Civiltà megalitiche del Mediterraneo e del Sudamerica. Un confronto.

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Set 272019
 

Tratto dal link origine : http://www.terradegliuomini.com/civilta-megalitiche-del-mediterraneo-e-del-sudamerica.html

  • di: Roberto Mortari
  • 26 giugno 2013

Riassunto

Le mura megalitiche della regione del Mediterraneo e del Sudamerica hanno la stessa origine, come è dimostrato dal fatto che per la loro costruzione veniva usata la stessa unità di misura per le lunghezze. Tuttavia solo nelle Ande centrali è avvenuta una rapida transizione tra la tecnica più semplice, in cui venivano impiegati strumenti di natura litica per la sagomatura dei blocchi, e le tecniche successive, in cui le parti asportate dalle pietre grezze erano più voluminose, permettendo così un migliore incastro tra gli elementi assemblati. Questa transizione è stata possibile solo con l’introduzione di utensili di bronzo. Vengono esposte le ragioni per sostenere che l’invenzione di questa lega deve essere fatta risalire a più di 12000 anni fa.

Introduzione

Se confrontiamo attentamente le mura poligonali di Alatri, Micene, Cusco, non possiamo non rimanere meravigliati per la somiglianza o identità delle tecniche costruttive. Eppure le autorità accademiche negano decisamente che ci siano stati contatti che abbiano potuto portare a trasmissioni di tali tecniche da un luogo all’altro così distinti e distanti. Giuseppe Lugli così scriveva nel 1946 sulla somiglianza delle mura megalitiche in Italia e Grecia, attribuite da molti ricercatori ai Pelasgi: “È dimostrato ormai che i Pelasgi non hanno nulla a che vedere con le gradi fortificazioni poligonali e che esse non sono così antiche come si credeva un tempo. Il raffronto con le mura di Tirinto e Micene è puramente tecnico e non presenta alcun legame storico ed etnico.” Le medesime idee sono state espresse nel 2011 da Eugenio Polito, il quale ha ribadito quanto era sostenuto già da Lugli, ossia che le mura poligonali che si trovano in Italia centrale sono state erette dai Romani nel periodo della loro espansione territoriale e non sono quindi opere di popoli venuti da altre parti del Mediterraneo”.

Fino a poco tempo fa non era stata ancora data una spiegazione soddisfacente della esecuzione di queste mura, così perfetta che non è possibile infilare nemmeno la lama di un sottile coltello nei giunti tra i vari elementi. Per ottenere un tale risultato è stato immaginato che, prima della messa in opera, con una lastra di piombo venisse preso il calco dello spazio che una pietra avrebbe dovuto occupare, ma è facilmente obiettabile che si tratta di una soluzione poco pratica. Lugli (1946) suggeriva che “i blocchi fossero lavorati sul posto riportando con una squadra su di essi l’angolo corrispondente di quelli coi quali doveva riconnettersi.” Si è pensato dunque che la determinazione degli spazi avvenisse tramite un riporto degli angoli e delle lunghezze, e non tramite una loro misura, che sarebbe la spiegazione più semplice.

Misurando diversi elementi delle mura poligonali di Alatri, Cosa, Segni, Cori, si è potuto riscontrare che chi costruiva quei muri determinava con idonei strumenti sia le lunghezze dei lati che le ampiezze degli angoli, che sono risultati essere multipli di due precise unità, pari rispettivamente a 1,536 cm e 1,5°. Uguali risultati sono stati ottenuti su due muri poligonali situati in Grecia: il primo sull’isola di Milo e il secondo ai piedi dell’acropoli di Atene (Mortari, 2012b). L’uso di una unità di misura per le lunghezze ben distinta da quelle in uso presso Romani, Etruschi e Greci rende plausibile l’idea che gli autori di queste opere murarie siano stati i Pelasgi, che dominavano l’area dell’Egeo prima dell’arrivo degli Indoeuropei all’inizio del secondo millennio aC: gli stessi Pelasgi, secondo Erodoto, avevano raggiunto l’Italia centrale provenendo dall’Asia Minore. Per questa ragione tale unità è stata chiamata “dito pelasgico”.

In Italia e Grecia le mura megalitiche – siano esse di difesa o di semplice sostegno del terreno retrostante – possono distinguersi essenzialmente per quattro diverse tecniche costruttive. Dalla più semplice e primitiva alla più evoluta esse possono essere ridotte ai seguenti quattro tipi:

Figura 1
Figura 1 – Muro in pietra grezza ad Amelia.

1)- Opere in pietra grezza. I blocchi sono sovrapposti senza essere minimamente lavorati. La parete esterna del muro è molto irregolare. Ne abbiamo pochi esempi, come ad Artena e ad Amelia (Figura 1).

Figura 2
Figura 2 – Norba. Muro di pietre sgrezzate.

2)- Opere in pietra sgrezzata. I singoli elementi venivano scelti per la presenza di una superficie il più possibile piana, che veniva posizionata all’esterno, in modo che la faccia a vista del muro fosse complessivamente uniforme; essi venivano orientati in modo da ridurre al minimo gli interstizi, e gli spazi vuoti maggiori rimasti venivano chiusi con pietre minori. Per ottenere l’uniformità della parete esterna e ridurre al massimo gli interstizi erano effettuati eventualmente minimi ritocchi. Vedi Roselle, Norba (Figura 2), Tirinto, Micene.

Figura 3
Figura 3 – Cosa. Muro di pietre poligonali.

3)- Opere in pietra poligonale. Nella faccia a vista i blocchi erano lavorati per ottenere superfici il più possibile levigate. Lo stesso trattamento era riservato ai contorni, ottenendovi superfici generalmente piane che dovevano combaciare perfettamente con le facce ottenute su altri blocchi. Ne troviamo begli esempi a Norba, Cosa (Figura 3), Alatri, Amelia, Cori, Micene, Atene.

