Set 272019
 

Tratto dal link origine : http://www.terradegliuomini.com/civilta-megalitiche-del-mediterraneo-e-del-sudamerica.html

  • di: Roberto Mortari
  • 26 giugno 2013

Riassunto

Le mura megalitiche della regione del Mediterraneo e del Sudamerica hanno la stessa origine, come è dimostrato dal fatto che per la loro costruzione veniva usata la stessa unità di misura per le lunghezze. Tuttavia solo nelle Ande centrali è avvenuta una rapida transizione tra la tecnica più semplice, in cui venivano impiegati strumenti di natura litica per la sagomatura dei blocchi, e le tecniche successive, in cui le parti asportate dalle pietre grezze erano più voluminose, permettendo così un migliore incastro tra gli elementi assemblati. Questa transizione è stata possibile solo con l’introduzione di utensili di bronzo. Vengono esposte le ragioni per sostenere che l’invenzione di questa lega deve essere fatta risalire a più di 12000 anni fa.

Introduzione

Se confrontiamo attentamente le mura poligonali di Alatri, Micene, Cusco, non possiamo non rimanere meravigliati per la somiglianza o identità delle tecniche costruttive. Eppure le autorità accademiche negano decisamente che ci siano stati contatti che abbiano potuto portare a trasmissioni di tali tecniche da un luogo all’altro così distinti e distanti. Giuseppe Lugli così scriveva nel 1946 sulla somiglianza delle mura megalitiche in Italia e Grecia, attribuite da molti ricercatori ai Pelasgi: “È dimostrato ormai che i Pelasgi non hanno nulla a che vedere con le gradi fortificazioni poligonali e che esse non sono così antiche come si credeva un tempo. Il raffronto con le mura di Tirinto e Micene è puramente tecnico e non presenta alcun legame storico ed etnico.” Le medesime idee sono state espresse nel 2011 da Eugenio Polito, il quale ha ribadito quanto era sostenuto già da Lugli, ossia che le mura poligonali che si trovano in Italia centrale sono state erette dai Romani nel periodo della loro espansione territoriale e non sono quindi opere di popoli venuti da altre parti del Mediterraneo”.

Fino a poco tempo fa non era stata ancora data una spiegazione soddisfacente della esecuzione di queste mura, così perfetta che non è possibile infilare nemmeno la lama di un sottile coltello nei giunti tra i vari elementi. Per ottenere un tale risultato è stato immaginato che, prima della messa in opera, con una lastra di piombo venisse preso il calco dello spazio che una pietra avrebbe dovuto occupare, ma è facilmente obiettabile che si tratta di una soluzione poco pratica. Lugli (1946) suggeriva che “i blocchi fossero lavorati sul posto riportando con una squadra su di essi l’angolo corrispondente di quelli coi quali doveva riconnettersi.” Si è pensato dunque che la determinazione degli spazi avvenisse tramite un riporto degli angoli e delle lunghezze, e non tramite una loro misura, che sarebbe la spiegazione più semplice.

Misurando diversi elementi delle mura poligonali di Alatri, Cosa, Segni, Cori, si è potuto riscontrare che chi costruiva quei muri determinava con idonei strumenti sia le lunghezze dei lati che le ampiezze degli angoli, che sono risultati essere multipli di due precise unità, pari rispettivamente a 1,536 cm e 1,5°. Uguali risultati sono stati ottenuti su due muri poligonali situati in Grecia: il primo sull’isola di Milo e il secondo ai piedi dell’acropoli di Atene (Mortari, 2012b). L’uso di una unità di misura per le lunghezze ben distinta da quelle in uso presso Romani, Etruschi e Greci rende plausibile l’idea che gli autori di queste opere murarie siano stati i Pelasgi, che dominavano l’area dell’Egeo prima dell’arrivo degli Indoeuropei all’inizio del secondo millennio aC: gli stessi Pelasgi, secondo Erodoto, avevano raggiunto l’Italia centrale provenendo dall’Asia Minore. Per questa ragione tale unità è stata chiamata “dito pelasgico”.

In Italia e Grecia le mura megalitiche – siano esse di difesa o di semplice sostegno del terreno retrostante – possono distinguersi essenzialmente per quattro diverse tecniche costruttive. Dalla più semplice e primitiva alla più evoluta esse possono essere ridotte ai seguenti quattro tipi:

Figura 1
Figura 1 – Muro in pietra grezza ad Amelia.

