Civiltà megalitiche del Mediterraneo e del Sudamerica. Un confronto.

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Set 272019
 

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  • di: Roberto Mortari
  • 26 giugno 2013

Riassunto

Le mura megalitiche della regione del Mediterraneo e del Sudamerica hanno la stessa origine, come è dimostrato dal fatto che per la loro costruzione veniva usata la stessa unità di misura per le lunghezze. Tuttavia solo nelle Ande centrali è avvenuta una rapida transizione tra la tecnica più semplice, in cui venivano impiegati strumenti di natura litica per la sagomatura dei blocchi, e le tecniche successive, in cui le parti asportate dalle pietre grezze erano più voluminose, permettendo così un migliore incastro tra gli elementi assemblati. Questa transizione è stata possibile solo con l’introduzione di utensili di bronzo. Vengono esposte le ragioni per sostenere che l’invenzione di questa lega deve essere fatta risalire a più di 12000 anni fa.

Introduzione

Se confrontiamo attentamente le mura poligonali di Alatri, Micene, Cusco, non possiamo non rimanere meravigliati per la somiglianza o identità delle tecniche costruttive. Eppure le autorità accademiche negano decisamente che ci siano stati contatti che abbiano potuto portare a trasmissioni di tali tecniche da un luogo all’altro così distinti e distanti. Giuseppe Lugli così scriveva nel 1946 sulla somiglianza delle mura megalitiche in Italia e Grecia, attribuite da molti ricercatori ai Pelasgi: “È dimostrato ormai che i Pelasgi non hanno nulla a che vedere con le gradi fortificazioni poligonali e che esse non sono così antiche come si credeva un tempo. Il raffronto con le mura di Tirinto e Micene è puramente tecnico e non presenta alcun legame storico ed etnico.” Le medesime idee sono state espresse nel 2011 da Eugenio Polito, il quale ha ribadito quanto era sostenuto già da Lugli, ossia che le mura poligonali che si trovano in Italia centrale sono state erette dai Romani nel periodo della loro espansione territoriale e non sono quindi opere di popoli venuti da altre parti del Mediterraneo”.

Fino a poco tempo fa non era stata ancora data una spiegazione soddisfacente della esecuzione di queste mura, così perfetta che non è possibile infilare nemmeno la lama di un sottile coltello nei giunti tra i vari elementi. Per ottenere un tale risultato è stato immaginato che, prima della messa in opera, con una lastra di piombo venisse preso il calco dello spazio che una pietra avrebbe dovuto occupare, ma è facilmente obiettabile che si tratta di una soluzione poco pratica. Lugli (1946) suggeriva che “i blocchi fossero lavorati sul posto riportando con una squadra su di essi l’angolo corrispondente di quelli coi quali doveva riconnettersi.” Si è pensato dunque che la determinazione degli spazi avvenisse tramite un riporto degli angoli e delle lunghezze, e non tramite una loro misura, che sarebbe la spiegazione più semplice.

Misurando diversi elementi delle mura poligonali di Alatri, Cosa, Segni, Cori, si è potuto riscontrare che chi costruiva quei muri determinava con idonei strumenti sia le lunghezze dei lati che le ampiezze degli angoli, che sono risultati essere multipli di due precise unità, pari rispettivamente a 1,536 cm e 1,5°. Uguali risultati sono stati ottenuti su due muri poligonali situati in Grecia: il primo sull’isola di Milo e il secondo ai piedi dell’acropoli di Atene (Mortari, 2012b). L’uso di una unità di misura per le lunghezze ben distinta da quelle in uso presso Romani, Etruschi e Greci rende plausibile l’idea che gli autori di queste opere murarie siano stati i Pelasgi, che dominavano l’area dell’Egeo prima dell’arrivo degli Indoeuropei all’inizio del secondo millennio aC: gli stessi Pelasgi, secondo Erodoto, avevano raggiunto l’Italia centrale provenendo dall’Asia Minore. Per questa ragione tale unità è stata chiamata “dito pelasgico”.

In Italia e Grecia le mura megalitiche – siano esse di difesa o di semplice sostegno del terreno retrostante – possono distinguersi essenzialmente per quattro diverse tecniche costruttive. Dalla più semplice e primitiva alla più evoluta esse possono essere ridotte ai seguenti quattro tipi:

Figura 1
Figura 1 – Muro in pietra grezza ad Amelia.

1)- Opere in pietra grezza. I blocchi sono sovrapposti senza essere minimamente lavorati. La parete esterna del muro è molto irregolare. Ne abbiamo pochi esempi, come ad Artena e ad Amelia (Figura 1).

Figura 2
Figura 2 – Norba. Muro di pietre sgrezzate.

2)- Opere in pietra sgrezzata. I singoli elementi venivano scelti per la presenza di una superficie il più possibile piana, che veniva posizionata all’esterno, in modo che la faccia a vista del muro fosse complessivamente uniforme; essi venivano orientati in modo da ridurre al minimo gli interstizi, e gli spazi vuoti maggiori rimasti venivano chiusi con pietre minori. Per ottenere l’uniformità della parete esterna e ridurre al massimo gli interstizi erano effettuati eventualmente minimi ritocchi. Vedi Roselle, Norba (Figura 2), Tirinto, Micene.

Figura 3
Figura 3 – Cosa. Muro di pietre poligonali.

3)- Opere in pietra poligonale. Nella faccia a vista i blocchi erano lavorati per ottenere superfici il più possibile levigate. Lo stesso trattamento era riservato ai contorni, ottenendovi superfici generalmente piane che dovevano combaciare perfettamente con le facce ottenute su altri blocchi. Ne troviamo begli esempi a Norba, Cosa (Figura 3), Alatri, Amelia, Cori, Micene, Atene.

Figura 7
Figura 7 – Complesso funerario di Zoser a Saqqara, Egitto (da Wikipedia).
Figura 6
Figura 6 – Ferentino. Muro con pietre squadrate probabilmente pelasgiche.
Figura 5
Figura 5 – Ferentino. Le pietre squadrate al disotto delle finestrine con archi sono probabilmente pelasgiche.
Figura 4
Figura 4 – Cosa. Pietre squadrate pelasgiche.

4)- Opere in pietra squadrata. Sia la superficie esterna che quelle di contorno sono piane e ortogonali tra loro. Da alcuni accertamenti per individuare opere di questo tipo in Italia che possano essere attribuite ai Pelasgi è emerso che tra di esse possono essere incluse alcune pietre che si trovano alla base del tempio principale di Cosa (Figura 4). È possibile anche che vi appartenga una parte di un muro dell’acropoli di Ferentino, subito al disotto di una iscrizione romana (Figura 5). Qui sono state misurate le altezze della seconda e della terza fila che compaiono nella parte sinistra della Figura 6: i valori riscontrati sono di 42,3 e 33,8 cm e fanno pensare più all’uso dell’unità pelasgica di 1,536 cm che a quello del dito romano di 1,85 cm. Fino ad oggi il più antico esempio accertato di questo tipo di tecnica è rappresentato dal complesso funerario del faraone Zoser a Saqqara, in Egitto (Figura 7).

In linea di massima l’ordine con cui sono state elencate le quattro tecniche rispecchia non solo una crescente perfezione di lavorazione ma anche una successione cronologica. Ciò dipende dal fatto che i passaggi tra un tipo di lavorazione e il successivo sono legati all’introduzione di mezzi di produzione di volta in volta nuovi. Così, il passaggio all’opera poligonale è stato possibile solo dopo che è stata inventata la metallurgia del bronzo. Analogamente, il passaggio all’opera squadrata ha richiesto l’invenzione di metodi di taglio delle pietre con il ricorso a strumenti come seghe o a fili elicoidali.

È sempre possibile che una tecnica precedente venisse riutilizzata, ma questo ricorreva poche volte, se non raramente. La tecnica poligonale è stata ripresa dagli Etruschi in qualche caso e anche dai Romani, anche se non si tratta più di mura megalitiche. Tuttavia i vari passaggi sono da considerare conquiste difficilmente soggette a involuzione. Lo dimostra anche il fatto che in genere, dopo che si è avuto un parziale smantellamento del muro difensivo di una città, la ripresa della costruzione avviene con una tecnica più evoluta. A Micene ad esempio sono testimoniate in successione le tecniche del secondo, del terzo e del quarto tipo, ed è significativo che, quando si è edificato il tratto di muro adiacente alla porta dei leoni, si è ricorso all’opera squadrata anche se essa non è stata realizzata lavorando la pietra con il taglio ma a percussione, come è evidente dalle imperfezioni delle facce e degli spigoli.

Osservazioni

Le osservazioni effettuate in Sudamerica sono state limitate ad alcune principali aree archeologiche presenti nelle Ande centrali (Cuzco, Ollantaytambo, Machu Picchu, Sillustani, Pisac nel Perù meridionale, e Tiwanaku, in Bolivia). Qui ritroviamo tanto le stesse tecniche 2, 3 e 4 quanto il problema dell’età delle opere megalitiche. Tutte le mura costruite con le tecniche delle pietre poligonali e squadrate vengono ritenute molto recenti, realizzate cioè durante l’impero degli Inca, nonostante che questi abbiano governato per un periodo troppo limitato per poter effettuare tutte le opere a loro attribuite, che sono state molto impegnative se si considera non solo la loro mole ma anche la complessità e la varietà; tale periodo comunemente viene considerato esteso dal 1450 al 1533. In effetti gli Inca cominciarono ad espandere il loro territorio dal 1438 partendo dall’altopiano di Cusco compreso tra il lago Titicaca e il lago Junin e annetterono poi i due terzi più meridionali tra il 1471 e il 1493. La conquista spagnola si ebbe tra il 1532 e il 1534. Nel sito archeologico boliviano di Tiwanaku, che si ritiene sia stato abitato sicuramente tra il 200 aC e il 1000 dC, i pochi resti oggi visitabili testimoniano il raggiungimento di una tecnologia molto evoluta. Al contrario, le abitazioni più recenti che troviamo a Machu Picchu o Ollantaytambo – e che possono essere attribuite realmente al periodo Inca – sono di carattere molto più modesto; sono costruzioni eseguite utilizzando pietre non squadrate, legate con una malta di calce, in forte contrasto con le opere precedenti, che sono tutte eseguite a secco. Anche la famosa strada reale attribuita all’impero incaico, che si estendeva per 5200 km con due itinerari principali paralleli e che complessivamente superava 20000 km, ricalcava quasi sicuramente un percorso precedente tracciato da altri.

Figura 8
Figura 8 – Ollantaytambo. Muro di pietre sgrezzate.
Figura 9
Figura 9 – Pisac. Muro con pietre poligonali.
Figura 10
Figura 10 – Fortezza di Ollantaytambo. Muro con pietre squadrate.

