarsi in contraddizione con il contemporaneo sovraccarico bio-energetico, ma questa contraddizione si dissolve se si pensa alla febbre alta in caso di setticemia o di gravi infezioni. In questo contesto può essere interessante ricordare che la bomba di Hiroshima causò moltissimi casi di leucemia. Nel cosiddetto esperimento ORANUR, nel corso del quale vengono a contatto piccolissime quantità di radium ed energia orgonica altamente concentrata, l’energia orgonica dell’atmosfera viene iper-eccitata e diventa mortalmente pericolosa. Il radium della bomba atomica causa evidentemente nell’atmosfera una reazione corrispondente. Questa iper-eccitazione si comunuica, come nell’esperimento ORANUR, agli organismi viventi e produce nella serie ematica rossa un sovraccarico bioenergetico e, contemporaneamente, un indebolimento; perciò é comprensibile l’insorgere della leucemia in seguito a forte radioattività.

Nella profilassi contro il cancro, l’accumulatore di energia orgonica, che ricarica l’organismo di nuova energia biologica, avrà probabilmente una maggiore importanza. L’orgono-terapia psichiatrica in confronto all’accumulatore di energia orgonica può tornare a vantaggio di pochi e quindi non rivestire importanza alcuna per una profilassi di massa. Dovremo però risolvere il problema e trovare una soluzione per evitare una biopatia retraente già nel primo anno di vita. Dovremo risolvere questo problema per proteggere i bambini del futuro dai disturbi della pulsazione biologica. Questo ci porta, quindi, ad un tema che necessita una trattazione a parte.

Dr. Walter Hoppe

Psichiatra orgonomista. Munchen (Germania Ovest). E’ stato membro dell’American College of Orgonomy (USA) e dell’Accademia Sybaris Magna Grecia (Italia). Già direttore dei laboratori dell’Istituto Orgone di Tel Aviv (Israele), e già direttore della rivista Internazionale “Zeitschrift fur Orgonomie”.

Tratto dal link origine : https://www.scienzaeconoscenza.it/blog/cancro-medicina-alternativa-cure-naturali/rileggere-wilhelm-reich-l-039-origine-del-cancro

link sul sito consigliati per un ulteriore approfondimento :

Gaston Naessens : https://www.fortunadrago.it/approfondimenti/gaston-naessens/
I Bioni di Wilhem Reich : https://www.fortunadrago.it/approfondimenti/wilhem-reich/bioni/
La Scienza di Frontiera per la salute : https://www.fortunadrago.it/2052/la-scienza-di-frontiera-per-la-salute/

La forma bolla dell’eliosfera osservata da Voyager e Cassini

 Magnetismo, Sole, Universo  Commenti disabilitati su La forma bolla dell’eliosfera osservata da Voyager e Cassini
Ott 072017
 
eliosfera

Tratto dal link origine : http://www.media.inaf.it/2017/04/26/eliosfera-con-o-senza-coda/

Uno studio presentato sulla rivista Nature Astronomy mette in crisi il modello secondo cui l’eliosfera, ovvero la bolla di influenza del campo magnetico solare, avrebbe una forma allungata, come la coda di una cometa. I dati indicano una forma simmetrica, dovuta probabilmente a un campo magnetico interstellare molto più intenso del previsto

Ulteriori informazioni: K. Dialynas et al. La forma bolla dell’elio- sfera osservata da Voyager e Cassini, Nature Astronomy (2017). DOI: 10.1038 / s41550-017-0115

Forma dell’eliosfera

Pare che il sistema solare sia circondato da un enorme campo magnetico di forma sferica dovuto alla presenza del Sole. A suggerirlo sono i dati raccolti dalla missione Cassini, dalle due sonde Voyager e dal satellite Interstellar Boundary Explorer (Ibex). I risultati sono in contraddizione con la teoria attualmente più accreditata, secondo cui la magnetosfera solare ha una forma oblunga, simile alla scia di una cometa. Il colpevole sarebbe il campo magnetico interstellare, molto più intenso di quanto previsto.