1)- Opere in pietra grezza. I blocchi sono sovrapposti senza essere minimamente lavorati. La parete esterna del muro è molto irregolare. Ne abbiamo pochi esempi, come ad Artena e ad Amelia (Figura 1).

Figura 2
Figura 2 – Norba. Muro di pietre sgrezzate.

2)- Opere in pietra sgrezzata. I singoli elementi venivano scelti per la presenza di una superficie il più possibile piana, che veniva posizionata all’esterno, in modo che la faccia a vista del muro fosse complessivamente uniforme; essi venivano orientati in modo da ridurre al minimo gli interstizi, e gli spazi vuoti maggiori rimasti venivano chiusi con pietre minori. Per ottenere l’uniformità della parete esterna e ridurre al massimo gli interstizi erano effettuati eventualmente minimi ritocchi. Vedi Roselle, Norba (Figura 2), Tirinto, Micene.

Figura 3
Figura 3 – Cosa. Muro di pietre poligonali.

3)- Opere in pietra poligonale. Nella faccia a vista i blocchi erano lavorati per ottenere superfici il più possibile levigate. Lo stesso trattamento era riservato ai contorni, ottenendovi superfici generalmente piane che dovevano combaciare perfettamente con le facce ottenute su altri blocchi. Ne troviamo begli esempi a Norba, Cosa (Figura 3), Alatri, Amelia, Cori, Micene, Atene.

Figura 7
Figura 7 – Complesso funerario di Zoser a Saqqara, Egitto (da Wikipedia).
Figura 6
Figura 6 – Ferentino. Muro con pietre squadrate probabilmente pelasgiche.
Figura 5
Figura 5 – Ferentino. Le pietre squadrate al disotto delle finestrine con archi sono probabilmente pelasgiche.
Figura 4
Figura 4 – Cosa. Pietre squadrate pelasgiche.

4)- Opere in pietra squadrata. Sia la superficie esterna che quelle di contorno sono piane e ortogonali tra loro. Da alcuni accertamenti per individuare opere di questo tipo in Italia che possano essere attribuite ai Pelasgi è emerso che tra di esse possono essere incluse alcune pietre che si trovano alla base del tempio principale di Cosa (Figura 4). È possibile anche che vi appartenga una parte di un muro dell’acropoli di Ferentino, subito al disotto di una iscrizione romana (Figura 5). Qui sono state misurate le altezze della seconda e della terza fila che compaiono nella parte sinistra della Figura 6: i valori riscontrati sono di 42,3 e 33,8 cm e fanno pensare più all’uso dell’unità pelasgica di 1,536 cm che a quello del dito romano di 1,85 cm. Fino ad oggi il più antico esempio accertato di questo tipo di tecnica è rappresentato dal complesso funerario del faraone Zoser a Saqqara, in Egitto (Figura 7).

In linea di massima l’ordine con cui sono state elencate le quattro tecniche rispecchia non solo una crescente perfezione di lavorazione ma anche una successione cronologica. Ciò dipende dal fatto che i passaggi tra un tipo di lavorazione e il successivo sono legati all’introduzione di mezzi di produzione di volta in volta nuovi. Così, il passaggio all’opera poligonale è stato possibile solo dopo che è stata inventata la metallurgia del bronzo. Analogamente, il passaggio all’opera squadrata ha richiesto l’invenzione di metodi di taglio delle pietre con il ricorso a strumenti come seghe o a fili elicoidali.

È sempre possibile che una tecnica precedente venisse riutilizzata, ma questo ricorreva poche volte, se non raramente. La tecnica poligonale è stata ripresa dagli Etruschi in qualche caso e anche dai Romani, anche se non si tratta più di mura megalitiche. Tuttavia i vari passaggi sono da considerare conquiste difficilmente soggette a involuzione. Lo dimostra anche il fatto che in genere, dopo che si è avuto un parziale smantellamento del muro difensivo di una città, la ripresa della costruzione avviene con una tecnica più evoluta. A Micene ad esempio sono testimoniate in successione le tecniche del secondo, del terzo e del quarto tipo, ed è significativo che, quando si è edificato il tratto di muro adiacente alla porta dei leoni, si è ricorso all’opera squadrata anche se essa non è stata realizzata lavorando la pietra con il taglio ma a percussione, come è evidente dalle imperfezioni delle facce e degli spigoli.