Figura 7
Figura 7 – Complesso funerario di Zoser a Saqqara, Egitto (da Wikipedia).
Figura 6
Figura 6 – Ferentino. Muro con pietre squadrate probabilmente pelasgiche.
Figura 5
Figura 5 – Ferentino. Le pietre squadrate al disotto delle finestrine con archi sono probabilmente pelasgiche.
Figura 4
Figura 4 – Cosa. Pietre squadrate pelasgiche.

4)- Opere in pietra squadrata. Sia la superficie esterna che quelle di contorno sono piane e ortogonali tra loro. Da alcuni accertamenti per individuare opere di questo tipo in Italia che possano essere attribuite ai Pelasgi è emerso che tra di esse possono essere incluse alcune pietre che si trovano alla base del tempio principale di Cosa (Figura 4). È possibile anche che vi appartenga una parte di un muro dell’acropoli di Ferentino, subito al disotto di una iscrizione romana (Figura 5). Qui sono state misurate le altezze della seconda e della terza fila che compaiono nella parte sinistra della Figura 6: i valori riscontrati sono di 42,3 e 33,8 cm e fanno pensare più all’uso dell’unità pelasgica di 1,536 cm che a quello del dito romano di 1,85 cm. Fino ad oggi il più antico esempio accertato di questo tipo di tecnica è rappresentato dal complesso funerario del faraone Zoser a Saqqara, in Egitto (Figura 7).

In linea di massima l’ordine con cui sono state elencate le quattro tecniche rispecchia non solo una crescente perfezione di lavorazione ma anche una successione cronologica. Ciò dipende dal fatto che i passaggi tra un tipo di lavorazione e il successivo sono legati all’introduzione di mezzi di produzione di volta in volta nuovi. Così, il passaggio all’opera poligonale è stato possibile solo dopo che è stata inventata la metallurgia del bronzo. Analogamente, il passaggio all’opera squadrata ha richiesto l’invenzione di metodi di taglio delle pietre con il ricorso a strumenti come seghe o a fili elicoidali.

È sempre possibile che una tecnica precedente venisse riutilizzata, ma questo ricorreva poche volte, se non raramente. La tecnica poligonale è stata ripresa dagli Etruschi in qualche caso e anche dai Romani, anche se non si tratta più di mura megalitiche. Tuttavia i vari passaggi sono da considerare conquiste difficilmente soggette a involuzione. Lo dimostra anche il fatto che in genere, dopo che si è avuto un parziale smantellamento del muro difensivo di una città, la ripresa della costruzione avviene con una tecnica più evoluta. A Micene ad esempio sono testimoniate in successione le tecniche del secondo, del terzo e del quarto tipo, ed è significativo che, quando si è edificato il tratto di muro adiacente alla porta dei leoni, si è ricorso all’opera squadrata anche se essa non è stata realizzata lavorando la pietra con il taglio ma a percussione, come è evidente dalle imperfezioni delle facce e degli spigoli.

Osservazioni

Le osservazioni effettuate in Sudamerica sono state limitate ad alcune principali aree archeologiche presenti nelle Ande centrali (Cuzco, Ollantaytambo, Machu Picchu, Sillustani, Pisac nel Perù meridionale, e Tiwanaku, in Bolivia). Qui ritroviamo tanto le stesse tecniche 2, 3 e 4 quanto il problema dell’età delle opere megalitiche. Tutte le mura costruite con le tecniche delle pietre poligonali e squadrate vengono ritenute molto recenti, realizzate cioè durante l’impero degli Inca, nonostante che questi abbiano governato per un periodo troppo limitato per poter effettuare tutte le opere a loro attribuite, che sono state molto impegnative se si considera non solo la loro mole ma anche la complessità e la varietà; tale periodo comunemente viene considerato esteso dal 1450 al 1533. In effetti gli Inca cominciarono ad espandere il loro territorio dal 1438 partendo dall’altopiano di Cusco compreso tra il lago Titicaca e il lago Junin e annetterono poi i due terzi più meridionali tra il 1471 e il 1493. La conquista spagnola si ebbe tra il 1532 e il 1534. Nel sito archeologico boliviano di Tiwanaku, che si ritiene sia stato abitato sicuramente tra il 200 aC e il 1000 dC, i pochi resti oggi visitabili testimoniano il raggiungimento di una tecnologia molto evoluta. Al contrario, le abitazioni più recenti che troviamo a Machu Picchu o Ollantaytambo – e che possono essere attribuite realmente al periodo Inca – sono di carattere molto più modesto; sono costruzioni eseguite utilizzando pietre non squadrate, legate con una malta di calce, in forte contrasto con le opere precedenti, che sono tutte eseguite a secco. Anche la famosa strada reale attribuita all’impero incaico, che si estendeva per 5200 km con due itinerari principali paralleli e che complessivamente superava 20000 km, ricalcava quasi sicuramente un percorso precedente tracciato da altri.

Figura 8
Figura 8 – Ollantaytambo. Muro di pietre sgrezzate.
Figura 9
Figura 9 – Pisac. Muro con pietre poligonali.
Figura 10
Figura 10 – Fortezza di Ollantaytambo. Muro con pietre squadrate.