Fin dall’inizio è sembrato significativo che siano presenti anche qui, come nell’area del Mediterraneo, opere in pietra sgrezzata, poligonale e squadrata. Non sono stati trovati casi di costruzioni del primo tipo se non come ripresa, forse molto recente, di un’opera del secondo tipo, come è accaduto a Sillustani (per spiegazioni e illustrazioni vedi Mortari 2013). Oltre a Sillustani, opere in pietra sgrezzata sono state osservate a Ollantaytambo (Figura 8) e Machu Picchu. Mura poligonali sono presenti a Machu Picchu, Pisac (Figura 9), Ollantaytambo, fortezza di Ollantaytambo, Cuzco, Sacsayhuaman. Il quarto tipo si trova a Machu Picchu, fortezza di Ollantaytambo (Figura 10), Cusco, Pisac, Sillustani e Tiwanaku.

Complessivamente sono state effettuate 98 misure di lati e 12 misure di angoli. Le misurazioni di lati hanno fornito valori che sono multipli sia del dito pelasgico che della sua metà o di un quarto. Gli scostamenti dai multipli esatti rientrano nell’approssimazione delle misure, che è stata in genere di 1 mm, e talvolta di 0,5 mm. Per quanto riguarda gli angoli vi è stata una sorpresa, dovuta al fatto che in Perù è risultata una unità di misura di 1°, anziché di 1,5° come era invece emerso in Italia e Grecia.

Elaborazione delle osservazioni

Appare dunque significativo che sia in Sudamerica che nell’area mediterranea sono comparse opere costruite secondo le stesse tecniche. Avere trovato che per i muri eretti con pietre poligonali o squadrate le lunghezze dei lati sono state stabilite utilizzando la stessa unità di misura induce a pensare che in un tempo anteriore a quello della costruzione delle mura poligonali ci sia stata una comunicazione tra le due sponde dell’Atlantico; essa dovrebbe essersi protratta a lungo, in modo da permettere di avere una stessa successione di tecniche costruttive. L’inizio delle comunicazioni dovrebbe coincidere con la prima comparsa di mura megalitiche su suolo americano, dove la tecnica delle mura con pietre sgrezzate sarebbe stata importata dall’area del Mediterraneo.

Al periodo in cui era in uso questa tecnica possiamo attribuire non solo le mura di Sillustani, Ollantaytambo e Machu Picchu, ma tutte le opere megalitiche anteriori all’entrata in uso del bronzo. Sono da includere perciò tra i testimoni di questa tecnica – e del relativo periodo – anche quei monoliti che troviamo ad esempio nell’area di Tiwanaku, costituiti dai menhir che ora si trovano inglobati nel recinto murario di Kalasasaya e che un tempo dovevano essere isolati.

Le comunicazioni marittime che stiamo ricostruendo hanno preceduto di diversi millenni le traversate atlantiche di Colombo. Ciò è dimostrato dal ritrovamento in diverse parti del globo terrestre di tracce di diverse specie botaniche che non possono essere state trasportate con mezzi naturali. Tra le diverse notizie al riguardo J.L Sorenson e C.L. Johannessen (2006) citano ad esempio la scoperta di noccioline (Arachis hypogaea), che sono originarie del Sudamerica, in due siti del Neolitico in Cina e in altri scavi archeologici sull’isola di Timor, in Indonesia. Nella seconda località i frutti di arachide sono stati trovati insieme ai resti di altre due piante native dell’America e datati col metodo del radiocarbonio al terzo millennio aC.

D’altronde è stato provato che comunicazioni precolombiane erano frequenti almeno dal XIII secolo aC tra il Sudamerica e l’Egitto. La ricercatrice francese Michelle Lescot nel 1976 scoprì frammenti di foglie di tabacco tra i resti della mummia di Ramesse II, morto nel 1212 aC. La notizia sollevò scalpore ma anche molto scetticismo, e molti hanno cercato in tutti i modi di invalidare l’importanza della scoperta.

Nel 1992 una ricercatrice tedesca, Svetlana Balabanova, insieme a due collaboratori ha analizzato frammenti di tessuto osseo, di capelli e di tessuti molli appartenenti ad alcune mummie conservate nel museo di Monaco e datate tra il 1070 aC e il 395 dC e ha trovato tracce significative di nicotina, cocaina e hashish. Se non sorprende la presenza di quest’ultima sostanza, che deriva dalla Cannabis sativa, originaria dell’Asia centrale, è la presenza delle due prime sostanze che non trova spiegazione se non con sistematici rifornimenti via mare dall’America. D’altra parte un anno più tardi questi stessi ricercatori, esaminando capelli, denti, ossa e parti molli di 72 mummie peruviane datate tra il 200 e il 1500 dC, hanno trovato che molte di esse contenevano almeno una delle stesse tre sostanze. Mentre cocaina e nicotina non potevano costituire una sorpresa, questa volta era l’hashish a crearla. Tutto ciò ci dimostra che per millenni ci sono stati frequenti scambi marittimi e ci permette di ipotizzare che molto probabilmente le opere murarie erette in modo uguale o simile in America e nel Mediterraneo hanno avuto un’evoluzione pressoché simultanea.

Partendo da questo presupposto, possiamo cercare di arricchire con nuovi elementi il quadro finora apparso, andando ad esaminare le differenze tra le realizzazioni nelle due diverse aree in esame, iniziando dai muri in opera poligonale. Se osserviamo i contorni delle pietre presenti in Italia e Grecia, notiamo che essi sono quasi sempre diritti – tanto da far parlare propriamente di poligoni – mentre solo raramente sono curvi, se si esclude l’opera lesbia – usata soprattutto sull’isola di Lesbo – che sembra essere una tecnica nettamente tardiva.

Figura 11
Figura 11 – Fortezza di Ollantaytambo. Muro di pietre poligonali con angoli smussati.
Figura 12
Figura 12 – Machu Picchu. Muro con pietre poligonali che tendono ad essere squadrate.

In Perù vi è una vistosa variabilità in questo tipo di muri, ed è possibile ravvisare all’interno della tecnica poligonale un’evoluzione da forme più semplici a forme più complesse. Le prime mura di Pisac e Ollantaytambo mostrano caratteri più semplici, con scarso ricorso a superfici di contatto curve. Poi, come si può osservare a Ollantaytambo e a Machu Picchu, mentre la lavorazione della faccia a vista si fa più curata, le superfici curve diventano più frequenti, e spesso gli angoli sono smussati (Figura 11); inoltre i lati del poligono diventano sempre più spesso linee spezzate, con due o tre segmenti, deviati solo leggermente l’uno rispetto all’altro, anche solo di 0,5°. Infine le forme dei singoli elementi si semplificano e prevalgono trapezi che spesso diventano rettangoli, apparendo come un preludio alle opere in pietra squadrata (Figura 12).

Figura 14
Figura 14 – Machu Picchu. Muro con pietre di transizione tra sgrezzate e poligonali.
Figura 13
Figura 13 – Machu Picchu. Muro evoluto di pietre sgrezzate.

Una variabilità altrettanto interessante riguarda le opere in pietra sgrezzata, e si può osservare una transizione decisa alle opere in pietra poligonale (Figure 13 e 14). Tale passaggio è avvenuto per una evidente maggiore facilità incontrata nel sagomare pietre cristalline molto resistenti. Mentre in precedenza la pietra sgrezzata veniva lavorata – necessariamente in misura molto limitata – con utensili litici, a Machu Picchu si avverte che nella lavorazione delle pietre hanno fatto la loro comparsa utensili di bronzo, che sono in grado di asportare volumi incomparabilmente maggiori di materiale. Il Perù meridionale è ricco di minerali di arsenico, e il primo bronzo era sicuramente ricavato dalla lega rame-arsenico. L’apparizione di mura poligonali come derivazione di mura di pietre sgrezzate lascia pensare che qui oltre al bronzo sia stata inventata anche la precisa determinazione delle lunghezze con il tramite di righe graduate, incise a distanze regolari di un dito di 1,536 cm, che, se è valida la supposizione, dovrebbe essere chiamato “dito atlantico” e non più “dito pelasgico”.

L’invenzione del bronzo deve avere dato alla civiltà che si andava sviluppando al di là dell’oceano Atlantico grandi possibilità di espansione, testimoniate dalle tracce di comunicazione tra Sudamerica e Cina, Indonesia e Giappone, come dimostrerebbe, oltre ai citati ritrovamenti di piante sudamericane in Asia, il fatto che mura poligonali si trovano anche a Tokyo, dove costituiscono muri di sostegno intorno ai giardini terrazzati del palazzo imperiale. Possiamo chiamare atlantica questa civiltà, i cui fondatori, provenienti dall’area mediterranea, potrebbero essere chiamati Atlanti, supponendo che abbiano avuto come loro mitico antenato Atlante, per analogia con la derivazione del nome dei Pelasgi dal re Pelasgo.

Se è corretta l’interpretazione finora data, una trasfusione di tecnica costruttiva è avvenuta anche, e a maggior ragione, dal Sudamerica verso il Mediterraneo a più riprese, portando dapprima la tecnica delle mura in opera poligonale e in seguito quella delle pietre squadrate. Possiamo così spiegare perché le opere in pietra squadrata del già citato complesso funerario di Zoser a Saqqara fanno la loro comparsa senza preavvisi, senza che ci siano tracce di tentativi di costruire con pietre sagomate con altre tecniche di qualunque tipo. In particolare non ci sono esempi di mura poligonali in Egitto. Da dove spuntano queste opere con pietre squadrate così precisamente? È lecito supporre che si tratti di una tecnica importata.

Cronologia

Volendo ora sistemare nel tempo le tappe che abbiamo riconosciuto nello sviluppo delle tecniche delle opere murarie del Sudamerica, possiamo distinguere essenzialmente quattro momenti da prendere come riferimenti: 1) la colonizzazione dal Mediterraneo verso il continente americano, 2) il passaggio dall’opera grezza a quella poligonale, 3) il passaggio tra l’opera poligonale e l’opera squadrata, 4) il termine della colonizzazione e della civiltà atlantica.

1 – Il momento della colonizzazione del Sudamerica deve essere successivo all’inizio della navigazione d’altura, le cui prime tracce sono fatte risalire a 11500 anni fa. Questa è l’età di uno strato archeologico della grotta di Frankli, nell’Argolide, in cui sono stati trovati oggetti di ossidiana proveniente dall’isola di Milo e resti di pesci di grossa taglia. Più avanti avremo altri elementi di giudizio, e vedremo che la data suddetta dovrà essere spostata indietro. D’altronde spesso accade di riscontrare che le prime tracce di un evento non rappresentano il vero inizio di quel tipo di evento.

Figura 15
Figure 15 – Variazioni del livello marino negli ultimi 30.000 anni (da Mortari, 2011).