Osservazioni

Le osservazioni effettuate in Sudamerica sono state limitate ad alcune principali aree archeologiche presenti nelle Ande centrali (Cuzco, Ollantaytambo, Machu Picchu, Sillustani, Pisac nel Perù meridionale, e Tiwanaku, in Bolivia). Qui ritroviamo tanto le stesse tecniche 2, 3 e 4 quanto il problema dell’età delle opere megalitiche. Tutte le mura costruite con le tecniche delle pietre poligonali e squadrate vengono ritenute molto recenti, realizzate cioè durante l’impero degli Inca, nonostante che questi abbiano governato per un periodo troppo limitato per poter effettuare tutte le opere a loro attribuite, che sono state molto impegnative se si considera non solo la loro mole ma anche la complessità e la varietà; tale periodo comunemente viene considerato esteso dal 1450 al 1533. In effetti gli Inca cominciarono ad espandere il loro territorio dal 1438 partendo dall’altopiano di Cusco compreso tra il lago Titicaca e il lago Junin e annetterono poi i due terzi più meridionali tra il 1471 e il 1493. La conquista spagnola si ebbe tra il 1532 e il 1534. Nel sito archeologico boliviano di Tiwanaku, che si ritiene sia stato abitato sicuramente tra il 200 aC e il 1000 dC, i pochi resti oggi visitabili testimoniano il raggiungimento di una tecnologia molto evoluta. Al contrario, le abitazioni più recenti che troviamo a Machu Picchu o Ollantaytambo – e che possono essere attribuite realmente al periodo Inca – sono di carattere molto più modesto; sono costruzioni eseguite utilizzando pietre non squadrate, legate con una malta di calce, in forte contrasto con le opere precedenti, che sono tutte eseguite a secco. Anche la famosa strada reale attribuita all’impero incaico, che si estendeva per 5200 km con due itinerari principali paralleli e che complessivamente superava 20000 km, ricalcava quasi sicuramente un percorso precedente tracciato da altri.

Figura 8
Figura 8 – Ollantaytambo. Muro di pietre sgrezzate.
Figura 9
Figura 9 – Pisac. Muro con pietre poligonali.
Figura 10
Figura 10 – Fortezza di Ollantaytambo. Muro con pietre squadrate.

Fin dall’inizio è sembrato significativo che siano presenti anche qui, come nell’area del Mediterraneo, opere in pietra sgrezzata, poligonale e squadrata. Non sono stati trovati casi di costruzioni del primo tipo se non come ripresa, forse molto recente, di un’opera del secondo tipo, come è accaduto a Sillustani (per spiegazioni e illustrazioni vedi Mortari 2013). Oltre a Sillustani, opere in pietra sgrezzata sono state osservate a Ollantaytambo (Figura 8) e Machu Picchu. Mura poligonali sono presenti a Machu Picchu, Pisac (Figura 9), Ollantaytambo, fortezza di Ollantaytambo, Cuzco, Sacsayhuaman. Il quarto tipo si trova a Machu Picchu, fortezza di Ollantaytambo (Figura 10), Cusco, Pisac, Sillustani e Tiwanaku.

Complessivamente sono state effettuate 98 misure di lati e 12 misure di angoli. Le misurazioni di lati hanno fornito valori che sono multipli sia del dito pelasgico che della sua metà o di un quarto. Gli scostamenti dai multipli esatti rientrano nell’approssimazione delle misure, che è stata in genere di 1 mm, e talvolta di 0,5 mm. Per quanto riguarda gli angoli vi è stata una sorpresa, dovuta al fatto che in Perù è risultata una unità di misura di 1°, anziché di 1,5° come era invece emerso in Italia e Grecia.

Elaborazione delle osservazioni

Appare dunque significativo che sia in Sudamerica che nell’area mediterranea sono comparse opere costruite secondo le stesse tecniche. Avere trovato che per i muri eretti con pietre poligonali o squadrate le lunghezze dei lati sono state stabilite utilizzando la stessa unità di misura induce a pensare che in un tempo anteriore a quello della costruzione delle mura poligonali ci sia stata una comunicazione tra le due sponde dell’Atlantico; essa dovrebbe essersi protratta a lungo, in modo da permettere di avere una stessa successione di tecniche costruttive. L’inizio delle comunicazioni dovrebbe coincidere con la prima comparsa di mura megalitiche su suolo americano, dove la tecnica delle mura con pietre sgrezzate sarebbe stata importata dall’area del Mediterraneo.