Fin dall’inizio è sembrato significativo che siano presenti anche qui, come nell’area del Mediterraneo, opere in pietra sgrezzata, poligonale e squadrata. Non sono stati trovati casi di costruzioni del primo tipo se non come ripresa, forse molto recente, di un’opera del secondo tipo, come è accaduto a Sillustani (per spiegazioni e illustrazioni vedi Mortari 2013). Oltre a Sillustani, opere in pietra sgrezzata sono state osservate a Ollantaytambo (Figura 8) e Machu Picchu. Mura poligonali sono presenti a Machu Picchu, Pisac (Figura 9), Ollantaytambo, fortezza di Ollantaytambo, Cuzco, Sacsayhuaman. Il quarto tipo si trova a Machu Picchu, fortezza di Ollantaytambo (Figura 10), Cusco, Pisac, Sillustani e Tiwanaku.

Complessivamente sono state effettuate 98 misure di lati e 12 misure di angoli. Le misurazioni di lati hanno fornito valori che sono multipli sia del dito pelasgico che della sua metà o di un quarto. Gli scostamenti dai multipli esatti rientrano nell’approssimazione delle misure, che è stata in genere di 1 mm, e talvolta di 0,5 mm. Per quanto riguarda gli angoli vi è stata una sorpresa, dovuta al fatto che in Perù è risultata una unità di misura di 1°, anziché di 1,5° come era invece emerso in Italia e Grecia.

Elaborazione delle osservazioni

Appare dunque significativo che sia in Sudamerica che nell’area mediterranea sono comparse opere costruite secondo le stesse tecniche. Avere trovato che per i muri eretti con pietre poligonali o squadrate le lunghezze dei lati sono state stabilite utilizzando la stessa unità di misura induce a pensare che in un tempo anteriore a quello della costruzione delle mura poligonali ci sia stata una comunicazione tra le due sponde dell’Atlantico; essa dovrebbe essersi protratta a lungo, in modo da permettere di avere una stessa successione di tecniche costruttive. L’inizio delle comunicazioni dovrebbe coincidere con la prima comparsa di mura megalitiche su suolo americano, dove la tecnica delle mura con pietre sgrezzate sarebbe stata importata dall’area del Mediterraneo.

Al periodo in cui era in uso questa tecnica possiamo attribuire non solo le mura di Sillustani, Ollantaytambo e Machu Picchu, ma tutte le opere megalitiche anteriori all’entrata in uso del bronzo. Sono da includere perciò tra i testimoni di questa tecnica – e del relativo periodo – anche quei monoliti che troviamo ad esempio nell’area di Tiwanaku, costituiti dai menhir che ora si trovano inglobati nel recinto murario di Kalasasaya e che un tempo dovevano essere isolati.

Le comunicazioni marittime che stiamo ricostruendo hanno preceduto di diversi millenni le traversate atlantiche di Colombo. Ciò è dimostrato dal ritrovamento in diverse parti del globo terrestre di tracce di diverse specie botaniche che non possono essere state trasportate con mezzi naturali. Tra le diverse notizie al riguardo J.L Sorenson e C.L. Johannessen (2006) citano ad esempio la scoperta di noccioline (Arachis hypogaea), che sono originarie del Sudamerica, in due siti del Neolitico in Cina e in altri scavi archeologici sull’isola di Timor, in Indonesia. Nella seconda località i frutti di arachide sono stati trovati insieme ai resti di altre due piante native dell’America e datati col metodo del radiocarbonio al terzo millennio aC.

D’altronde è stato provato che comunicazioni precolombiane erano frequenti almeno dal XIII secolo aC tra il Sudamerica e l’Egitto. La ricercatrice francese Michelle Lescot nel 1976 scoprì frammenti di foglie di tabacco tra i resti della mummia di Ramesse II, morto nel 1212 aC. La notizia sollevò scalpore ma anche molto scetticismo, e molti hanno cercato in tutti i modi di invalidare l’importanza della scoperta.

Nel 1992 una ricercatrice tedesca, Svetlana Balabanova, insieme a due collaboratori ha analizzato frammenti di tessuto osseo, di capelli e di tessuti molli appartenenti ad alcune mummie conservate nel museo di Monaco e datate tra il 1070 aC e il 395 dC e ha trovato tracce significative di nicotina, cocaina e hashish. Se non sorprende la presenza di quest’ultima sostanza, che deriva dalla Cannabis sativa, originaria dell’Asia centrale, è la presenza delle due prime sostanze che non trova spiegazione se non con sistematici rifornimenti via mare dall’America. D’altra parte un anno più tardi questi stessi ricercatori, esaminando capelli, denti, ossa e parti molli di 72 mummie peruviane datate tra il 200 e il 1500 dC, hanno trovato che molte di esse contenevano almeno una delle stesse tre sostanze. Mentre cocaina e nicotina non potevano costituire una sorpresa, questa volta era l’hashish a crearla. Tutto ciò ci dimostra che per millenni ci sono stati frequenti scambi marittimi e ci permette di ipotizzare che molto probabilmente le opere murarie erette in modo uguale o simile in America e nel Mediterraneo hanno avuto un’evoluzione pressoché simultanea.

Partendo da questo presupposto, possiamo cercare di arricchire con nuovi elementi il quadro finora apparso, andando ad esaminare le differenze tra le realizzazioni nelle due diverse aree in esame, iniziando dai muri in opera poligonale. Se osserviamo i contorni delle pietre presenti in Italia e Grecia, notiamo che essi sono quasi sempre diritti – tanto da far parlare propriamente di poligoni – mentre solo raramente sono curvi, se si esclude l’opera lesbia – usata soprattutto sull’isola di Lesbo – che sembra essere una tecnica nettamente tardiva.

Figura 11
Figura 11 – Fortezza di Ollantaytambo. Muro di pietre poligonali con angoli smussati.
Figura 12
Figura 12 – Machu Picchu. Muro con pietre poligonali che tendono ad essere squadrate.