– Per trovare l’inizio dell’opera poligonale dobbiamo considerare che esso coincide con la prima utilizzazione di utensili di bronzo. Assumendo che gli Atlanti abbiano mantenuto a lungo il monopolio della produzione di questa lega metallica, possiamo andare a cercare quali sono le tracce più antiche delle opere che essi possono avere creato con l’uso di strumenti di tale natura. Vi sono due indicazioni da tenere in considerazione. La prima riguarda il sito di Göbekli Tepe, in Turchia, in cui la pietra calcarea utilizzata è stata lavorata molto finemente corredando i pilastri lì presenti con raffinate figure di animali. L’età di fondazione dell’area è di circa 11500 anni fa. La seconda indicazione è data dalla famosa “piramide di Yonaguni”. Dando per assodato che la conformazione a gradoni, corridoi e terrazzi della cosiddetta piramide abbia un carattere artificiale, come è indicato dalle superfici perfettamente piane e dagli spigoli rettilinei, dobbiamo ammettere che la lavorazione non può essere avvenuta con strumenti litici, poiché le rocce effusive di tipo andesitico di questo isolotto sono molto resistenti e necessitano dell’uso di strumenti metallici. Ora la piramide è sommersa da 5 m d’acqua e le sue forme artificiali si spingono fino a una profondità compresa tra 28 e 30 m. Sapendo che il mare ha stazionato a 29 m sotto il livello attuale in un intervallo di tempo compreso tra 10250 e 10400 anni aC circa (Mortari, 2011), possiamo inferirne che la metallurgia del bronzo è iniziata prima di 12400 anni fa.

Questa conclusione è senz’altro sorprendente, dato che l’età del bronzo viene comunemente fatta iniziare 5500 anni fa nel Caucaso. Ma dobbiamo considerare che per mezzo del bronzo gli Atlanti costruivano mura difensive che erano estremamente importanti per la loro sopravvivenza; non c’è da stupirsi quindi che tenessero la loro invenzione segreta, tanto che, come è riportato nel Crizia di Platone, quel materiale che essi soli detenevano era noto come “oricalco”, ma nessuno sapeva che composizione avesse.

Per il momento possiamo assumere dunque come data indicativa dell’inizio della metallurgia del bronzo l’età del 10500 aC circa. Questa è anche una data ante quam dobbiamo collocare non solo la prima colonizzazione mediterranea del Sudamerica ma anche un periodo di sviluppo della tecnica delle pietre sgrezzate e la prima navigazione.

3 – Per quanto riguarda l’opera in pietra squadrata abbiamo due date entro le quali tale tecnica dovrebbe essere iniziata. La prima data riguarda le più recenti mura poligonali di cui sia documentata l’età. Si tratta delle mura di Pyrgi, del 3050 aC circa (Mortari, 2012a). L’altra è l’età del complesso funerario di Saqqara, all’incirca del 2650 aC. Quindi possiamo dire che la data che cerchiamo può essere il 2850 aC +/- 200 anni.

4 – Per concludere la ricerca sui riferimenti temporali della civiltà atlantica, manca stabilire quando questa civiltà ha avuto termine. Essa doveva essere ancora in auge alla fine del IV secolo, in considerazione del fatto che una mummia egizia del 395 dC ha rivelato di avere tracce di cocaina e nicotina. Dobbiamo dunque andare avanti col tempo. Quando sono arrivati gli Spagnoli, essi hanno posto fine all’impero degli Inca. Prima degli Inca spiccano le culture Wari e Tiwanaku, che caratterizzano il cosiddetto “Periodo medio andino”, durato dal 600 al 1000 dC circa. Poiché con questo periodo iniziano a trovarsi nelle suppellettili oggetti in bronzo, possiamo assumere questo fatto come un segno che il monopolio del bronzo mantenuto dagli Atlanti era finito.

Gli Atlanti devono essere stati cacciati dalla regione delle Ande centrali nonostante le fortezze di cui si erano muniti. Ciò deve essere accaduto intorno al 500 dC, tenendo conto dell’età del 395 dC di una mummia egizia in cui sono state trovate tracce di nicotina e cocaina e l’età del 600 dC con cui inizia il Periodo medio andino.

Sicuramente essi hanno trovato rifugio sull’isola di Pasqua non per un caso, come ha supposto Thor Heyerdahl, ma perché conoscevano bene la rotta, avendo essi sempre dominato non solo l’oceano Atlantico ma anche quello Pacifico. Qui la più antica traccia della presenza umana è costituita dai carboni residui di un fuoco acceso; l’età radiocarbonio è risultata del 386 dC +/- 100 anni. All’arrivo degli Atlanti l’isola di Pasqua doveva essere disabitata. Si ritiene infatti che la popolazione polinesiana sia arrivata qui solo intorno all’800 o 900 dC. Quando, nel 1722, è arrivato l’ammiraglio olandese Roggeveen, ha trovato che l’isola era abitata da due popolazioni: una polinesiana e una di pelle bianca. Heyerdahl faceva rilevare che queste due popolazioni dovevano avere raggiunto l’isola da due direzioni opposte, dall’Asia sudorientale e dalle coste del Sudamerica poiché avevano portato con sé piante degli originali luoghi di origine, specificatamente il banano e la canna da zucchero i polinesiani e la patata dolce gli altri.

Più convincente per inferire la provenienza dei pasquani di pelle bianca dall’area delle Ande centrali è invece la presenza, fino a poco tempo fa, di alcuni muri megalitici (ora ne è rimasto soltanto uno, lungo una quindicina di metri), le cui pietre sono prevalentemente squadrate. Esse sono state lavorate quasi sicuramente a percussione; sarebbe interessante se venissero trovati gli utensili metallici che sono serviti per realizzare sia questi muri che alcuni moai di basalto (molto probabilmente sagomati prima dell’arrivo dei polinesiani). Ci sono anche torri funerarie che ricordano molto le chullpas più recenti della zona del lago Titicaca, e il cui nome pasquano è tupa. Infine ci sono una ventina di tavolette rongo-rongo, che sono state incise con caratteri pittografici, in buona parte uguali o molto simili a quelli trovati nella valle dell’Indo, a Mohenjo Daro. Questo tipo di scrittura ricorda anche quella del disco di Festo trovato a Creta, e potrebbe non essere un caso che Omero, nell’Odissea, citi tra le lingue parlate su quest’isola quella dei “gloriosi Pelasgi”.

Conclusioni

In conclusione, in una data probabilmente più antica di 13000 anni fa, si può supporre che dal Mediterraneo sia iniziata una colonizzazione del Centro- e Sud-America, dando origine a quella che è nota con il nome di civiltà di Atlantide. Conformemente a quanto Platone ha scritto nel Timeo, si trattò di una civiltà che ha espanso grandemente la propria influenza dominando contemporaneamente su una buona parte di Europa ed Asia. Non sappiamo fino a quando si sia esercitato tale dominio; possiamo supporre tuttavia che esso fosse in atto a metà del terzo millennio aC, durante la III dinastia dell’antico Egitto, così da spiegare la improvvisa apparizione in questa regione della tecnica costruttiva che impiegava pietre perfettamente squadrate.

Verrebbe così spiegato il mistero di come possano essere comparsi in tempi più o meno prossimi tra loro e in diverse parti del pianeta – che si pensava non fossero comunicanti – l’agricoltura, le costruzioni megalitiche, le piramidi.

Lavori citati

Balabanova S., Parsche F., Pirsig W. (1992). First identification of drugs in Egyptian mummies. Naturwissenschaften 79, 358.
Heyerdahl T. (1989). Ile de Pâques. L’énigme dévoilée. A. Michel. 254 pp.
Lugli G. (1946). Corso di topografia dell’Italia antica. L’urbanistica delle città italiche. Le mura di fortificazione. Edizioni dell’Ateneo, Roma.
Mortari R. (2011). I ritmi segreti dell’Universo. Aracne Ed. 336 pp.
Mortari R. (2012a). 2012 – Dalla profezia maya alle previsioni della scienza. www.prevederecatastrofi.it , 85 pp.
Mortari R. (2012b). Confronto tra mura poligonali d’Italia e Grecia.
Mortari R. (2013). Le opere megalitiche dell’area mediterranea e del Sudamerica. Identità e differenze.
Polito E. (a cura di) (2011). Guida alle mura poligonali della provincia di Frosinone. Provincia di Frosinone. 96 pp.
Parsche F., Balabanova S., Pirsig W. (1993). Drugs in ancient populations. The Lancet 341: 503.
Sorenson J.L., Johannessen C.L. (2006). Biolologic evidence for pre-columbian transoceanic voyages. in Mair V.H. (Editor) Contact and exchange in the ancient world. University of Hawai’i Press, 315 pp.

Confronto tra mura poligonali d’Italia e Grecia.

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Ago 222019
 

Tratto dal link origine : http://www.terradegliuomini.com/confronto-mura-poligonali-italia-grecia.html

Riassunto

Esaminando le mura difensive poligonali di Cosa, Alatri, Segni, Cori, Alba Fucens e Circei, si è osservato che le lunghezze dei lati dei poligoni sono multiple di un valore comune, pari a 1,536 cm, mentre le ampiezze degli angoli sono multiple di 1,5°. Stessi valori sono stati riscontrati ad Atene e, nel Mare Egeo, sull’isola di Milo. Da altre osservazioni a Pyrgi ed Orbetello sono emerse due date entro le quali questa tecnica costruttiva veniva applicata.

Introduzione

Quando si parla di mura poligonali si usa un’espressione contratta per indicare che nella faccia a vista i blocchi di pietra impiegati hanno contorni costituiti da un numero di lati che può variare da tre a più di dieci e con angoli che possono essere anche concavi.

Le mura di difesa di molte città presenti soprattutto nell’Italia centrale che hanno queste caratteristiche sono chiamate anche “ciclopiche”, ad indicare le dimensioni particolari dei loro elementi, che sono spesso superiori a 1 m. Il termine, indebitamente attinto da miti e leggende, dovrebbe essere sostituito da “megalitiche”. Questo particolare aspetto avrà grande importanza nel resto dell’esposizione.

Altro nome usato di frequente è quello di “mura pelasgiche”, ma vi è attualmente una tendenza a metterlo sullo stesso piano di “mura ciclopiche”, in quanto l’espressione sarebbe giustificata da dati troppo scarsi e nebulosi presentati dalla letteratura antica.

Giuseppe Lugli (1946) scriveva a questo proposito: “Ė dimostrato ormai che i Pelasgi non hanno nulla a che vedere con le grandi fortificazioni poligonali e che esse non sono così antiche come si credeva un tempo. Il raffronto con le mura di Tirinto e Micene è puramente tecnico e non presenta alcun legame storico ed etnico; le mura più rozze risalgono sul nostro territorio al VI secolo, mentre quelle più accuratamente tagliate si possono datare alla metà e fine del IV.” Questi tempi sono ovviamente da intendersi a.C..

Su questo argomento ritorneremo più avanti.

Bisogna precisare che non tutte le mura megalitiche sono poligonali, mentre non tutte le mura poligonali sono megalitiche. Giuseppe Lugli, che ha compiuto un lavoro sistematico su questo tipo di costruzioni, ha tenuto ben presente la prima parte della frase precedente, ma non la seconda. Egli (1967) ha distinto in cinque classi le tecniche costruttive delle mura antiche del Lazio: opus siliceum, quadratum, caementicium, incertum e reticulatum. Nell’ambito dell’opus siliceum, che identifica con l’opera poligonale in senso lato, riconosce quattro maniere, che ritengo utile esporre, con una descrizione e con esempi miei.