Al periodo in cui era in uso questa tecnica possiamo attribuire non solo le mura di Sillustani, Ollantaytambo e Machu Picchu, ma tutte le opere megalitiche anteriori all’entrata in uso del bronzo. Sono da includere perciò tra i testimoni di questa tecnica – e del relativo periodo – anche quei monoliti che troviamo ad esempio nell’area di Tiwanaku, costituiti dai menhir che ora si trovano inglobati nel recinto murario di Kalasasaya e che un tempo dovevano essere isolati.

Le comunicazioni marittime che stiamo ricostruendo hanno preceduto di diversi millenni le traversate atlantiche di Colombo. Ciò è dimostrato dal ritrovamento in diverse parti del globo terrestre di tracce di diverse specie botaniche che non possono essere state trasportate con mezzi naturali. Tra le diverse notizie al riguardo J.L Sorenson e C.L. Johannessen (2006) citano ad esempio la scoperta di noccioline (Arachis hypogaea), che sono originarie del Sudamerica, in due siti del Neolitico in Cina e in altri scavi archeologici sull’isola di Timor, in Indonesia. Nella seconda località i frutti di arachide sono stati trovati insieme ai resti di altre due piante native dell’America e datati col metodo del radiocarbonio al terzo millennio aC.

D’altronde è stato provato che comunicazioni precolombiane erano frequenti almeno dal XIII secolo aC tra il Sudamerica e l’Egitto. La ricercatrice francese Michelle Lescot nel 1976 scoprì frammenti di foglie di tabacco tra i resti della mummia di Ramesse II, morto nel 1212 aC. La notizia sollevò scalpore ma anche molto scetticismo, e molti hanno cercato in tutti i modi di invalidare l’importanza della scoperta.

Nel 1992 una ricercatrice tedesca, Svetlana Balabanova, insieme a due collaboratori ha analizzato frammenti di tessuto osseo, di capelli e di tessuti molli appartenenti ad alcune mummie conservate nel museo di Monaco e datate tra il 1070 aC e il 395 dC e ha trovato tracce significative di nicotina, cocaina e hashish. Se non sorprende la presenza di quest’ultima sostanza, che deriva dalla Cannabis sativa, originaria dell’Asia centrale, è la presenza delle due prime sostanze che non trova spiegazione se non con sistematici rifornimenti via mare dall’America. D’altra parte un anno più tardi questi stessi ricercatori, esaminando capelli, denti, ossa e parti molli di 72 mummie peruviane datate tra il 200 e il 1500 dC, hanno trovato che molte di esse contenevano almeno una delle stesse tre sostanze. Mentre cocaina e nicotina non potevano costituire una sorpresa, questa volta era l’hashish a crearla. Tutto ciò ci dimostra che per millenni ci sono stati frequenti scambi marittimi e ci permette di ipotizzare che molto probabilmente le opere murarie erette in modo uguale o simile in America e nel Mediterraneo hanno avuto un’evoluzione pressoché simultanea.

Partendo da questo presupposto, possiamo cercare di arricchire con nuovi elementi il quadro finora apparso, andando ad esaminare le differenze tra le realizzazioni nelle due diverse aree in esame, iniziando dai muri in opera poligonale. Se osserviamo i contorni delle pietre presenti in Italia e Grecia, notiamo che essi sono quasi sempre diritti – tanto da far parlare propriamente di poligoni – mentre solo raramente sono curvi, se si esclude l’opera lesbia – usata soprattutto sull’isola di Lesbo – che sembra essere una tecnica nettamente tardiva.

Figura 11
Figura 11 – Fortezza di Ollantaytambo. Muro di pietre poligonali con angoli smussati.
Figura 12
Figura 12 – Machu Picchu. Muro con pietre poligonali che tendono ad essere squadrate.

In Perù vi è una vistosa variabilità in questo tipo di muri, ed è possibile ravvisare all’interno della tecnica poligonale un’evoluzione da forme più semplici a forme più complesse. Le prime mura di Pisac e Ollantaytambo mostrano caratteri più semplici, con scarso ricorso a superfici di contatto curve. Poi, come si può osservare a Ollantaytambo e a Machu Picchu, mentre la lavorazione della faccia a vista si fa più curata, le superfici curve diventano più frequenti, e spesso gli angoli sono smussati (Figura 11); inoltre i lati del poligono diventano sempre più spesso linee spezzate, con due o tre segmenti, deviati solo leggermente l’uno rispetto all’altro, anche solo di 0,5°. Infine le forme dei singoli elementi si semplificano e prevalgono trapezi che spesso diventano rettangoli, apparendo come un preludio alle opere in pietra squadrata (Figura 12).