In Perù vi è una vistosa variabilità in questo tipo di muri, ed è possibile ravvisare all’interno della tecnica poligonale un’evoluzione da forme più semplici a forme più complesse. Le prime mura di Pisac e Ollantaytambo mostrano caratteri più semplici, con scarso ricorso a superfici di contatto curve. Poi, come si può osservare a Ollantaytambo e a Machu Picchu, mentre la lavorazione della faccia a vista si fa più curata, le superfici curve diventano più frequenti, e spesso gli angoli sono smussati (Figura 11); inoltre i lati del poligono diventano sempre più spesso linee spezzate, con due o tre segmenti, deviati solo leggermente l’uno rispetto all’altro, anche solo di 0,5°. Infine le forme dei singoli elementi si semplificano e prevalgono trapezi che spesso diventano rettangoli, apparendo come un preludio alle opere in pietra squadrata (Figura 12).

Figura 14
Figura 14 – Machu Picchu. Muro con pietre di transizione tra sgrezzate e poligonali.
Figura 13
Figura 13 – Machu Picchu. Muro evoluto di pietre sgrezzate.

Una variabilità altrettanto interessante riguarda le opere in pietra sgrezzata, e si può osservare una transizione decisa alle opere in pietra poligonale (Figure 13 e 14). Tale passaggio è avvenuto per una evidente maggiore facilità incontrata nel sagomare pietre cristalline molto resistenti. Mentre in precedenza la pietra sgrezzata veniva lavorata – necessariamente in misura molto limitata – con utensili litici, a Machu Picchu si avverte che nella lavorazione delle pietre hanno fatto la loro comparsa utensili di bronzo, che sono in grado di asportare volumi incomparabilmente maggiori di materiale. Il Perù meridionale è ricco di minerali di arsenico, e il primo bronzo era sicuramente ricavato dalla lega rame-arsenico. L’apparizione di mura poligonali come derivazione di mura di pietre sgrezzate lascia pensare che qui oltre al bronzo sia stata inventata anche la precisa determinazione delle lunghezze con il tramite di righe graduate, incise a distanze regolari di un dito di 1,536 cm, che, se è valida la supposizione, dovrebbe essere chiamato “dito atlantico” e non più “dito pelasgico”.

L’invenzione del bronzo deve avere dato alla civiltà che si andava sviluppando al di là dell’oceano Atlantico grandi possibilità di espansione, testimoniate dalle tracce di comunicazione tra Sudamerica e Cina, Indonesia e Giappone, come dimostrerebbe, oltre ai citati ritrovamenti di piante sudamericane in Asia, il fatto che mura poligonali si trovano anche a Tokyo, dove costituiscono muri di sostegno intorno ai giardini terrazzati del palazzo imperiale. Possiamo chiamare atlantica questa civiltà, i cui fondatori, provenienti dall’area mediterranea, potrebbero essere chiamati Atlanti, supponendo che abbiano avuto come loro mitico antenato Atlante, per analogia con la derivazione del nome dei Pelasgi dal re Pelasgo.

Se è corretta l’interpretazione finora data, una trasfusione di tecnica costruttiva è avvenuta anche, e a maggior ragione, dal Sudamerica verso il Mediterraneo a più riprese, portando dapprima la tecnica delle mura in opera poligonale e in seguito quella delle pietre squadrate. Possiamo così spiegare perché le opere in pietra squadrata del già citato complesso funerario di Zoser a Saqqara fanno la loro comparsa senza preavvisi, senza che ci siano tracce di tentativi di costruire con pietre sagomate con altre tecniche di qualunque tipo. In particolare non ci sono esempi di mura poligonali in Egitto. Da dove spuntano queste opere con pietre squadrate così precisamente? È lecito supporre che si tratti di una tecnica importata.

Cronologia

Volendo ora sistemare nel tempo le tappe che abbiamo riconosciuto nello sviluppo delle tecniche delle opere murarie del Sudamerica, possiamo distinguere essenzialmente quattro momenti da prendere come riferimenti: 1) la colonizzazione dal Mediterraneo verso il continente americano, 2) il passaggio dall’opera grezza a quella poligonale, 3) il passaggio tra l’opera poligonale e l’opera squadrata, 4) il termine della colonizzazione e della civiltà atlantica.

1 – Il momento della colonizzazione del Sudamerica deve essere successivo all’inizio della navigazione d’altura, le cui prime tracce sono fatte risalire a 11500 anni fa. Questa è l’età di uno strato archeologico della grotta di Frankli, nell’Argolide, in cui sono stati trovati oggetti di ossidiana proveniente dall’isola di Milo e resti di pesci di grossa taglia. Più avanti avremo altri elementi di giudizio, e vedremo che la data suddetta dovrà essere spostata indietro. D’altronde spesso accade di riscontrare che le prime tracce di un evento non rappresentano il vero inizio di quel tipo di evento.

Figura 15
Figure 15 – Variazioni del livello marino negli ultimi 30.000 anni (da Mortari, 2011).

– Per trovare l’inizio dell’opera poligonale dobbiamo considerare che esso coincide con la prima utilizzazione di utensili di bronzo. Assumendo che gli Atlanti abbiano mantenuto a lungo il monopolio della produzione di questa lega metallica, possiamo andare a cercare quali sono le tracce più antiche delle opere che essi possono avere creato con l’uso di strumenti di tale natura. Vi sono due indicazioni da tenere in considerazione. La prima riguarda il sito di Göbekli Tepe, in Turchia, in cui la pietra calcarea utilizzata è stata lavorata molto finemente corredando i pilastri lì presenti con raffinate figure di animali. L’età di fondazione dell’area è di circa 11500 anni fa. La seconda indicazione è data dalla famosa “piramide di Yonaguni”. Dando per assodato che la conformazione a gradoni, corridoi e terrazzi della cosiddetta piramide abbia un carattere artificiale, come è indicato dalle superfici perfettamente piane e dagli spigoli rettilinei, dobbiamo ammettere che la lavorazione non può essere avvenuta con strumenti litici, poiché le rocce effusive di tipo andesitico di questo isolotto sono molto resistenti e necessitano dell’uso di strumenti metallici. Ora la piramide è sommersa da 5 m d’acqua e le sue forme artificiali si spingono fino a una profondità compresa tra 28 e 30 m. Sapendo che il mare ha stazionato a 29 m sotto il livello attuale in un intervallo di tempo compreso tra 10250 e 10400 anni aC circa (Mortari, 2011), possiamo inferirne che la metallurgia del bronzo è iniziata prima di 12400 anni fa.