Il Sole emette un flusso costante di particelle, chiamato vento solare, che colpisce tutto il sistema solare, arrivando fino all’orbita di Nettuno. Tale vento crea una bolla, detta eliosfera, del diametro di circa 40 miliardi di chilometri. Per oltre 50 anni il dibattito circa la forma di questa struttura ha favorito l’ipotesi di una bolla di forma allungata, con una testa arrotondata e una coda. I nuovi dati coprono un intero ciclo di attività solare (11 anni circa) e mostrano che la realtà potrebbe essere molto diversa: l’eliosfera sembra avere entrambe le estremità arrotondate, assumendo una forma quasi sferica. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Astronomy.

Eliosfera

Grazie a una serie di dati provenienti dalle sonde Cassini, Voyager e Ibex, abbiamo scoperto che l’eliosfera potrebbe essere molto più arrotondata di quanto pensassimo. Questa illustrazione mostra un modello aggiornato. Crediti: Dialynas, et al.

«Al posto di una coda allungata abbiamo scoperto che l’eliosfera ha l’aspetto di una bolla, e questo a causa di un campo magnetico interstellare molto più intenso di quanto avessimo previsto», spiega Kostas Dialynas dell’Accademia di Atene, primo autore dello studio.

Oltre a esplorare Saturno e il suo sistema di anelli e satelliti, la sonda Cassini ha studiato anche il comportamento del vento solare, indagando in particolare ciò che accade alle sue estremità. Quando le particelle cariche provenienti dal Sole incontrano gli atomi di gas neutro del mezzo interstellare, lungo la vasta area di confine chiamata eliopausa, possono avvenire scambi di cariche, e alcuni atomi possono essere spinti verso il sistema solare e venire misurati da Cassini.

«La sonda Cassini è stata progettata per studiare gli ioni intrappolati nella magnetosfera di Saturno», dice Tom Krimigis della Johns Hopkins University, team leader per strumenti sulle sonde Voyager e Cassini, e coautore dello studio. «Non avremmo mai pensato di poter vedere e studiare anche i confini dell’eliosfera».

Poiché le particelle che compongono il vento solare viaggiano a velocità pari a frazioni della velocità della luce, i loro tragitti dal Sole all’eliopausa richiedono anni. Con il variare del numero di particelle, ovvero con la modulazione dovuta all’attività solare, occorrono anni perché questa si rifletta nella quantità di atomi misurati da Cassini. I dati recenti hanno mostrato qualcosa di inaspettato: le particelle provenienti dalla “coda” dell’eliosfera riflettono i cambiamenti del ciclo solare in modo molto simile a quelle provenienti dalla sua “testa”.

eliosfera

I dati raccolti dalle missioni della Nasa Cassini, Voyager e Ibex mostrano che l’eliosfera è molto più compatta e simmetrica di quanto pensassimo. L’immagine a sinistra mostra il modello supportato dai dati, mentre quella a destra mostra il modello a coda estesa, che era stato assunto come il più valido fino ad ora. Crediti: Dialynas, et al. (a sinistra); Nasa (a destra)

«Se la coda dell’eliosfera fosse allungata come quella di una cometa, gli effetti dovuti al ciclo solare dovrebbero apparire molto più tardi», spiega Krimigis. Dato che questo non accade, ma invece le tempistiche sono piuttosto simili, significa che, in direzione della coda, l’eliopausa si trova più o meno alla stessa distanza di quanto avviene per la testa. Dunque l’eliosfera deve avere una forma molto più simmetrica del previsto.

I dati raccolti dalle sonde Voyager hanno inoltre mostrato che il campo magnetico interstellare è più intenso rispetto alle stime fornite dai modelli. Questo significa che la forma arrotondata dell’eliosfera potrebbe essere dovuta all’interazione del vento solare con questo campo magnetico, che spingerebbe l’eliopausa verso il Sole. La struttura dell’eliosfera svolge un ruolo importante nel modo in cui le particelle provenienti dallo spazio interstellare, chiamate raggi cosmici, raggiungono il sistema solare interno, arrivando fino alla Terra.