Figura 14
Figura 14 – Machu Picchu. Muro con pietre di transizione tra sgrezzate e poligonali.
Figura 13
Figura 13 – Machu Picchu. Muro evoluto di pietre sgrezzate.

Una variabilità altrettanto interessante riguarda le opere in pietra sgrezzata, e si può osservare una transizione decisa alle opere in pietra poligonale (Figure 13 e 14). Tale passaggio è avvenuto per una evidente maggiore facilità incontrata nel sagomare pietre cristalline molto resistenti. Mentre in precedenza la pietra sgrezzata veniva lavorata – necessariamente in misura molto limitata – con utensili litici, a Machu Picchu si avverte che nella lavorazione delle pietre hanno fatto la loro comparsa utensili di bronzo, che sono in grado di asportare volumi incomparabilmente maggiori di materiale. Il Perù meridionale è ricco di minerali di arsenico, e il primo bronzo era sicuramente ricavato dalla lega rame-arsenico. L’apparizione di mura poligonali come derivazione di mura di pietre sgrezzate lascia pensare che qui oltre al bronzo sia stata inventata anche la precisa determinazione delle lunghezze con il tramite di righe graduate, incise a distanze regolari di un dito di 1,536 cm, che, se è valida la supposizione, dovrebbe essere chiamato “dito atlantico” e non più “dito pelasgico”.

L’invenzione del bronzo deve avere dato alla civiltà che si andava sviluppando al di là dell’oceano Atlantico grandi possibilità di espansione, testimoniate dalle tracce di comunicazione tra Sudamerica e Cina, Indonesia e Giappone, come dimostrerebbe, oltre ai citati ritrovamenti di piante sudamericane in Asia, il fatto che mura poligonali si trovano anche a Tokyo, dove costituiscono muri di sostegno intorno ai giardini terrazzati del palazzo imperiale. Possiamo chiamare atlantica questa civiltà, i cui fondatori, provenienti dall’area mediterranea, potrebbero essere chiamati Atlanti, supponendo che abbiano avuto come loro mitico antenato Atlante, per analogia con la derivazione del nome dei Pelasgi dal re Pelasgo.

Se è corretta l’interpretazione finora data, una trasfusione di tecnica costruttiva è avvenuta anche, e a maggior ragione, dal Sudamerica verso il Mediterraneo a più riprese, portando dapprima la tecnica delle mura in opera poligonale e in seguito quella delle pietre squadrate. Possiamo così spiegare perché le opere in pietra squadrata del già citato complesso funerario di Zoser a Saqqara fanno la loro comparsa senza preavvisi, senza che ci siano tracce di tentativi di costruire con pietre sagomate con altre tecniche di qualunque tipo. In particolare non ci sono esempi di mura poligonali in Egitto. Da dove spuntano queste opere con pietre squadrate così precisamente? È lecito supporre che si tratti di una tecnica importata.

Cronologia

Volendo ora sistemare nel tempo le tappe che abbiamo riconosciuto nello sviluppo delle tecniche delle opere murarie del Sudamerica, possiamo distinguere essenzialmente quattro momenti da prendere come riferimenti: 1) la colonizzazione dal Mediterraneo verso il continente americano, 2) il passaggio dall’opera grezza a quella poligonale, 3) il passaggio tra l’opera poligonale e l’opera squadrata, 4) il termine della colonizzazione e della civiltà atlantica.

1 – Il momento della colonizzazione del Sudamerica deve essere successivo all’inizio della navigazione d’altura, le cui prime tracce sono fatte risalire a 11500 anni fa. Questa è l’età di uno strato archeologico della grotta di Frankli, nell’Argolide, in cui sono stati trovati oggetti di ossidiana proveniente dall’isola di Milo e resti di pesci di grossa taglia. Più avanti avremo altri elementi di giudizio, e vedremo che la data suddetta dovrà essere spostata indietro. D’altronde spesso accade di riscontrare che le prime tracce di un evento non rappresentano il vero inizio di quel tipo di evento.

Figura 15
Figure 15 – Variazioni del livello marino negli ultimi 30.000 anni (da Mortari, 2011).