Questa conclusione è senz’altro sorprendente, dato che l’età del bronzo viene comunemente fatta iniziare 5500 anni fa nel Caucaso. Ma dobbiamo considerare che per mezzo del bronzo gli Atlanti costruivano mura difensive che erano estremamente importanti per la loro sopravvivenza; non c’è da stupirsi quindi che tenessero la loro invenzione segreta, tanto che, come è riportato nel Crizia di Platone, quel materiale che essi soli detenevano era noto come “oricalco”, ma nessuno sapeva che composizione avesse.

Per il momento possiamo assumere dunque come data indicativa dell’inizio della metallurgia del bronzo l’età del 10500 aC circa. Questa è anche una data ante quam dobbiamo collocare non solo la prima colonizzazione mediterranea del Sudamerica ma anche un periodo di sviluppo della tecnica delle pietre sgrezzate e la prima navigazione.

3 – Per quanto riguarda l’opera in pietra squadrata abbiamo due date entro le quali tale tecnica dovrebbe essere iniziata. La prima data riguarda le più recenti mura poligonali di cui sia documentata l’età. Si tratta delle mura di Pyrgi, del 3050 aC circa (Mortari, 2012a). L’altra è l’età del complesso funerario di Saqqara, all’incirca del 2650 aC. Quindi possiamo dire che la data che cerchiamo può essere il 2850 aC +/- 200 anni.

4 – Per concludere la ricerca sui riferimenti temporali della civiltà atlantica, manca stabilire quando questa civiltà ha avuto termine. Essa doveva essere ancora in auge alla fine del IV secolo, in considerazione del fatto che una mummia egizia del 395 dC ha rivelato di avere tracce di cocaina e nicotina. Dobbiamo dunque andare avanti col tempo. Quando sono arrivati gli Spagnoli, essi hanno posto fine all’impero degli Inca. Prima degli Inca spiccano le culture Wari e Tiwanaku, che caratterizzano il cosiddetto “Periodo medio andino”, durato dal 600 al 1000 dC circa. Poiché con questo periodo iniziano a trovarsi nelle suppellettili oggetti in bronzo, possiamo assumere questo fatto come un segno che il monopolio del bronzo mantenuto dagli Atlanti era finito.

Gli Atlanti devono essere stati cacciati dalla regione delle Ande centrali nonostante le fortezze di cui si erano muniti. Ciò deve essere accaduto intorno al 500 dC, tenendo conto dell’età del 395 dC di una mummia egizia in cui sono state trovate tracce di nicotina e cocaina e l’età del 600 dC con cui inizia il Periodo medio andino.

Sicuramente essi hanno trovato rifugio sull’isola di Pasqua non per un caso, come ha supposto Thor Heyerdahl, ma perché conoscevano bene la rotta, avendo essi sempre dominato non solo l’oceano Atlantico ma anche quello Pacifico. Qui la più antica traccia della presenza umana è costituita dai carboni residui di un fuoco acceso; l’età radiocarbonio è risultata del 386 dC +/- 100 anni. All’arrivo degli Atlanti l’isola di Pasqua doveva essere disabitata. Si ritiene infatti che la popolazione polinesiana sia arrivata qui solo intorno all’800 o 900 dC. Quando, nel 1722, è arrivato l’ammiraglio olandese Roggeveen, ha trovato che l’isola era abitata da due popolazioni: una polinesiana e una di pelle bianca. Heyerdahl faceva rilevare che queste due popolazioni dovevano avere raggiunto l’isola da due direzioni opposte, dall’Asia sudorientale e dalle coste del Sudamerica poiché avevano portato con sé piante degli originali luoghi di origine, specificatamente il banano e la canna da zucchero i polinesiani e la patata dolce gli altri.

Più convincente per inferire la provenienza dei pasquani di pelle bianca dall’area delle Ande centrali è invece la presenza, fino a poco tempo fa, di alcuni muri megalitici (ora ne è rimasto soltanto uno, lungo una quindicina di metri), le cui pietre sono prevalentemente squadrate. Esse sono state lavorate quasi sicuramente a percussione; sarebbe interessante se venissero trovati gli utensili metallici che sono serviti per realizzare sia questi muri che alcuni moai di basalto (molto probabilmente sagomati prima dell’arrivo dei polinesiani). Ci sono anche torri funerarie che ricordano molto le chullpas più recenti della zona del lago Titicaca, e il cui nome pasquano è tupa. Infine ci sono una ventina di tavolette rongo-rongo, che sono state incise con caratteri pittografici, in buona parte uguali o molto simili a quelli trovati nella valle dell’Indo, a Mohenjo Daro. Questo tipo di scrittura ricorda anche quella del disco di Festo trovato a Creta, e potrebbe non essere un caso che Omero, nell’Odissea, citi tra le lingue parlate su quest’isola quella dei “gloriosi Pelasgi”.