Da consultare anche l’articolo presente su sito link : https://www.fortunadrago.it/2717/un-misterioso-nastro-intorno-il-nostro-sistema-solare/

Infinite Suns – Soli infiniti

Cassini End of days

Impronte umane di 5,7 milioni di anni fa, duro colpo all’ evoluzionismo

 Archeologia, Biologia  Commenti disabilitati su Impronte umane di 5,7 milioni di anni fa, duro colpo all’ evoluzionismo
Set 242017
 
Impronte umane

Tratto dal link origine : http://epochtimes.it/news/impronte-umane-di-57-milioni-di-anni-fa-duro-colpo-allevoluzionismo/

La scoperta a Creta di impronte umane impresse in una antichissima pietra fossile, minaccia di azzerare tutto quello che gli scienziati attualmente sanno sullo sviluppo della civiltà umana. Il nuovo reperto di Creta viene dopo altri recenti ritrovamenti in Europa che mettono in dubbio l’ipotesi che l’Africa sia stato il luogo che ha ospitato i primi esseri umani.

Il fossile di Creta risale a 5,7 milioni di anni fa, e quindi non è conforme alle credenze degli scienziati che seguono la teoria dell’evoluzione: sul fossile sono ben visibili delle impronte umane, non di scimmie. Questo vuol dire che l’umanità ha un’origine molto più antica di quello che si è pensato finora e che esiste una linea diversa di sviluppo dell’uomo, dato che la scoperta sposterebbe la nostra origine in un periodo molto più lontano e in un luogo molto diverso rispetto a quello indicato dagli evoluzionisti nelle teorie pre-esistenti.

Impronte umane scoperte nel sito di Trachilos (Creta)

La forma dell’impronta sul fossile di Creta riflette la struttura di un piede che supporta lo stare eretti: la pianta lunga, le dita corte con un dito più grande (l’alluce), l’avampiede ben distinto e l’assenza di artigli dell’impronta sono senza dubbio umani; se fosse stata l’impronta di una grande scimmia sarebbe stata molto più simile ad una mano umana.

Analisi degli strati sedimentari del reperto di Creta (Andrzej Boczarowski)

La scoperta stupisce e fa sorgere dubbi in quanto indicherebbe che gli esseri umani erano presenti sulla terra molto prima di quanto si era pensato fino ad ora e che le origini dell’umanità non sono in Africa o per lo meno per le scoperte di fossili più vecchi ritrovati fuori dall’Africa. Potrebbe indicare molto di più e suggerire che esistono diverse linee di progenitori di diverse stirpi dell’umanità.

Quello che gli scienziati prima pensavano era che le impronte trovate in Tanzania risalenti a 3,7 milioni di anni fa, rappresentassero il reperto più antico, sebbene anche per questo si ritiene che siano più simili alle impronte di scimmie che di esseri umani.

Il fossile di Creta è stato scoperto da Gerard Gierlinski, paleontologo del Polish Geological Institute, mentre era in vacanza sull’isola nel 2002 e fin da allora è stato sottoposto a un decennio di studi.

Le impronte sono state lasciate quando Creta era ancora parte della Penisola greca, l’età è stata dedotta analizzandole con il metodo chiamato ‘foraminifera’ che analizza i microfossili marini, insieme con l’analisi della posizione delle impronte negli strati sedimentari del terreno in cui sono state trovate; gli strati sedimentari si sono formati, circa 5,6 milioni di anni fa, quando il mar Mediterraneo si è prosciugato parzialmente abbassandosi.

Le più antiche orme umane conosciute

Come ha riportato il Telegraph un’altra scoperta paleontologica che mette a soqquadro le menti degli scienziati e crea una rottura con il concetto che sia l’Africa il più antico e l’unico luogo in cui è sorta l’umanità, sono i fossili di 7,2 milioni di anni fa ritrovati in un’altra parte della Grecia e in Bulgaria, che hanno subito una riclassificazione come appartenenti ad antenati pre-umani.

A dispetto delle continue scoperte ci sono ancora scienziati che rifiutano qualsiasi nozione che includa la possibile origine dell’umanità anche in Europa.