Nella prima maniera i blocchi sono accatastati così come vengono dalla cava, quindi sono grezzi. Possiamo vederne degli esempi ad Atina e al centro di Amelia.

Nella seconda maniera i blocchi sono stati sgrossati in modo da ridurre al massimo gli spazi lasciati vuoti tra una pietra e l’altra, i quali sono inzeppati con pezzatura minore, sagomata per l’occorrenza. La faccia a vista viene resa il più possibile piana, compatibilmente con i mezzi a disposizione, che sono di natura litica. Se ne vedono begli esempi a Roselle e Norba.

Nella terza maniera la sgrossatura sulla faccia esterna diventa più raffinata fino a raggiungere una superficie piana, uniforme per tutto il muro. Inoltre le parti a contatto con gli altri blocchi vengono spianate con opportuni orientamenti in modo che i giunti siano quasi perfettamente chiusi. Lugli precisa che i blocchi erano probabilmente lavorati sul posto “ riportando con una squadra su di essi l’angolo corrispondente di quelli coi quali doveva riconnettersi” e che i piani di posa erano tagliati a scalpello.

Esempi di questa maniera, che è la sola che a rigore merita il titolo di “poligonale”, sono a Cosa, Orbetello, Pyrgi, Alatri, Alba Fucens, Norba e molti altri siti in Italia e all’estero.

Nella quarta maniera vi è una “imitazione dell’opera quadrata, della quale non si raggiunge l’esattezza per risparmio di lavoro. I blocchi sono allettati con lunghi piani di posa che seguono una linea sinuosa e ogni tanto si spezzano per la differente altezza dei filari, sono tagliati secondo quattro lati non paralleli e le giunture verticali sono quasi sempre oblique in sensi inversi”.

Nell’ambito dell’opera quadrata egli distingue tre maniere: etrusca, greca e romana a seconda che i filari siano “senza una costante unità di misura”, perfettamente orizzontali ma di altezza diversa e con una alternanza di una pietra disposta nella faccia a vista con il taglio verticale e di alcune pietre (ad esempio tre) con il taglio orizzontale, oppure alternati di testa e di taglio.

Precisa che non esiste differenza di età fra l’opera poligonale e l’opera quadrata ma solo differenza di tecnica.

Se l’ordine in cui le quattro maniere sono state presentate costituisca, al contrario, anche un ordine cronologico si è molto dibattuto. Rimandiamo a più tardi una discussione sull’argomento, quando affronteremo il problema dell’età di alcuni casi. Per il momento ci addentriamo nella questione della tecnica costruttiva.

Come già detto, secondo Lugli, per l’opera poligonale il risultato del perfetto combaciamento delle facce veniva ottenuto riportando con una squadra l’apertura degli angoli. C’è stata anche un’ipotesi più fantasiosa, ma molto poco pratica, secondo la quale gli angoli di sagomatura venivano determinati ricorrendo a calchi di piombo.

Nuove osservazioni sulle mura poligonali

Se osserviamo attentamente l’incastro delle pietre poligonali, dobbiamo notare che non è sufficiente, come suggerisce il Lugli, determinare l’apertura degli angoli, ma occorre determinare in alcuni casi anche l’ampiezza dei lati. Considerando poi la precisione dei giunti, è stata da me formulata un’altra ipotesi, e cioè che il valore di un angolo o di un lato venisse stabilito non con un riporto ma, più razionalmente, con una misura.

Se l’ipotesi fosse esatta, sarebbe possibile osservare anche quale unità di misura fosse stata adottata e confrontarla con il digitus romano, di 1,85 cm, o con l’analoga unità etrusca. Per quest’ultima il valore, di 1,68 cm, è stato determinato effettuando alcune misure su blocchi squadrati utilizzati per le tombe a dado del VI secolo a.C. della necropoli di Cerveteri in località La Banditaccia e per un tumulo, anch’esso del VI secolo a.C., della necropoli del secondo Melone del Sodo presso Cortona.

Figura 1 – Particolare del muro poligonale di Monte Circeo in località Crocette.

Un controllo di questo genere, effettuato dapprima a Cosa e poi ad Alatri, Cori, Segni ed Alba Fucens, e Circei, non poteva trascurare di considerare l’ordine temporale con cui le pietre sono state collocate. Infatti, se consideriamo ad esempio i tre angoli al centro della Figura 1, possiamo contare con certezza solo su quello appartenente alla pietra di forma triangolare in quanto che esso sicuramente è stato modellato fuori opera, mentre è molto probabile che gli altri due siano stati creati quando le pietre erano già state collocate nella loro attuale posizione; in tal caso non era importante stabilire tanto l’apertura di questi quanto l’apertura di quello rimanente.

Figura 2 – Cori. La pietra al centro ha la conformazione ideale per verificare l’ipotesi che lo spazio che doveva occupare era stato preventivamente misurato per riprodurne la lunghezza della base e l’ampiezza degli angoli. Si possono notare sulle facce dei vari elementi segni lasciati dai colpi di uno scalpello.

Analogamente, per misurare lati modellati fuori opera, occorreva essere certi che la pietra relativa fosse stata messa in opera dopo le pietre ospitanti, e la situazione esemplare è quella di una forma a trapezio rovesciato, con la base minore in basso, poiché il loro alloggiamento doveva essere preparato in un modo più accurato per assicurare il perfetto incastro, come è il caso della Figura 2. Qui, oltre ai due angoli in basso, certamente chi ha eretto il muro ha misurato anche la base minore, mentre per quella maggiore, quasi sicuramente sagomata successivamente alla collocazione della pietra, non vi è la certezza richiesta.

Le misure di lati in situazioni simili a quella della Figura 2 hanno fornito valori che sono risultati multipli di 1,536 cm (Mortari, 2012). Ad esempio, la base della pietra al centro di questa figura misura 115,2 cm. Questo valore non è un multiplo esatto né di 1,85 cm (115,2 : 1,85 = 62,3) né di 1,68 cm (115,2 : 1,68 = 68,6), mentre è multiplo esatto di 1,536 cm (115,2 : 1,536 = 75,0).

L’unità di misura trovata dunque non è risultata né romana né etrusca.

Per la misura degli angoli, per cui è richiesta una maggiore accuratezza, si è optato per l’utilizzo di immagini fotografiche, riprodotte e opportunamente ingrandite al computer, avendo cura di riprendere l’immagine con la minore parallasse possibile. L’effetto risultante era sufficiente per apprezzare bene anche il mezzo grado. Sono stati fotografati particolari delle mura di Cosa, Alatri, Alba Fucens e Circei. Nella Figura 2 è possibile verificare che i due angoli della pietra al centro sono di 93 e 105°, mentre ancora di 93° è l’angolo del blocco in alto a sinistra.

La maggior parte delle misure ha dato valori multipli di 3°, ma in diversi casi si sono trovati valori multipli di 1,5° (Mortari, 2012); ad esempio, l’angolo al centro della Figura 1 è di 82,5°. Il risultato è sorprendente non solo perché conferma che si tratta di opere preromane, ma anche perché testimonia l’uso di un sistema sessagesimale diverso da quello che conosciamo, dividendo l’angolo retto in 30 oppure, più probabilmente, in 60 parti.

Figura 3 – Atene. Elemento esagonale di un muro poligonale di contenimento.

Il passo successivo di questa ricerca è stato di andare a verificare se nell’altra parte del bacino mediterraneo in cui si concentrano mura poligonali, cioè la Grecia, l’identità della tecnica costruttiva si estende fino all’uso delle stesse unità di misura riscontrate nel Lazio, nell’Abruzzo e nella Toscana.

La prima località in cui sono state studiate queste opere poligonali è ad Atene, ai piedi del lato meridionale dell’Acropoli. Qui, lungo il peripatos che congiunge i due teatri di Erode Attico e di Dioniso, vi è un muro, il cui tratto meglio conservato, di circa 25 m di lunghezza e di altezza tra 1,5 e 2 m, serviva di sostegno per la formazione di un ampio terrazzo, sul quale è sorta poi la Stoà Ionica. Tre pietre sono state prese in considerazione per le condizioni favorevoli alle misure, con lati ben definiti. La prima, di forma esagonale, è mostrata nella Figura 3.

Sono stati misurati i tre lati della parte inferiore e i quattro angoli che li interessano. Partendo da sinistra i lati hanno fornito le seguenti misure: 41,5 16,2 e 40,0 cm, che, divise per 1,536, danno 41,5 : 1,536 = 27,0; 16,2 : 1,536 = 10,5; 40,0 : 1,536 = 26,0. Se dividiamo gli stessi valori per la misura del dactylos greco, di 1,93 cm, abbiamo 41,5 : 1,93 = 21,5; 16,2 : 1,93 = 8,4; 40,0 : 1,93 = 20,7. Questi risultati indicano dunque che qui veniva utilizzata la stessa unità di misura dell’Italia centrale e la metà di essa.

Per le misure dei quattro angoli, sono risultati, sempre procedendo da sinistra, i valori di 112,5 157,5 150 e 121,5°. Sono tutti multipli di 1,5°, come si era riscontrato in Italia.

Figura 4 – Atene. Particolare del muro poligonale.
Figura 5 – Atene. Pietra a contorno quadrangolare.

Della seconda pietra, illustrata nella Figura 4, è stata determinata la lunghezza del lato inferiore più lungo, che è di 99,0 cm, molto prossimo a 1,536 x 64,5 = 99,072 cm. L’angolo formato con il lato inclinato è di 141°. La terza pietra ha una forma intermedia tra un trapezio rovesciato e un triangolo (v. Figura 5). Il lato inferiore è lungo 71,4 cm, corrispondente a 1,536 x 46,5 = 71,424, mentre i due angoli che sono formati con i due lati adiacenti sono risultati di 151,5 e 61,5°, anch’essi multipli di 1,5°.

La seconda località greca è l’isola di Milos, molto nota agli archeologi per essere stata una sede importante della cosiddetta Civiltà Cicladica. La cittadella di Phylacopì, sulla parte settentrionale dell’isola, si è qui sviluppata in tre periodi appartenenti all’Età del bronzo, il primo dei quali è datato tra il 2300 e il 2000 a.C., ma le mura difensive che si trovano non sono così elaborate come le mura che stiamo per trattare.

Il sito che interessa si trova circa 500 m a NNE del villaggio di Klima, all’imboccatura dell’ampio golfo che caratterizza quest’isola. Klima aveva un porto, e il muro proteggeva la relativa acropoli. I Romani hanno potenziato le strutture portuali e hanno completato la cinta difensiva aggiungendo, tra l’altro, un bastione a pianta circolare in prossimità della sua porta principale di accesso.

Figura 6 – Isola di Milos. Tratto di muro poligonale che si estende ad est del teatro romano.

Del muro poligonale originale, costruito con locali pietre di natura vulcanica, restano due tratti, separati da alcune decine di metri. Il tratto maggiore è lungo circa 200 m e si estende lungo un sentiero che dal teatro romano conduce, più a est, all’ingresso delle catacombe paleocristiane (Figura 6); un secondo tratto è limitato a una decina di metri e si trova presso la nicchia dove fu ritrovata la statua di Afrodite che ora è al Louvre.