Conclusioni

In conclusione, in una data probabilmente più antica di 13000 anni fa, si può supporre che dal Mediterraneo sia iniziata una colonizzazione del Centro- e Sud-America, dando origine a quella che è nota con il nome di civiltà di Atlantide. Conformemente a quanto Platone ha scritto nel Timeo, si trattò di una civiltà che ha espanso grandemente la propria influenza dominando contemporaneamente su una buona parte di Europa ed Asia. Non sappiamo fino a quando si sia esercitato tale dominio; possiamo supporre tuttavia che esso fosse in atto a metà del terzo millennio aC, durante la III dinastia dell’antico Egitto, così da spiegare la improvvisa apparizione in questa regione della tecnica costruttiva che impiegava pietre perfettamente squadrate.

Verrebbe così spiegato il mistero di come possano essere comparsi in tempi più o meno prossimi tra loro e in diverse parti del pianeta – che si pensava non fossero comunicanti – l’agricoltura, le costruzioni megalitiche, le piramidi.

Lavori citati

Balabanova S., Parsche F., Pirsig W. (1992). First identification of drugs in Egyptian mummies. Naturwissenschaften 79, 358.
Heyerdahl T. (1989). Ile de Pâques. L’énigme dévoilée. A. Michel. 254 pp.
Lugli G. (1946). Corso di topografia dell’Italia antica. L’urbanistica delle città italiche. Le mura di fortificazione. Edizioni dell’Ateneo, Roma.
Mortari R. (2011). I ritmi segreti dell’Universo. Aracne Ed. 336 pp.
Mortari R. (2012a). 2012 – Dalla profezia maya alle previsioni della scienza. www.prevederecatastrofi.it , 85 pp.
Mortari R. (2012b). Confronto tra mura poligonali d’Italia e Grecia.
Mortari R. (2013). Le opere megalitiche dell’area mediterranea e del Sudamerica. Identità e differenze.
Polito E. (a cura di) (2011). Guida alle mura poligonali della provincia di Frosinone. Provincia di Frosinone. 96 pp.
Parsche F., Balabanova S., Pirsig W. (1993). Drugs in ancient populations. The Lancet 341: 503.
Sorenson J.L., Johannessen C.L. (2006). Biolologic evidence for pre-columbian transoceanic voyages. in Mair V.H. (Editor) Contact and exchange in the ancient world. University of Hawai’i Press, 315 pp.

Collezione Padre Crespi Croci (la rinascita)

 Archeologia, Legge del Ritmo  Commenti disabilitati su Collezione Padre Crespi Croci (la rinascita)
Set 032019
 

Tratto dal link origine : https://mysteryplanet.com.ar/site/actualizacion-sobre-la-cueva-de-los-tayos-y-las-colecciones-del-padre-crespi/

(Tradotto da Google, traduzione rivisitata.)

Visita effettuata da due giovani ungheresi nel 2013, che mostra la collezione del Museo. (Per gentile concessione di Endre Wagy e Lendik Erik)

La leggendaria collezione non è andata perduta in un incendio, né è stata sequestrata dal Vaticano, migliaia di oggetti potenzialmente legati ad antiche civiltà sconosciute, in teoria dalla misteriosa grotta dei Tayos, giacciono nascosti in un museo in Ecuador. Ciò è stato confermato dal ricercatore Gustavo Fernández, parte dello staff di Mystery Planet, che ha avuto accesso esclusivo.

Vista generale di alcuni pezzi

Una miriade di articoli, libri, podcast , video su YouTube si sono ripetuti fino a quando non siamo stanchi di ciò che è noto, di ciò che si suppone, di ciò che è ipotizzato e di ciò che si fantastica sulla già mitica Grotta di Los Tayos, in Ecuador. Recenti «documentari» hanno accelerato l’onda e oggi diverse compagnie organizzano «spedizioni a Los Tayos», dove per un paio di migliaia di dollari le parti interessate si sentono parte di un’epica saga. Immagino che vada bene per loro. Personalmente, sono stato un testimone passivo e un attore tangenzialmente intervenuto negli aspetti collaterali di questa storia. Ho scritto della “maledizione di The Tayos” (che sembra influenzare le tragiche morti di personaggi legati a questa storia); Ho saputo accompagnare il ricercatore argentino Débora Goldstern in una presentazione pubblica sull’argomento, ho incontrato e parlato con Julio Goyén Aguado, erede «spirituale» di Janos Moricz, presunto «scopritore» – nelle carte notarili – delle caverne e, soprattutto, Ho incontrato numerose volte Guillermo Aguirre, biografo personale di quest’ultimo e, a sua volta, erede di alcuni materiali che Julio lascia, ricevuto da Moricz. Passarono alcuni anni e supposi che il tema di Tayos sarebbe stato fuori dai radar dei miei interessi; Non ho mai negato l’interesse a conoscerli e ad approfondire l’argomento, ma non era affatto una priorità. Alla fine ho contattato un paio di ricercatori ecuadoriani con l’idea di integrarmi alla fine in una spedizione – dopo accessi sconosciuti; non quel vertiginoso “camino” di sessanta metri in cui portano i turisti desiderosi di adrenalina e che già, Janos il primo e il luglio successivo, indicheranno specificamente che non è l’ingresso al recinto che Moricz ha denunciato come protocollo nel protocollo nel 1969. Stavo cercando, quindi, di salire su un aereo e di unirmi a quelle agenzie turistiche per mostrare alcune foto e dire “Ero nella grotta di Los Tayos”. Il tempo trascorso e nessuno dei miei contatti formalmente disposti ad accettarmi nei loro ipotetici viaggi futuri nel luogo apparve, sembrò che sarebbe rimasto come uno di quegli altri enigmi su cui un server legge molto ma contribuisce poco. Tuttavia, questo universo divertente e sorprendente ha dei verbi difficili da prevedere.