– Per trovare l’inizio dell’opera poligonale dobbiamo considerare che esso coincide con la prima utilizzazione di utensili di bronzo. Assumendo che gli Atlanti abbiano mantenuto a lungo il monopolio della produzione di questa lega metallica, possiamo andare a cercare quali sono le tracce più antiche delle opere che essi possono avere creato con l’uso di strumenti di tale natura. Vi sono due indicazioni da tenere in considerazione. La prima riguarda il sito di Göbekli Tepe, in Turchia, in cui la pietra calcarea utilizzata è stata lavorata molto finemente corredando i pilastri lì presenti con raffinate figure di animali. L’età di fondazione dell’area è di circa 11500 anni fa. La seconda indicazione è data dalla famosa “piramide di Yonaguni”. Dando per assodato che la conformazione a gradoni, corridoi e terrazzi della cosiddetta piramide abbia un carattere artificiale, come è indicato dalle superfici perfettamente piane e dagli spigoli rettilinei, dobbiamo ammettere che la lavorazione non può essere avvenuta con strumenti litici, poiché le rocce effusive di tipo andesitico di questo isolotto sono molto resistenti e necessitano dell’uso di strumenti metallici. Ora la piramide è sommersa da 5 m d’acqua e le sue forme artificiali si spingono fino a una profondità compresa tra 28 e 30 m. Sapendo che il mare ha stazionato a 29 m sotto il livello attuale in un intervallo di tempo compreso tra 10250 e 10400 anni aC circa (Mortari, 2011), possiamo inferirne che la metallurgia del bronzo è iniziata prima di 12400 anni fa.

Questa conclusione è senz’altro sorprendente, dato che l’età del bronzo viene comunemente fatta iniziare 5500 anni fa nel Caucaso. Ma dobbiamo considerare che per mezzo del bronzo gli Atlanti costruivano mura difensive che erano estremamente importanti per la loro sopravvivenza; non c’è da stupirsi quindi che tenessero la loro invenzione segreta, tanto che, come è riportato nel Crizia di Platone, quel materiale che essi soli detenevano era noto come “oricalco”, ma nessuno sapeva che composizione avesse.

Per il momento possiamo assumere dunque come data indicativa dell’inizio della metallurgia del bronzo l’età del 10500 aC circa. Questa è anche una data ante quam dobbiamo collocare non solo la prima colonizzazione mediterranea del Sudamerica ma anche un periodo di sviluppo della tecnica delle pietre sgrezzate e la prima navigazione.

3 – Per quanto riguarda l’opera in pietra squadrata abbiamo due date entro le quali tale tecnica dovrebbe essere iniziata. La prima data riguarda le più recenti mura poligonali di cui sia documentata l’età. Si tratta delle mura di Pyrgi, del 3050 aC circa (Mortari, 2012a). L’altra è l’età del complesso funerario di Saqqara, all’incirca del 2650 aC. Quindi possiamo dire che la data che cerchiamo può essere il 2850 aC +/- 200 anni.

4 – Per concludere la ricerca sui riferimenti temporali della civiltà atlantica, manca stabilire quando questa civiltà ha avuto termine. Essa doveva essere ancora in auge alla fine del IV secolo, in considerazione del fatto che una mummia egizia del 395 dC ha rivelato di avere tracce di cocaina e nicotina. Dobbiamo dunque andare avanti col tempo. Quando sono arrivati gli Spagnoli, essi hanno posto fine all’impero degli Inca. Prima degli Inca spiccano le culture Wari e Tiwanaku, che caratterizzano il cosiddetto “Periodo medio andino”, durato dal 600 al 1000 dC circa. Poiché con questo periodo iniziano a trovarsi nelle suppellettili oggetti in bronzo, possiamo assumere questo fatto come un segno che il monopolio del bronzo mantenuto dagli Atlanti era finito.

Gli Atlanti devono essere stati cacciati dalla regione delle Ande centrali nonostante le fortezze di cui si erano muniti. Ciò deve essere accaduto intorno al 500 dC, tenendo conto dell’età del 395 dC di una mummia egizia in cui sono state trovate tracce di nicotina e cocaina e l’età del 600 dC con cui inizia il Periodo medio andino.