Figura 7 – Milos. Tratto di muro difensivo in opera lesbia, caratterizzato dall’abbondanza di superfici curve lungo i contatti orizzontali.

Presso il bastione vi è un terzo tratto preromano, lungo una decina di metri, ma la tecnica seguita è quella della cosiddetta “opera lesbia”, che appare come una derivazione dell’opera poligonale, con maggior abbondanza di giunti curvi (Figura 7).

Scranton (1941) la tiene giustamente distinta dall’opera poligonale. Un esempio di opera lesbia è la parte più recente della sostruzione del tempio di Apollo a Delfi. Questo terzo tratto preromano è formato da elementi di dimensioni minori e più uniformi rispetto ai primi due tratti, quasi tutti con lati di circa 40 cm e con la faccia a vista bugnata; solo nella parte inferiore del muro gli elementi sono simili a quelli del muro poligonale vero e proprio, e ciò fa pensare che il tratto in questione sia stato rifatto utilizzando parte di ciò che rimaneva di un muro poligonale. Nella parte superiore, mentre i giunti verticali sono quasi sempre dritti, quelli orizzontali sono per lo più curvi. Il contatto lungo i giunti non è perfetto e tutta la lavorazione appare meno accurata dei due tratti in opera poligonale.

Ritornando al tratto più esteso, esso aveva una funzione mista di protezione e sostegno, con un’altezza che variava tra 7 e 12 ÷ 13 m, fino a raggiungere la quota di un ripiano superiore. Dove l’altezza era maggiore troviamo una risega orizzontale, in corrispondenza della quale la parte superiore del muro è più arretrata di 10 ÷ 12 cm. Potrebbe non essere casuale il fatto che la differenza di quota tra la risega e il punto dove il muro arrivava alla massima quota (verso il teatro, ad ovest) era di 7,7 m. Tenendo conto che la spinta del terreno dietro un muro di sostegno cresce con il quadrato dell’altezza e che solitamente, quando vengono superati i 6 m, un muro di questo tipo viene considerato notevolmente impegnativo, il valore di 7,7 m è apparso subito molto particolare. Per questa ragione potrebbe non essere un caso che si sia scelta una altezza che è 500 volte l’unità di misura che stiamo cercando e che potrebbe essere 10 volte un braccio di 77 cm.

Figura 8 – Milos. Elemento dal contorno rettangolare molto accurato

In questo tratto le pietre bugnate sono nettamente scarse, e sono limitate a litotipi difficili da spianare per la facilità con cui vi si generano fratture del tipo concoide. Nella Figura 8 il blocco maggiore corrisponde un po’ a queste caratteristiche. Esso ha presentato, ai fini della presente ricerca, due grandi vantaggi. Il suo contorno è molto regolare, anche se è stato modificato, nell’angolo in basso a destra, poco prima del suo posizionamento. Inoltre i due lati minori sono esattamente ortogonali rispetto alla base. Ciò ha permesso di determinare con esattezza la sua lunghezza, che è risultata di 102,0 cm. Questo valore è pressoché coincidente con 1,536 x 66,5 = 102,1 cm.

Figura 9 – Milos. Blocco ben squadrato sovrastante una risega larga 10-12 cm. La sua base misura 110,6 cm, pari esattamente a 72 volte 1,536 cm.

Un secondo blocco è rappresentato nella Figura 9. Esso è situato subito sopra la risega; ha la superficie inferiore piana, la quale misura una lunghezza di 110,6 cm, determinabile bene perché sono ben ricostruibili le facce in contatto con le pietre laterali. Questo valore coincide con 1,536 x 72,0 = 110,59 cm.

I due elementi presentati per primi sono tra i più voluminosi di tutto il muro. Confrontati con quelli delle opere analoghe dell’Italia centrale, essi appaiono decisamente di dimensioni più piccole, e riesce arduo parlare di quest’opera come di un’opera megalitica. Tuttavia occorre tenere presente che i materiali locali utilizzati non consentono di ottenere misure maggiori, e quindi pietre più lunghe di 1 m sono eccezionalmente grandi per Milo, come è dimostrato dal fatto che nella successiva opera lesbia la taglia massima è nettamente minore, circa la metà.

Un terzo blocco, il più piccolo ad avere una forma prossima al trapezio nella Figura 10, ha fornito misure di 27,6 ÷ 27,7 cm. Anche in questo caso il confronto con le misure delle mura italiane è stato positivo, essendo 1,536 x 18,0 = 27,65 cm.

Figura 11
Figura 11 – Milos. Le misure dei vari segmenti della base piuttosto articolata di questo elemento acquistano affidabilità se sono fatte in modo cumulativo.
Figura 10
Figura 10 – Milos. La base minore del blocco più piccolo a forma di trapezio rovesciato, in basso a destra, misura 27,6-27,7 cm, pari a 18 volte 1,536 cm.

Il quarto elemento considerato (Figura 11) ha una base più articolata; tale particolare rende difficile fare misure accurate dei vari segmenti, a meno che non si effettuino quattro misure cumulative utilizzando uno stesso punto di partenza. Le quattro misure, iniziate da sinistra, sono state di 32,2 43,0 57,0 e 76,7 cm. Possiamo confrontarle con 1,536 x 21 28 36 e 50 ovvero con 32,26 43,01 56,81 e 76,80 cm e concludere che almeno tre delle quattro misure corrispondono bene a multipli interi dell’unità di misura determinata in Italia.

La base di un quinto blocco, a forma di pentagono ha fornito misure di 82.8 ÷ 82.9 cm. Anche in questo vi è una buona corrispondenza con 1,536 x 53,0 = 82,94 cm.

Le due pietre che sottostanno alla parte destra del blocco rettangolare della Figura 8 hanno le due basi leggermente diverse: 32,2 e 31,5 cm, che corrispondono a 1,536 x 21,0 e 20,5 = 32,256 e 30,488 cm rispettivamente.

Figura 12
Figura 12 – Milos. Nonostante la profonda erosione di questa pietra, la sua base è ben delimitabile e ha fornito la misura di 72,2 cm.

Nella Figura 12, nonostante l’erosione dell’elemento al centro e grazie alla maggiore durezza e resistenza delle tre pietre confinanti, si è potuta determinare con sufficiente precisione la lunghezza che doveva avere in origine la sua base: 72,2 cm, che coincide con 1,536 x 47,0 = 72,19 cm.

Per le misure degli angoli, più difficili da determinare rispetto a quelle dei lati, la più significativa è offerta dalla pietra in basso a destra della Figura 8, i cui contorni sono netti e hanno permesso di precisare che il suo angolo in basso a sinistra è di 88,5°. Ma anche la pietra della Figura 11 ha fornito due valori interessanti, ambedue di 100,5°, mentre l’angolo a destra nella Figura 12 è risultato di 105°.

Purtroppo molti elementi del muro si sono logorati non solo sulla faccia a vista ma anche sulle altre facce, e per questa ragione non si sono potute effettuare un buon numero di misure.

In definitiva, anche se si sono esaminati due soli siti nell’area greca, possiamo sostenere l’idea che probabilmente tutte le opere megalitiche poligonali (in senso stretto, quindi) che si trovano su territorio italiano e greco sono state costruite con una stessa tecnica e in particolare con le stesse unità di misura per le lunghezze e per gli angoli.

L’adozione di una stessa tecnica costruttiva, tra l’altro molto accurata, rende verosimile l’ipotesi che tutte le mura megalitiche con opera poligonale appartengano a uno stesso, ben determinato, periodo di tempo.

Problema dell’età delle opere poligonali megalitiche

Figura 13
Figura 13 – Necropoli di Cerveteri, località Banditaccia. Muro poligonale con elementi di modeste dimensioni appartenente a un tumulo del VII secolo a.C..

Quando si parla di opere poligonali bisogna fare un’importante distinzione: se si tratta di mura megalitiche o no. Opere poligonali erano realizzate sia da Etruschi che da Romani ma con dimensioni degli elementi assai ridotte rispetto a ciò che appare nelle mura megalitiche. Nella Figura 13 possiamo osservare un tratto di muro con blocchi a contorno poligonale appartenente ad una delle tombe più antiche della necropoli della zona della Banditaccia presso Cerveteri (VII secolo a.C.).

Quando si tratta di blocchi di ridotte dimensioni, dell’ordine di 40 o 50 cm, è più economico sagomare sul luogo blocchi, magari riciclati, a forma di poligono irregolare con l’uso di martello e scalpello e la tecnica del prova e correggi, oppure con l’aiuto di goniometro e metro (come è il caso della Figura 13), anziché usare blocchi regolari e squadrati, che devono essere preparati in cava, trasportati con precauzione fino alla zona di impiego e non sempre possono essere facilmente riutilizzati come tali. E si tratta quindi di distinguere tra un semplice lavoro di tipo “artigianale” e uno più complesso, fatto in serie, che potremo chiamare “industriale”.

Se ritorniamo alle mura poligonali più interessanti per noi, quelle megalitiche, e prendiamo il caso del blocco squadrato di Figura 8, esso è stato ricavato con estrema accuratezza a colpi di scalpello, mentre sarebbe stato molto più semplice tagliarlo con una sega, se i costruttori avessero avuto a disposizione questo strumento. Se ne può inferire che probabilmente in un cantiere così importante la mancanza di seghe fosse dovuta al fatto che la sega non era ancora stata inventata. Infatti, quando vengono usate le seghe, sistematicamente vengono approntate pietre squadrate, e lo scalpello diventa uno strumento secondario.

D’altra parte, prima dell’invenzione della sega, è intuibile che il passaggio dalla seconda alla terza maniera sia stato possibile solo dopo l’introduzione dello scalpello. Possiamo vedere segni evidenti lasciati da uno scalpello nelle pietre del muro di Figura 2. La forma poligonale nella faccia a vista era dettata dall’utilizzo più economico, dal punto di vista dell’energia impiegata, dei blocchi ricavati in cava, mantenendosi il più vicino possibile alla forma generalmente irregolare di questi e avere così il minimo sfrido.

Il passaggio tra la seconda e la terza maniera deve avere rappresentato l’inizio di quella rivoluzione nella lavorazione dei metalli che è stata la metallurgia del bronzo, e perciò dovrebbe avere un valore “cronostratigrafico” in archeologia. Questa affermazione ha un valore generale e non limitato a casi singoli, essendo che dopo l’introduzione della terza maniera è ancora possibile il mantenimento delle maniere precedenti, se vi è qualche convenienza per farlo. Un ragionamento analogo può essere fatto considerando il passaggio all’opera quadrata, del quale però ci occuperemo più avanti.

Le considerazioni fin qui fatte portano a conclusioni che sono molto diverse da quelle a cui la maggior parte degli studiosi arrivano. Possiamo prendere in esame, per esempio, una delle più recenti testimonianze di quello che è il parere più diffuso sull’argomento estraendo alcune frasi dall’introduzione del recentissimo studio sulle mura poligonali curato da Eugenio Polito (2011) per conto dell’amministrazione provinciale di Frosinone.