Insieme all’autore e da sinistra a destra, Giovanni Pesantes, Diego Matute e Marcelo Guiracocha, staff del Museo, presso le strutture in cui viene effettuato l’intervento della collezione Crespi.

Perché circa un anno fa propongo di viaggiare in Ecuador come parte delle mie consuete attività di divulgazione. Workshop, corsi di formazione, workshop che i miei lettori già conoscono. Vicino a Cuenca, per essere più precisi. Ci sono stato alcuni giorni e sebbene la bella e coloniale città mi abbia portato ricordi quasi adolescenziali (quando l’ho letto in L’oro degli dei , il controverso e iconico libro di Erich Von Däniken) non c’era tempo a disposizione. Solo un’attenta visita al Museo Pumapungo e continuare a viaggiare. Forse, un giorno, sarebbe tornato. E il “forse” mi ha sorpreso, perché non erano trascorsi dieci mesi quando, di nuovo, mi era stato chiesto lì. Ora per attività più lunghe e con “base operativa” a Cuenca. Trascorrevo diversi giorni, con la disponibilità di tempo per scoprire o, almeno, visitare i luoghi che Däniken, nella sua visita a Padre Crespi e le sue raccolte presumibilmente provenienti dalla Grotta stessa, sostenevano di avere. Ho consultato il mio caro amico José Luis Garcés, il mio organizzatore locale, la possibilità di visitare la chiesa di Maria Ausiliatrice – dove il sacerdote sviluppò il suo lavoro -, forse da qualche parte dove aveva lasciato qualche segno … E quando ho appreso in Ecuador, la notizia è stata vertiginosa.

Statua commemorativa dell’opera di padre Crespi di fronte alla sua parrocchia.

Bene, grazie agli sforzi di José Luis e Giovanni Pesantes, artista plastico locale e proprietario di una galleria d’arte, stavo aspettando un’intervista con le autorità museali già menzionate per discutere dell’argomento. All’inizio, la mia perplessità. Grazie per la gentilezza, ma quale interesse ci sarebbe nel parlare del “tema Crespi” nel museo? E la risposta mi ha scioccato: perché c’erano le raccolte del prete. Ci sono aspetti collaterali di questa storia che richiedono al lettore alcune conoscenze o letture di guida precedenti se si desidera misurare il contesto della situazione, un’introduzione che non posso fare qui ampiamente ma nulla che Google non risolve . Spero che chiunque sia interessato a questo argomento abbia letto il summenzionato libro Däniken (e non sia semplicemente guidato dal commento fatto da terzi al riguardo) e sia consapevole di alcune speculazioni installate come “verità comprovate” che lo circondano.

Copertina del libro di Däniken.

Se dovessimo, tuttavia, fare una breve sintesi, direi che: Däniken non è un personaggio rispettato in Ecuador, esiste un concetto generalizzato che ha esagerato e falsificato i dati sulla storia. In purezza, ciò di cui può essere accusato (e ha ammesso con riluttanza) è che non è mai stato nella Grotta di Los Tayos, uno stato che suggerisce ma che non dice rigorosamente. Allo stesso modo, gli accademici ecuadoriani sono infastiditi dalla presunzione di “extraterrestre” che Däniken dà all’origine del materiale che documenta ed espone in quel libro, e ad altri ricercatori di Los Tayos penso che non gli piaccia semplicemente che ha avuto un così grande impatto in tutto il mondo e non hanno . Presupposto che ovviamente non dovrebbe applicarsi nemmeno alla maggioranza. Ma ci sono, ci sono. Däniken è anche colui che suppone che le migliaia di strani pezzi di metallo incisi da Carlos Crespi provengano da lì. In parte, lo stesso padre lo ha ammesso in quel momento. Altrimenti, dice semplicemente che “gli indiani lo hanno portato molto”. Il “museo” di Crespi – un magazzino in realtà – subì un incendio nel 1962, che si dice abbia fatto sparire la maggior parte dei pezzi. Dei sopravvissuti, molti “presero la via del Vaticano”. Crespi continuò a raccogliere pezzi e presto avrebbe gonfiato in modo suggestivo il suo inventario. Ma prima di morire, la sua incapacità psicologica ha portato al suo ritiro in una casa di cura e i salesiani (l’Ordine a cui apparteneva) avrebbero preso l’inventario ma rapidamente e su ordini più elevati, anche gran parte del salvataggio era stato spedito. Alla Santa Sede, in parte venduta clandestinamente a collezionisti privati, in parte scartata come spazzatura. E così, le “raccolte di padre Crespi”, tra la pigrizia, il motivo del profitto e le cospirazioni di occultamento e silenzio, sarebbero scomparse. Se qualcosa di valore è rimasto perché,

E c ‘est fini . O no …

Museo Pumapungo

Non dimenticherò mai la mattina di mercoledì 20 febbraio 2019. Perché è stato il momento in cui sono tornato al Museo Pumapungo, lo stesso che aveva viaggiato poco meno di un anno fa ignorando ciò che tenevo nella sua stanza sul retro. E poi organizzerò questi “aggiornamenti” per evitare paragrafi noiosi e giudiziosi da parte del lettore, chiedendo solo di sapere che mi riserverò alcuni nomi: la mia cartella su Los Tayos è ora definitivamente aperta e devo tornare, ora sì e dopo la caverna presto. Quindi alcuni dei miei contatti e informatori sono i miei garanti di poter andare avanti purché conservino il loro anonimato.

La maggior parte è al sicuro

Le collezioni non sono mai state perse. È una bugia che siano stati distrutti nel fuoco o spediti in massa al Vaticano o venduti a collezionisti privati ​​(anche se è inevitabile pensare che forse alcuni abbiano avuto quel destino). Al contrario, un rapporto dello stesso Crespi ai suoi superiori, conservato nel Museo, afferma che “la maggior parte della cosa veramente importante è sicura” e che per ciò che è stato perso ha ipotizzato che “nei mesi o anni seguenti, il contributo degli indiani lo aumenterebbe di nuovo ».