Sicuramente essi hanno trovato rifugio sull’isola di Pasqua non per un caso, come ha supposto Thor Heyerdahl, ma perché conoscevano bene la rotta, avendo essi sempre dominato non solo l’oceano Atlantico ma anche quello Pacifico. Qui la più antica traccia della presenza umana è costituita dai carboni residui di un fuoco acceso; l’età radiocarbonio è risultata del 386 dC +/- 100 anni. All’arrivo degli Atlanti l’isola di Pasqua doveva essere disabitata. Si ritiene infatti che la popolazione polinesiana sia arrivata qui solo intorno all’800 o 900 dC. Quando, nel 1722, è arrivato l’ammiraglio olandese Roggeveen, ha trovato che l’isola era abitata da due popolazioni: una polinesiana e una di pelle bianca. Heyerdahl faceva rilevare che queste due popolazioni dovevano avere raggiunto l’isola da due direzioni opposte, dall’Asia sudorientale e dalle coste del Sudamerica poiché avevano portato con sé piante degli originali luoghi di origine, specificatamente il banano e la canna da zucchero i polinesiani e la patata dolce gli altri.

Più convincente per inferire la provenienza dei pasquani di pelle bianca dall’area delle Ande centrali è invece la presenza, fino a poco tempo fa, di alcuni muri megalitici (ora ne è rimasto soltanto uno, lungo una quindicina di metri), le cui pietre sono prevalentemente squadrate. Esse sono state lavorate quasi sicuramente a percussione; sarebbe interessante se venissero trovati gli utensili metallici che sono serviti per realizzare sia questi muri che alcuni moai di basalto (molto probabilmente sagomati prima dell’arrivo dei polinesiani). Ci sono anche torri funerarie che ricordano molto le chullpas più recenti della zona del lago Titicaca, e il cui nome pasquano è tupa. Infine ci sono una ventina di tavolette rongo-rongo, che sono state incise con caratteri pittografici, in buona parte uguali o molto simili a quelli trovati nella valle dell’Indo, a Mohenjo Daro. Questo tipo di scrittura ricorda anche quella del disco di Festo trovato a Creta, e potrebbe non essere un caso che Omero, nell’Odissea, citi tra le lingue parlate su quest’isola quella dei “gloriosi Pelasgi”.

Conclusioni

In conclusione, in una data probabilmente più antica di 13000 anni fa, si può supporre che dal Mediterraneo sia iniziata una colonizzazione del Centro- e Sud-America, dando origine a quella che è nota con il nome di civiltà di Atlantide. Conformemente a quanto Platone ha scritto nel Timeo, si trattò di una civiltà che ha espanso grandemente la propria influenza dominando contemporaneamente su una buona parte di Europa ed Asia. Non sappiamo fino a quando si sia esercitato tale dominio; possiamo supporre tuttavia che esso fosse in atto a metà del terzo millennio aC, durante la III dinastia dell’antico Egitto, così da spiegare la improvvisa apparizione in questa regione della tecnica costruttiva che impiegava pietre perfettamente squadrate.

Verrebbe così spiegato il mistero di come possano essere comparsi in tempi più o meno prossimi tra loro e in diverse parti del pianeta – che si pensava non fossero comunicanti – l’agricoltura, le costruzioni megalitiche, le piramidi.

Lavori citati

Balabanova S., Parsche F., Pirsig W. (1992). First identification of drugs in Egyptian mummies. Naturwissenschaften 79, 358.
Heyerdahl T. (1989). Ile de Pâques. L’énigme dévoilée. A. Michel. 254 pp.
Lugli G. (1946). Corso di topografia dell’Italia antica. L’urbanistica delle città italiche. Le mura di fortificazione. Edizioni dell’Ateneo, Roma.
Mortari R. (2011). I ritmi segreti dell’Universo. Aracne Ed. 336 pp.
Mortari R. (2012a). 2012 – Dalla profezia maya alle previsioni della scienza. www.prevederecatastrofi.it , 85 pp.
Mortari R. (2012b). Confronto tra mura poligonali d’Italia e Grecia.
Mortari R. (2013). Le opere megalitiche dell’area mediterranea e del Sudamerica. Identità e differenze.
Polito E. (a cura di) (2011). Guida alle mura poligonali della provincia di Frosinone. Provincia di Frosinone. 96 pp.
Parsche F., Balabanova S., Pirsig W. (1993). Drugs in ancient populations. The Lancet 341: 503.
Sorenson J.L., Johannessen C.L. (2006). Biolologic evidence for pre-columbian transoceanic voyages. in Mair V.H. (Editor) Contact and exchange in the ancient world. University of Hawai’i Press, 315 pp.

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