Traduzione di Fabio Cotroneo

Tradotto dall’articolo originale in inglese link : http://www.theepochtimes.com/n3/2290562-5-7-million-year-old-human-footprints-found-in-crete-obliterate-previous-thinking-on-human-origins/

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La scienza è in crisi: fallito il 70% dei test di riproducibilità

 Biologia, Salute  Commenti disabilitati su La scienza è in crisi: fallito il 70% dei test di riproducibilità
Set 212017
 

Tratto dal link origine : http://saluteuropa.org/scoprire-la-scienza/la-scienza-crisi-ricercatori-non-sanno-piu-riprodurre-confermare-molti-degli-esperimenti-moderni/

La scienza è in crisi: i ricercatori non sanno più riprodurre e confermare molti degli esperimenti moderni

Non prendiamo neppure sul serio le nostre proprie osservazioni, né le accettiamo come osservazioni scientifiche, finché non le abbiamo ripetute e controllate

(Citazione Karl Popper)

Per la scienza un esperimento deve dare lo stesso risultato anche se condotto da persone diverse in luoghi differenti. Ma cosa succederebbe se di colpo ci rendessimo conto che la maggior parte degli esperimenti su cui ci si basa per sviluppare nuove ricerche e nuovi farmaci non fossero riproducibili?

Non è l’inizio di un libro di fantascienza, questa è la pura realtà. Recentemente Nature, una delle più prestigiose riviste scientifiche al mondo, ha pubblicato un articolo nel quale si è dimostrato come più del 70% delle ricerche scientifiche prese in esame avesse fallito i test di riproducibilità1; nonostante ciò sono state pubblicate, diffuse e citate da altri ricercatori come base delle loro nuove ricerche. Dei 1576 scienziati intervistati non solo più di due terzi ha provato e fallito nel riprodurre l’esperimento di un collega, ma più di metà di loro hanno fallito nel riprodurre i loro stessi esperimenti.

Prima di giudicare però bisognerebbe considerare che “con l’evoluzione della scienza diventa sempre più difficile replicare un esperimento perchè le tecniche e i reagenti sono sempre più sofisticati, dispendiosi in tempo per la loro preparazione e difficili da insegnare” , spiega Mina Bissel, una delle ricercatrici americane più premiate per le sue innovative ricerche in oncologia. La cosa migliore, continua la Bissel, “sarebbe quella di contattare direttamente il collega, se necessario incontrarsi e cercare assieme di capire come mai non si riesca a riprodurre l’esperimento. Risolvere quindi il problema amichevolmente”.

Anche l’industria farmaceutica si ferma di fronte alla non riproducibilità degli esperimenti

Nel 2011 Glenn Begley, ai tempi direttore del dipartimento di oncologia medica della Amgen, una delle più grosse multinazionali di biotecnologie, aveva deciso prima di procedere con nuovi e costosi esperimenti, di replicare i 53 lavori scientifici considerati come fondamentali su cui si sarebbero basate le future ricerche della Amgen in oncologia. Risultato? Non fu in grado di replicare 47 su 53, ossia l’89%3.
Se vogliamo scriverlo in altro modo possiamo dire che solo l’11% degli esperimenti scientifici considerati come pietre miliari in quel settore di ricerca, erano riproducibili.

“Rimasi scioccato – racconta Begley – si trattava di studi su cui si affidano tutte le industrie farmaceutiche per identificare nuovi target nello sviluppo di farmaci innovativi. Ma se tu stai per investire 1 milione, 2 milioni o 5 milioni scommettendo su un’osservazione hai bisogno di essere sicuro. Così abbiamo provato a riprodurre questi lavori pubblicati e ci siamo convinti che non puoi prendere più nulla per quello che sembra”

Per cercare di calmare le acque il premio Nobel Philip Sharp è intervenuto spiegando come “una cellula tumorale può rispondere in modi diversi a seconda delle differenti condizioni sperimentali. Penso che molta della variabilità nella riproducibilità possa venire da qui”.

Per escludere ogni tipo di errore nella riproduzione delle condizioni sperimentali, spesso dovuti a problemi di manualità o di utilizzo di specifici reagenti, Bagely ed il suo team le hanno provate tutte a partire dall’incontrare direttamente gli autori degli studi originali, racconta “abbiamo ripercorso i lavori pubblicati linea per linea, figura per figura, abbiamo rifatto gli esperimenti per 50 volte senza riuscire a riprodurre quei risultati. Alla fine l’autore originale ci ha detto che lo aveva ripetuto sei volte ma gli era riuscito una volta sola e poi ha pubblicato nell’articolo scientifico solo i dati relativi a quella volta sola.”