Secondo questo studioso la “fioritura di grandi circuiti murari poligonali” avvenne nel Lazio in epoca romana con “il miglioramento e la persistenza di tale tecnica… fino alle soglie del I secolo a.C.”. Inoltre “si dovrà riconoscere che … l’avvento delle mura a giunti regolari non pare risalire oltre il IV secolo a.C.. … La stessa tecnica muraria … trovò applicazione … in centri estranei al Lazio … non prima dell’avanzato IV secolo e interessò città come Alba Fucens, nell’Aquilano, Amelia in Umbria, Cosa e la vicina Orbetello nella Toscana meridionale costiera e Lucca nella parte settentrionale della stessa regione.”

Viene portata avanti, in particolare, da questo autore l’idea che le cinte murarie delle diverse città siano opera di coloni che, provenendo dal Lazio meridionale, dove si erano specializzati nell’eseguire cinte difensive in opera poligonale, seguivano l’espansione territoriale di Roma. Per esempio essi sarebbero gli artefici delle mura di Cosa tra il 273 e il 264 a.C.. È evidente in questo modo di pensare l’influenza del Lugli, che attribuiva tutte le quattro maniere all’epoca romana ed ha stabilito, per esempio, che la roccaforte del Circeo è stata costruita dai Romani nel 393 a.C..

Una delle poche voci che escono dal coro, dovuta a Mario Pincherle (1990), riconosce che per le mura megalitiche poligonali l’età deve essere ben più antica, per via delle notevoli affinità con le analoghe opere murarie in Grecia, e suppone una derivazione minoica … a meno, potremmo aggiungere, che i coloni del Lazio meridionale non siano andati al seguito di Roma conquistatrice a costruire opere poligonali anche all’estero.

Figura 14
Figura 14 – Milos. Zona del teatro romano. I valori dell’altezza delle pietre, perfettamente squadrate, risultano essere esattamente multipli del digitus romano (1,85 cm) o della sua metà.

Per fugare questo dubbio, semmai ce ne fosse ancora bisogno, è da considerare la rilevante differenza di tecnica costruttiva esistente tra il muro poligonale di Milo e i muri in opera squadrata che sono presenti nella stessa roccaforte di Klima, chiaramente di produzione romana. Dalla parte opposta del teatro rispetto al lungo muro poligonale, si può ammirare infatti un muro di sostegno (Figura 14) con 14 corsi di pietre perfettamente squadrate, le cui singole altezze a partire dalla seconda fila dal basso e fino alla terzultima fila sono di 55,5 55,5 50,9 50,9 49,05 54,6 49,05 44,4 50,9 56,4 e 54,5 cm.

Considerando che il dito romano era di 1,85 cm, abbiamo da confrontare questi valori con i multipli 1,85 x 30 30 27,5 27,5 26,5 29,5 26,5 24 27,5 30,5 29,5 che risultano essere pari a 55,5 55,5 50,875 50,875 49,025 54,575 49,025 44,4 50,875 56,425 54,575 cm, da cui si nota non solo che i Romani usavano a Milo la loro propria unità di misura, e pure la mezza unità, ma anche che la precisione con cui tagliavano queste pietre era millimetrica, segno che le seghe che utilizzavano dovevano essere supportate da macchine apposite per ottenere un risultato così preciso.

Avendo appurato che l’unità di misura utilizzata per le opere poligonali dell’Italia centrale e dell’isola di Milo è la stessa ed è di 1,536 cm, dobbiamo ammettere che quelle mura difensive sono precedenti rispetto non solo alle più antiche costruzioni romane ma anche a quelle etrusche.

Nel momento in cui sembra che il processo di retrodatazione non possa continuare facilmente, ci possiamo avvalere di una diversa opportunità, venutasi a creare esaminando le mura poligonali di Pyrgi, presso Santa Severa, un luogo importante per l’archeologia perché è risultato essere stato frequentato dall’uomo fin dal IV millennio a.C..

Osservando attentamente come si presenta la situazione di Pyrgi, tre aspetti risultano assolutamente singolari. Per prima cosa, la cinta muraria, che si svolge su un perimetro rettangolare con il lato maggiore perpendicolare alla linea di costa, ha la sua metà verso mare che raggiunge 4 m di altezza mentre la metà rimanente presenta un’altezza uniforme di circa un metro. Se le altezze modeste fossero semplicemente l’effetto di uno smantellamento incompleto, non appare chiaro per quale ragione la metà più bassa sia regolare e continua.

Il secondo aspetto riguarda l’utilizzo dell’area in epoche etrusca e romana. I Romani conquistarono la zona nel 281 a.C. e stabilirono un loro castrum proprio all’interno della metà verso mare del recinto descritto, e si ritiene comunemente che questa data sia anche quella della costruzione dello stesso recinto.

Tale opinione viene giustificata dal fatto che gli Etruschi di Caere, quando allestirono un’area portuale nella stessa zona, costruirono una cittadella con ben tre templi non nell’area entro il recinto in opera poligonale ma a una distanza di 200 m da esso, anche se questo era stato edificato su un terreno molto più stabile. Infatti la zona delle costruzioni etrusche ha subìto una forte subsidenza, e alcuni dei loro edifici si trovano ora tre metri sotto il livello del mare, mentre l’area racchiusa dal muro megalitico non ha subito lo stesso fenomeno.

Figura 15
Figura 15 – Santa Severa. Muro megalitico che ha ospitato il castrum della colonia romana di Pyrgi. Numerosi fori di litodomi si sono creati dopo che questa pietra è stata ridotta rispetto alla forma originaria.

Figura 15 – Santa Severa. Muro megalitico che ha ospitato il castrum della colonia romana di Pyrgi. Numerosi fori di litodomi si sono creati dopo che questa pietra è stata ridotta rispetto alla forma originaria.

Come mai gli Etruschi, così attenti generalmente nello scegliere un sito dove costruire una città, non hanno scelto di sfruttare le difese già in buona parte erette su un terreno di migliori caratteristiche? La risposta viene da un terzo aspetto di quest’area. In una elevata percentuale, le pietre di arenaria del muro poligonale sono perforate da litodomi. La superficie interessata può essere sia quella della originaria faccia a vista, sia una superficie più arretrata dove la pietra si è fratturata (Figura 15), sia la superficie che ora limita superiormente il tratto di altezza minore (Mortari, 2012).

È logico pensare che il mare abbia invaso la zona in esame interrompendo la costruzione e si sia ritirato solo poco tempo prima che avvenisse la conquista romana. È da scartare l’ipotesi che si sia trattato di un movimento verticale della cosiddetta terraferma perché il centro di attività vulcanica a cui potrebbe essere riferito il fenomeno è troppo distante nel tempo e nello spazio. Resta da ipotizzare che sia intervenuta una variazione del livello del mare.

Figura 16
Figura 16 – Variazioni del livello del mare degli ultimi 10.000 anni. I vari simboli rappresentano datazioni con il metodo del radiocarbonio di indicatori di livello, come ostree e mangrovie, raccolti a determinate quote rispetto al livello del mare attuale in varie aree ritenute stabili. Da Mortari, 2005.

Uno studio molto dettagliato di come è cambiato il livello marino dopo l’ultima puntata glaciale e in particolare negli ultimi 10.000 anni è stato compiuto dallo scrivente (Mortari, 2005, 2010) e viene riportato, per la parte che ci interessa, nella Figura 16. La linea che descrive il cambiamento è stata ricavata studiando variazioni cicliche di vario periodo del livello del mare. Il ciclo fondamentale per comprendere le variazioni ha un periodo di 2528 anni (Mortari, 2012). È peculiare di queste variazioni un carattere improvviso che si alterna a periodi relativamente molto più lunghi di stasi, molto diversamente da come la variazione del livello del mare è interpretata comunemente, cioè con modalità graduale. In particolare si alternano due stasi con durate diverse, rispettivamente di 2013 e 148 anni, mentre i raccordi tra i due stazionamenti avvengono con stasi minori, di 10,5 anni in media. L’attuale stazionamento maggiore è previsto terminare nel 2012.

Un altro particolare, molto significativo per i nostri scopi, distingue questa ricostruzione da quelle, purtroppo, molto diffuse nella letteratura geologica, le quali considerano una risalita continua del livello del mare a partire dall’inizio della deglaciazione, avvenuto circa 22.750 anni fa, fino ad oggi. Queste ricostruzioni trascurano ciecamente le numerose tracce e indizi di un mare nettamente al disopra dell’attuale livello intorno a 5000 anni fa, quando le temperature globali erano 2÷3° maggiori di adesso. Tra le tracce disponibili ci sono resti di organismi marini che vivevano in prossimità del livello del mare, come ad esempio ostree e mangrovie. Un buon numero di resti del genere sono stati raccolti in aree notoriamente stabili, sono stati datati con il metodo del radiocarbonio e le loro età compaiono nella Figura 16, confermando l’andamento generale del grafico.

Vi è un dettaglio importante che occorre precisare. La base del muro e il piano di calpestio che ora la circonda sono oggi a una quota di 1,6 ÷ 1,7 m. Tra il 5350 e il 3044 a.C. il livello del mare è stato stazionario alla quota di 1,7 m. Possiamo intuire che la cinta muraria del luogo dove poi sorgerà Pyrgi è cominciata ad essere edificata verso la fine di questo intervallo di tempo.

Quando la costruzione era già avanzata, la superficie del mare si è innalzata improvvisamente più volte e nel giro di 73 anni si è portata alla quota di circa 5,5 m. Dopo avere raggiunto la quota massima di 7 m intorno a 4800 anni fa, il mare è sceso a 4 m e poi a 2 m, dove è rimasto tra il 443 e il 295 a.C.. Nel 295 il livello era sceso a 1,75 e scenderà ancora dieci anni più tardi fino a 1,5 m.

Quando i Romani sono arrivati in quest’area, nel 281 a.C,, il mare dunque era già ritornato a un livello di poco inferiore a quello a cui si trovava quando la costruzione del muro era stata iniziata. E non è stato più un problema il riutilizzo dell’opera interrotta.

In conclusione, abbiamo una data precisa della interruzione della costruzione di questo muro megalitico in opera poligonale: il 3044 a.C..

Se per il muro poligonale di Pyrgi è stato necessario osservare i fori di litodomi per arrivare a conoscere la sua età, per l’analogo muro di Orbetello il discorso è più semplice. Basta considerare che della sua altezza complessiva di 7 m (Pincherle, 1990) ben 4 sono sott’acqua. Il mare, dopo essere rimasto alla quota di -9 m tra l’8174 e il 5572 a.C., si è stabilizzato a -4 m tra il 5499 e il 5351 a.C.. Anche su questo muro si possono osservare fori di litodomi, seppure con molta maggiore difficoltà a causa della natura della roccia, molto alterabile in superficie perché costituita da un calcare dolomitico fittamente interessato da microfratture. Se, come si è ipotizzato a Pyrgi, anche qui la costruzione del muro è stata iniziata alla quota del mare, è in quest’ultimo intervallo di tempo che deve essere collocata la data di costruzione del muro di Orbetello.

La data minima del 5351 a.C. pone un rilevante problema. Abbiamo sostenuto che l’opera poligonale è uno dei prodotti dell’uomo che è stato possibile grazie alla metallurgia del bronzo. Mentre la diffusione del bronzo in Europa viene fatta iniziare non prima del 3500 ÷ 3300 a.C., il caso di Orbetello ne fa retrodatare l’inizio di circa 2000 anni.

Dato che le mura poligonali appaiono come una evoluzione delle mura di prima e seconda maniera, c’è da pensare che chi ha adottato la tecnica poligonale ha probabilmente anche inventato la metallurgia del bronzo. È possibile che, trattandosi di una invenzione di importanza strategica, essa abbia avuto applicazioni solo in campo militare finché non è stata imitata da altre popolazioni e ha potuto estendersi all’uso civile.

L’allestimento di questo tipo di muro, legato dunque all’impiego di scalpelli, precede sicuramente la tecnica che in modo sistematico lavora le pietre ottenendone blocchi squadrati e che sfrutta l’invenzione rivoluzionaria della sega.

Basta quindi passare in rivista le opere più antiche di quest’altro genere per avere un’idea di quale può essere il terminus ante quem si è passati dallo scalpello alla sega ovvero dall’opera poligonale all’opera squadrata perfetta. Potremmo prendere come riferimento provvisorio il 2650 a.C., che è all’incirca la data a cui è fatto risalire il complesso funerario del faraone Zoser della III dinastia a Saqqara. Qui le pietre sono squadrate magistralmente, e ciò fa pensare che forse è proprio l’antico Egitto che ha dato origine alla nuova tecnica, avendo conosciuto la metallurgia del bronzo fin dal periodo protodinastico, intorno al 3150 a.C., e avendo poi raggiunto una straordinaria ed ineguagliabile abilità nel campo delle costruzioni durante l’Antico regno.

Dopo tale innovazione è possibile ritornare indietro all’uso dello scalpello anche per opere importanti, ma non alla tecnica poligonale in mura megalitiche. Lo possiamo osservare nelle mura di Micene: le più antiche sono della seconda maniera. C’è poi qualche punto ripristinato con tecnica poligonale e infine, nel corridoio di accesso alla Porta dei leoni si riconosce un’opera squadrata ottenuta con l’uso di martello e scalpello per il fatto che la squadratura non è perfetta. Quest’ultima modalità si ripete nel dromos che conduce alla tomba a tholos “di Atreo”.

Con grande probabilità l’invenzione della sega può dunque essere collocata nel tempo tra l’età del muro poligonale di Pyrgi e i più antichi monumenti di Saqqara, ovvero in quei quattro secoli compresi tra il 2650 circa e il 3044 a.C.. Essa segna molto probabilmente anche la fine della tecnica poligonale s.s..

In definitiva, si può ipotizzare che le varie modalità costruttive esaminate:
1) – opera megalitica grezza
2) – opera megalitica sgrossata
3) – opera megalitica poligonale
4) – opera squadrata
abbiano iniziato ad apparire con questo stesso ordine cronologico. Ritengo che la quarta maniera di Lugli sia successiva all’opera squadrata in quanto ne sarebbe semplicemente una grossolana imitazione.

È difficile dire quando sia comparsa l’opera lesbia. È importante che il periodo di sua massima diffusione sia il VI secolo a.C. e limitatamente al mondo greco, perché ciò suggerisce un suo carattere relativamente recente.

È il caso di rilevare infine che pietre squadrate con uso di scalpello erano già impiegate sistematicamente nei muri difensivi in opera poligonale, ma solo in corrispondenza delle porte principali e dei marcati cambiamenti di direzione.

Considerazioni finali

L’uniformità, la precisione e la diffusione geografica della tecnica utilizzata per erigere mura poligonali è il filo di Arianna che ci può fare risalire a quella grande civiltà che per almeno 2000 anni – probabilmente sono molti di più – ha dominato il bacino del Mediterraneo disseminandolo di proprie roccaforti e di cui purtroppo si è persa l’identificazione.

Se dunque facciamo corrispondere questa misteriosa civiltà con la tecnica dei muri con elementi poligonali, possiamo immaginarne il declino tra il 3000 e il 2500 a.C. circa. D’altra parte non conosciamo ancora il momento del suo inizio, che dovrebbe corrispondere non alla prima apparizione dell’opera poligonale ma almeno al primo utilizzo dell’opera megalitica sgrossata.

Come fare per identificare questa civiltà? Un modo è di scavare nella letteratura antica. Vi sono molte strade che conducono ad un unico nome: i Pelasgi. I quali orbitavano intorno al Mar Egeo. Ma chi erano questi Pelasgi?

Secondo Virgilio essi furono i primi abitatori della nostra penisola e per Strabone furono i fondatori di Caere, di cui abbiamo parlato a proposito di Pyrgi. Per Erodoto erano gli abitanti della Grecia prima dell’arrivo dei popoli di lingua ellenica, quando la regione si chiamava “Pelasgia”; successivamente, nel periodo classico, essi abitavano Lemno. Stranamente però una loro più precisa ubicazione è diversa per autori diversi. Nell’Odissea sono chiamati anche i “popoli di Creta”, intendendo ovviamente coloro che abitavano quest’isola prima dell’arrivo degli Achei, mentre nell’Iliade sono ubicati tra Tracia ed Ellesponto, ma poi la loro capitale viene considerata Larissa in Tessaglia, mentre nell’Epiro, a Dodona, si trovava un tempio dedicato allo Zeus pelasgico. Per Tucidide l’origine di Atene è pelasgica.

Per giustificare tali diversità possiamo supporre che la civiltà che si serviva dei muri poligonali per difendere le proprie città abbia avuto un periodo di grande compattezza ed unità. Poi verso il 3000 o 2500 a.C. – solo per dare delle date indicative – questa unità si è persa, e ampie regioni si sono rese autonome: la Tessaglia, la Tracia, Creta e altre ancora. Tutti erano Pelasgi ma non c’era più il senso di una patria o un governo comune. Così, chi li voleva identificare si riferiva a popolazioni che forse rispecchiavano maggiormente il carattere antico dei Pelasgi o che l’autore, direttamente o indirettamente, conosceva meglio. È probabile che con la denominazione “popoli del mare” ci si riferisse a popoli che discendevano dai Pelasgi e che ne conservavano ancora le antiche abilità marinare.

I Pelasgi erano sicuramente valenti marinai, ed è facile pensare che abbiano dominato tutto il Mediterraneo per millenni. In considerazione dello stato di avanzato progresso tecnico di questo popolo, essi potrebbero avere inventato, oltre alla metallurgia del bronzo, anche l’arte della navigazione. Il ragionamento si basa su alcuni punti di forza.

Il mare Mediterraneo è l’ambiente ideale per fare sbocciare la navigazione. E più in particolare lo è il mare Egeo, dove diverse isole sono in vista dal continente, come avviene per Egina, Angistri, Poros, Idra, Dokos, Spetses intorno alle coste dell’Argolide. Raggiungere queste isole poteva essere il modo di difendersi da aggressioni di altri popoli senza bisogno di erigere mura difensive.

Quindi, forse non è del tutto casuale che la prima evidenza di un commercio marittimo venga proprio dall’Argolide e precisamente dalla grotta di Franchthi, che si affaccia sul golfo di Nauplia. In questa grotta, che è stata frequentata dall’uomo fin dal Mesolitico, è stata trovata ossidiana lavorata in uno strato datato intorno all’8500 a.C.. Le analisi petrografiche hanno dimostrato che questa ossidiana è provenuta dall’isola di Milo, che è distante 150 km. Negli stessi strati sono state trovati anche resti di pesci di grande taglia, che indicano una pesca d’altura.

Infine, potrebbe essere non del tutto casuale anche il fatto che nell’entroterra che si affaccia sullo stesso golfo di Nauplia vi è la massima concentrazione di importanti città fortificate con mura megalitiche: in un raggio di appena 10 km troviamo Nauplia, Micene, Tirinto e Argo.

Tucidide ci fornisce un dettaglio interessante: i Pelasgi si distinguevano per il fatto che costruivano le loro città che si trovavano in prossimità del mare con le mura fondate sulla spiaggia stessa. Questo dettaglio corrisponde a quanto è stato ricostruito per Pyrgi e forse anche per Orbetello.

Questa civiltà delle città fortificate con mura megalitiche, che possiamo senza timori chiamare pelasgica, potrà continuare a svelare i suoi segreti se si svilupperà la volontà che ciò avvenga. In particolare l’archeologia subacquea potrebbe attivarsi per acquisire nuovi dati circa l’età delle prime mura poligonali. Dato che, a quanto pare, Orbetello è stata fondata al livello del mare durante lo stazionamento che il mare ha avuto a -4 m e questo ha permesso di attribuire a tale evento un’età di almeno 7360 anni circa, si potrebbe fare un piccolo passo verso la precisazione dell’inizio della civiltà pelasgica se si trovasse in qualche punto del Mediterraneo una analoga fortificazione fondata su un terreno alla quota del precedente stazionamento marino, cioè a -9 m, a condizione che l’area indagata possa essere considerata stabile. Magari potrebbe essere utile tener conto di quanto riferisce ancora Tucidide, secondo il quale i Pelasgi, per favorire i propri traffici, si erano insediati in corrispondenza degli istmi.

Viene proposto infine che l’unità di misura riscontrata per le opere poligonali dell’Italia centrale e di Atene e Milo sia chiamata “dito pelasgico”.

Opere citate

G. Lugli (1946). Corso di Topografia dell’Italia antica. Edizioni dell’Ateneo, Roma. 130 pp.
G. Lugli (1947). Le fortificazioni delle antiche città italiche. In RAI, II, pag. 294-307.
G. Lugli (1957). La tecnica edilizia romana, con particolare riguardo a Roma e Lazio. Bardi.
G. Lugli (1965). Conclusioni sulla cronologia dell’opera poligonale in Italia. In Studi minori di topografia antica. Roma. pag. 27-32.
E. Polito (2011). a cura di. Guida alle mura poligonali della provincia di Frosinone. Provincia di Frosinone. 96 pp.
M. Pincherle (1990). La civiltà minoica in Italia. Le città saturnie. Pacini. 218 pp.
R. Mortari (2005). A new reconstruction of recent sea level changes. A reference for a correct appraisal of subidence in coastal areas. Atti III Congresso Nazionale AIAR, Bressanone. Patron. p. 433-443.
R. Mortari (2010). I ritmi segreti dell’Universo. Aracne. Roma. 336 pp.
R. Mortari (2012). 2012 – Dalla profezia Maya alle previsioni della scienza. 85 pp.
R.L. Scranton (1941). Greek walls. Cambridge, Mass.
Roma, 19 novembre 2012

Acropoli di Alatri

 Archeologia, Sole  Commenti disabilitati su Acropoli di Alatri
Gen 292016
 

Alatri (Frosinone) Lazio , Italia
E’ un articolo dovuto, l’acropoli di Alatri è magnificamente conservata circondata da una cinta di mura in opera poligonale di 3a e 4a maniera :

Nella 1a maniera sono catalogate le opere realizzate sovrapponendo puramente e semplicemente i blocchi di pietra grezzi o appena sbozzati. (il comune Muro a secco)
Nella 2a maniera si nota un primo tentativo di levigatura dei piani esterni e, spesso, l’inserimento di zeppe o di pietre più piccole tra un interstizio e l’altro.
Il vero salto di qualità si consegue con la 3a maniera. In essa i blocchi hanno le forme perfettamente geometriche di veri e propri poligoni. Le superfici esterne delle fortificazioni sono perfettamente levigate e, quelle di posa, assolutamente combacianti. (senza malte ne cementanti)
Con la 4a maniera, i blocchi prendono forma di parallelepipedi quadrangolari, non sempre perfettamente levigati all’esterno e combacianti con minor cura. (senza malte ne cementanti)
Numerosi, tuttavia, risultano gli esempi di commistione tra le varie maniere.