Così si stanno investendo soldi su fallimenti annunciati

Se un esperimento che riesce solo una volta vi venisse proposto come la base per investire milioni di dollari in ricerca e produrre un nuovo farmaco, voi investireste tutti quei soldi?

E’ la domanda che si sono posti Leonard Freedman del Global Biological Standard Institute di Washington, Iain Cockburn e Timothy Simcoe della Boston University School of Management. In una recente ricerca hanno stimato che ogni anno il governo americano spende 28 miliardi di dollari in lavori scientifici non riproducibili. “Non vogliamo dire – spiega Freedman – che siano soldi buttati, in qualche modo contribuiscono all’evoluzione della scienza, si può però dire con certezza che dal punto di vista economico il sistema attuale della ricerca scientifica è un sistema estremamente inefficiente” 5.

Non è forse un caso quindi che i primi a far emergere il problema della riproducibilità siano ricercatori che lavorano presso multinazionali, sicuramente più attenti al bilancio e alla resa dell’investimento. Forse è grazie a ciò che la lista degli illustri ricercatori che denunciano questo “corto circuito” è in continua crescita.

Il dott. il dott. Khusru Asadullah, alto dirigente della Bayer, ha dichiarato come i ricercatori della multinazionale tedesca non erano riusciti a replicare più del 65% degli esperimenti su cui stavano lavorando per portare avanti nuove ricerche3.

Anche il prof. George Robertson della Dalhouise University in Nova Scozia racconta di quando lavorava per l’azienda Merck sulle malattie neuro-degenerative e si erano accorti che molti lavori scientifici accademici non reggevano alla prova della riproducibilità4.

Alla ricerca delle cause di questa crisi della scienza

La scienza è in crisi: non lo si vuole ancora ammettere pubblicamente ma è tempo che si inizi a stimolare un dibattito.

Tra le cause di questa “crisi di riproducibilità” sicuramente ci sono le tematiche tecniche descritte dalla Bissel, ci sono però anche aspetti più umani quali il bisogno degli scienziati di pubblicare per far carriera e ricevere finanziamenti, a volte i loro stessi contratti di lavoro sono vincolati al numero di pubblicazioni che riescono a fare, come racconta Ferric Fang, dell’Università di Washington “il biglietto più sicuro per prendere un finanziamento o un lavoro è quello di venir pubblicato su una rivista scientifica di alto profilo. Questo è qualcosa di poco sano che può condurre gli scienziati a cercare notizie sensazionalistiche o in alcune volte ad assumere comportamenti disonesti“.

In maniera ancora più diretta interviene la professoressa Ken Kaitin, direttrice del Tufts Center for the Study of the Drug Develompment che afferma “Se puoi scrivere un articolo che possa essere pubblicato non ci pensi nemmeno al tema della riproducibilità, fai un’osservazione e vai avanti. Non c’è nessun incentivo per capire se l’osservazione originale fosse per caso sbagliata. “

Un Sistema, quello della ricerca accademica, che sta evidentemente trascinando la Scienza verso una crisi di identità e di credibilità. Nel 2009 il prof. Daniele Fanelli, dell’Università di Edimburgo, ha realizzato e pubblicato uno studio dal titolo emblematico: “Quanti scienziati falsificano i dati e fabbricano ad hoc le ricerche?” 6

Quasi il 14% degli scienziati intervistati ha affermato di conoscere colleghi che hanno totalmente inventato dei dati, ed il 34% ha affermato di aver appositamente selezionato i dati per far emergere i risultati che gli interessavano.

A giugno 2017 il prof. Jonathan Kimmelmann, direttore del Biomedical Ethics Unit presso la McGill University di Montreal ha pubblicato un nuovo studio che conferma questa crisi di riproducibilità e cerca di mettere il luce su alcune delle principali cause quali la variabilità dei materiali di laboratorio, problemi legati alla complessità delle procedure sperimentali, la scarsa organizzazione nel team di ricerca, e la poca capacità di analisi critica. 7

Né le università né le riviste scientifiche sono interessate agli studi di riproducibilità

E’ inoltre necessario considerare che il sistema accademico non premia per niente chi fa studi di riproducibilità, sono tempo e soldi buttati via dal punto di vista delle “performance produttive” del gruppo di ricerca.