All’autore di quest’articolo interessano le mura della 3a e della 4a maniera, poiché ritiene che la loro esistenza sia legata ad una funzione difensiva delle mura stesse (come quelle che conosciamo come recinzione elettrificata).
Quest’antico metodo di costruzione senza malte ne cementati, rende l’intera cinta di mura magneticamente ed elettricamente delle stesse proprietà di un unico blocco di pietra.
Una volta opportunamente energizzate chiunque toccava queste mura ne sarebbe rimasto incenerito.

Non conosciamo ancora tutto sull’energia…

Tratto da : http://www.livefiuggi.com/815/

Inca che usa il sole

Inca che usa il sole


Le sue origini si perdono nella notte dei tempi. Si dice sia nata da un raggio di sole e che la sua costruzione rispecchi la costellazione dei Gemelli. Definita dalla tradizione come la città dei Ciclopi, si pensa che sia stata edificata da un popolo di giganti, legato in qualche modo al dio Saturno. Alatri è un paese dagli albori misteriosi e confusi con il mito, ma di certo custodisce un’ Acropoli tra le più suggestive del Lazio.
Il paese conserva mura megalitiche ancora perfettamente conservate. Ha una delle più imponenti cinta murarie di epoca preromana che circonda completamente il perimetro dell’Acropoli. Ad essa vi si accede attraverso due porte: la Porta Maggiore e la Porta Minore.
La magnificenza della Porta Maggiore vi conquisterà, ha un architrave ciclopica di oltre 5 metri di lunghezza . Da qui avete due possibilità: salire le scale, attraversare la porta e accedere alla civita, oppure proseguire la passeggiata da fuori per ammirare ancora le mura. Continuando a camminare sul lato sud orientale troverete un’ incredibile parete megalitica – il Pizzo Pizzale – che sfiora i 17 metri.
Percorrendo il perimetro dell’Acropoli, sul lato nord-ovest, incontrerete la porta Minore (o Porta dei Falli) dove sono scolpiti tre falli come simbolo di fecondità. Al di sotto alcune lettere (DVT) ormai quasi svanite che gli esperti collegano alla lingua osca e che contenevano forse parole propiziatorie legate alle divinazioni degli auruspici o l’indicazione che tale luogo era deputato ai culti della fertilità …..ma sono solo supposizioni. La Porta Minore conduce in un piccolo corridoio ascendente, coperto con monoliti in progressivo aggetto: un sistema di copertura che trova riscontro solo nell’interno della piramide di Menfi. Negli equinozi il corridoio viene attraversato interamente dal Sole che arriva ad illuminare via Gregoriana, un chiaro simbolo di fertilità
Di fronte alle antichissime mura di Alatri rimarrete senza fiato e vi chiederete come sia stato possibile costruire un’opera di tale portata con i mezzi dell’epoca.
Soltanto l’Acropoli vale la visita in questo paese, che comunque ha molti altri tesori artistici.
Recenti studi hanno collegato il nome di Alatri a quello di un’antica città mesopotamica dell’antico regno di Mari.
Durante il ritrovamento di 20.000 tavolette presso Tell Hariri in Siria, negli scavi del palazzo reale di Zimri-Lim del potente stato Mari, la traduzione di una tavoletta rivela una lettera inviata dal re del Regno di Mari al figlio per informarlo dell’ottimo stato delle poderose fortificazioni di Alatri. Da questa informazione gli studiosi fanno derivare l’ipotesi che una città con il nome di Alatri esistesse già in terra Mesopotamica e che popolazioni originarie di questa città possano poi essersi spostate in varie tappe fino a giungere tra i monti della Ciociaria e costruirvi un’ acropoli simile a quella da cui erano partiti.
Preferiamo lasciare agli addetti ai lavori il compito di decifrare le origini di Alatri, per farci affascinare dal mistero e del fascino di questo paese. Consigliamo di arrivare in questa cittadina la mattina del 21 giugno, quando sull’Acropoli è facile incontrare appassionati e amanti di Alatri che si recano a vedere l’alba e lo spuntare del primo raggio di sole, per tornare indietro nel tempo, a quella mattina in cui Alatri ha visto i natali.

Comune della città di Alatri : http://www.comune.alatri.fr.it/

Alatri su wikipedia : https://it.wikipedia.org/wiki/Alatri

Grazie a Fabio Garuti, sono state tradotte delle scritte presenti sulle mura (Lettere dall’Alfabeto OGHAM in lingua Gaelica) ed è finalmente possibile datare le mura di Alatri ad almeno il 3.000 A.C. (Avanti Cristo)
Le mura avrebbero quindi più di 5.000 anni

Video del sito Fortunadrago.it sulla città di Alatri :

Alatri Agnello della cristianità o Leone degli antichi?

Alatri il segreto dell’aquila :

Il Trionfo di Ninurta e la Grande Piramide

Il Trionfo di Ninurta e la Grande Piramide

Alatri, l’antico tributo d’amore di un figlio per il suo padre link da consultare :

Città Animalesche : https://www.fortunadrago.it/3882/citta-animalesche/
Tutta un’altra Storia : https://www.fortunadrago.it/the-never-ending-story/tutta-unaltra-storia/
Menhir Dolmen & Co. : https://www.fortunadrago.it/2522/menhir-dolmen-co/
Mura Poligonali : https://www.fortunadrago.it/the-never-ending-story/tutta-unaltra-storia/mura-di-cuzco/
I Maestri della Materia : https://www.fortunadrago.it/2398/i-maestri-della-materia/
Zecharia Sitchin : https://www.fortunadrago.it/the-never-ending-story/tutta-unaltra-storia/10-000-anni-fa-la-storia-ignota/archeologia-proibita/

Galleria di Immagini sulla Città di Alatri :



Città animalesche

 Archeologia, Materia  Commenti disabilitati su Città animalesche
Nov 192014
 

E’ possibile navigare nei collegamenti citati dell’articolo cliccando sul testo attivo in evidenza.

Tenendo presente i precedenti articoli presenti sul sito quali :

“Tutta un’altra Storia” link : https://www.fortunadrago.it/?page_id=2771

“Civiltà Antidiluviane” link : https://www.fortunadrago.it/?page_id=1619

Dovunque nel mondo ci sono testimonianze di un’antica civiltà che costruiva le proprie città plasmando la materia (di qualunque tipo) a proprio piacimento edificando le sue opere in mura poligonali (di 3a e 4a maniera)

Mura poligonali nel mondo

Mura poligonali nel mondo

Mura poligonali in Giappone

Mura poligonali in Giappone

(fare riferimento all’articolo : “I Maestri della Materia“) composte da blocchi unici di pietra anche di grandi dimensioni tagliati in modo perfetto (anche se di durissima Diorite scala di durezza Mohs = 7 su 10) , aderenti perfettamente gli uni agli altri , posti in opera apparentemente senza alcuna difficoltà (fare riferimento all’articolo : “Levitated Mass“) tale da non richiedere l’uso di malte ne cementanti  ed ispirandosi alla creazione e in special modo agli animali viventi sul pianeta Terra.

Queste città potevano essere circondate da cinte di mura esterne di difesa , ma l’acropoli al suo centro era ispirata alla forma di un animale.

L’autore ritiene che non sia un caso che fossero edificate proprio in quei luoghi piuttosto che in altri , infatti spesso siamo in presenza di un esteso zoccolo di roccia dove nella sua parte più pronunciata (la punta e quindi funzione di Menhir per il potere delle punte) viene edificato un tempio  pagano , poi saranno i greci , romani ed infine i cristiani moderni ad abbattere le rimanenti rovine per edificare un’ulteriore luogo religioso.

In questo tempio pagano con buona probabilità doveva essere presente (e puntualmente rimossa dai successori descritti prima per ricavarne uniche fontane pubbliche) una vasca di grandi dimensioni la cui caratteristica è di essere stata cavata da un’unico blocco monolitico di pietra (un lavoro difficile da eseguire anche ai tempi nostri) un esempio è la fontana dei Dioscuri a Roma.

Fontana dei Dioscuri - Roma

Fontana dei Dioscuri – Roma

Nel caso del Perù abbiamo la città di Cuzco (il puma)

Cuzco - Puma

Cuzco – Puma

Dove la testa è formata dal sito archeologico di Sacsayhuamán con le sue mura poligonali colossali su più livelli.

Cuzco il Puma

Cuzco il Puma

Queste città animalesche sono presenti anche in Italia e si ispirano ad un altro tipo di animale :

Capodoglio (Physeter macrocephalus

Capodoglio (Physeter macrocephalus)

Il caso più significativo e meglio conservato dal tempo è la città di Alatri (FR) – Lazio

Acropoli di Alatri

Acropoli di Alatri

Le principali caratteristiche solo :

L’entrata principale è posta nella prossimità della bocca

In prossimità del capo , all’altezza dello sfiatatoio , viene edificato l’originario tempio pagano.

Il segno di Orione sulla cerchia esterna delle mura di Alatri (Porta Bellona)

Orione - Alatri (FR) - Porta Bellona

Orione – Alatri (FR) – Porta Bellona

Seguono dei video sulla città di Alatri

Un video sulla teoria dell’aquila di Alatri

A seguire è il sito archeologico di Paestum (SA) – Campania

Area di Paestum

Area di Paestum

La vasca cavata da un’unico blocco monolitico in granito egizio è stata trasportata originariamente dal sito di Paestum al centro del quadriportico normanno della cattedrale di San Matteo a Salerno ,  poi per volere di Ferdinando IV di Borbone nel 1820, fu portata a Napoli nella villa comunale dov’è tuttora soprannominata popolarmente “la fontana delle Paparelle“.

Fontana delle paparelle

Fontana delle paparelle a Napoli

Abbiamo in oltre il sito di San Severa (Roma) – Lazio

San Severa - Roma

San Severa – Roma

In verde sono i tratti del perimetro di mura poligonali ancora esistenti o parzialmente esistenti , in rosso i tratti completamente mancanti.

Un video su San Severa :

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