Le stesse riviste scientifiche non sono un gran che interessate a pubblicare ricerche che dimostrano la non riproducibilità di un precedente lavoro pubblicato, preferiscono pubblicare ricerche innovative o risultati sorprendenti e così ecco com’è facile far sparire le notizie dei fallimenti delle repliche.

In ultima analisi bisogna tenere a mente che oggi ci sono ricerche tanto specifiche che solo pochi esperti le possono capire e valutare; in questo modo si sterilizza l’attività di peer review (ossia il lavoro di revisione dello studio scientifico da parte di esperti così da poter decidere se pubblicarlo, chiedere chiarimenti o respingerlo). In alcuni casi c’è il grosso rischio che le riviste scientifiche pubblicano quasi alla cieca, del tipo: non ho capito di cosa stai parlando però mi sembra tutto serio e ben fatto, tu hai una buona reputazione, quindi lo pubblico.

“Non per questo adesso bisogna pensare che tutti gli studi scientifici siano inaffidabili – afferma Andrea Pensotti, direttore dell’Interdisciplinary Life Science Institute – bisogna avere la forza di fare una seria autocritica nel mondo della scienza senza cadere nell’eccesso opposto della “caccia alle streghe” che porterebbe ad una grave crisi di credibilità non solo verso la popolazione generale ma anche verso gli stessi medici e tra colleghi ricercatori.”

La storia della Scienza ci ha sempre raccontato di un’evoluzione che passa attraverso grosse crisi: dalla messa in dubbio del sistema geocentrico fino all’introduzione della fisica quantistica. Il bello della scienza è sempre stato quello di saper mettersi in crisi ed uscirne più bella di prima e spesso queste grandi rivoluzioni non necessitano di grossi finanziamenti ma solo di genuini lampi di genio ed onestà.

“Mettere il dito nella piaga di questa crisi di credibilità è di vitale importanza per noi che lavoriamo sull’ interdisciplinarità, la necessità di integrare diverse discipline richiede più che mai un chiaro confronto e fa emergere con maggior facilità eventuali incongruenze – spiega Andrea Pensotti in occasione del congresso mondiale di studi sulla Coscienza tenutosi a San Diego assieme al linguista Noam Chomsky – per anni la scienza si è concentrata sull’ analisi dei “singoli pezzi” della natura, l’ha sezionata alla ricerca degli ingranaggi primordiali. E’ ora necessario riscoprire la capacità di collegare i singoli pezzi studiati e comprendere meglio il senso di quei processi che guidano l’organizzazione e l’evoluzione della materia vivente. Bisogna tornare alla semplificazione dei concetti, passare da una sintattica della vita ad una semantica della vita”.

 

Fonti:

1 – Nature – 1,500 scientists lift the lid on reproducibility – survey sheds light on the crisis’ rocking research

(http://www.nature.com/news/1-500-scientists-lift-the-lid-on-reproducibility-1.19970)

2 – Nature – Reproducibility: The risks of the replication drive

(http://www.nature.com/news/reproducibility-the-risks-of-the-replication-drive-1.14184)

3 – Nature – Believe it or not: how much can we rely on published data on potential drug targets?

https://www.nature.com/nrd/journal/v10/n9/full/nrd3439-c1.html

4 – Reuters – In cancer science, many “discoveries” don’t hold up

(http://www.reuters.com/article/us-science-cancer-idUSBRE82R12P20120328)

5 – Plos One – The Economics of Reproducibility in Preclinical Research

(http://journals.plos.org/plosbiology/article?id=10.1371/journal.pbio.1002165)

6 – Plos One – How many scientists fabricate and falsify research? A systematic review and meta-analysis of survey data

(https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19478950)

7 – Plos One – Can cancer researchers accurately judge whether preclinical reports will reproduce?

(https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28662052)

FONTE