La lega salesiana

Tuttavia, è vero che quando il Museo è chiamato a rilevare le collezioni, rimuovendole dal deposito in Maria Ausiliatrice. Nel mezzo dell’operazione di smistamento e imballaggio, apparvero membri superiori dell’Ordine che ordinarono al personale civile di ritirarsi, selezionarono alcuni pezzi e li portarono in una destinazione sconosciuta …

Antico edificio salesiano, dietro la chiesa. Lì visse padre Crespi e assegnò alcune stanze alle sue “collezioni”

E se qualcuno si chiede perché i dipendenti del Museo si sono sentiti in dovere di obbedire ai frati, non conoscono l’incidenza del clero a Cuenca. Ancora di più: non ha sentito parlare di qualcosa che faccio e di ciò che non fornirò qui maggiori dettagli, proprio perché lo sto indagando: “la Lega salesiana”, nulla a che fare con la Justice League e apparentemente, secondo alcune voci , impegnato in appropriazione indebita, negoziata e reati. Ma finora sono solo voci …

Un preconcetto

Carlos Crespi (nato nel 1897) sembra essere nell’immaginario collettivo come un prete grezzo e ingenuo, dominato dalla sua senilità e incapace di distinguere tra il reale e l’immaginario. È un processo assolutamente ingiusto nei confronti di un uomo che viene ricordato con affetto dai Cuencan. Un umanista fuso, un universalista, che aveva studiato regolarmente in arte, archeologia e cinematografia. Responsabile del primo documentario sull’etnia Shuar , già nel 1926. Partecipante a spedizioni archeologiche in Mesopotamia. Fondatore di due scuole, un ospedale e mentore di diverse organizzazioni umanistiche.

Chiesa di Maria Ausiliatrice, di padre Crespi. Crespi

Era un individuo brillante che – questo è importante sottolineare – solo nella sua tarda età perse la chiarezza intellettuale dei meridiani che lo caratterizzava da sempre. Ergo, non è stato facile ingannare; Non era un “ingenuo” che ha comprato qualcosa che gli ha portato i ladri indigeni. La realtà, scrisse lo stesso Crespi: «il povero, l’indiano, è una persona orgogliosa e dignitosa. Offrire loro un aiuto finanziario in cambio di nulla li fa sentire indeboliti. Pertanto, ha contribuito dando soldi “in cambio di”. In cambio di artigianato, artigianato … e pezzi archeologici (riferito da Diego Matute, assegnato curatore della “collezione Crespi” dal Museo Pumapungo).

A sinistra: elmo “contemporaneo”, forse occupato in una rappresentazione biblica. A destra: copricapo in bronzo, molto antico .

E nel suo magazzino / museo (questo è stato visto con i suoi curatori) la stragrande maggioranza del materiale è stata chiaramente classificata. L’archeologico da un lato, l’origine incerta, dall’altro. E le chicche, al terzo posto. Ricoperti di polvere, rimasero così per anni. E solo ciò che era stato raccolto nei suoi ultimi giorni occupava gli scaffali in modo disordinato e caotico, un riflesso fedele del suo stato mentale in quel momento. Ciò conferma chiaramente la convinzione che Crespi sapesse perfettamente ciò che aveva valore scientifico e ciò che accumulava solo per non offendere i bisognosi che gli si avvicinavano in cambio di alcune monete.

Mestieri decorativi

Il museo mi ha permesso di recensire e fotografare solo una parte molto piccola della collezione. Come si vede nelle immagini, è un esempio di quanto sopra. Abbiamo ad esempio pezzi indubbiamente storici e uno pseudo-elmo di legionario romano di stagno e rame usato in alcune rappresentazioni bibliche locali.

Uno dei grandi pezzi (questo, un metro trenta per due metri settanta) in ottone, presumibilmente “recente” e decorativo.

Cuenca ha due quartieri di lattonieri e fabbri e decenni fa era una delle sue tradizioni cesellate in enormi fogli di ottone allegorie figurative, immagini astratte con soffitti e pareti, una “moda decorativa” di gusto dubbio se la guardiamo dalla prospettiva contemporanea. I grandi “ferri” di Crespi sono: artigianato decorativo. Ma il prete lo sapeva perfettamente.

Pezzi molto vecchi

Poiché è facilmente riconoscibile e sapevo anche perfettamente che un buon numero di pezzi era decisamente vecchio. E non solo quelli scolpiti nell’osso o nel legno: da pettorali, anelli al naso, bracciali e collane ad altri piatti, più piccoli, già quasi incomprensibili, con evidenti tracce di essere rimasti in luoghi bui e umidi per secoli, come mostrano le fotografie. E non solo quelli di gruppi etnici come gli Shuar , i Canaris e gli Tsáchila . Anche quelli “impossibili”, con immagini della Mesopotamia asiatica che conosceva così bene.

Pezzo della collezione Crespi con motivo “Anunnaki”.

Proprio a causa di questa conoscenza precedente e sul campo è che i teorici stranieri hanno accusato Crespi di aver falsificato i suddetti pezzi antichi, poiché era una “coincidenza” che, appunto, avrebbe trovato nel paese sudamericano materiale con echi così lontani latitudini. Un’accusa basata su ciò che è solo speculazione (poiché non ci sono prove che hanno commissionato falsificazioni) è solo irrispettosa. E perché, dopo tutto, potrebbe esserci uno strano filo in questo fatto. Ma non andiamo avanti.

Una storia non raccontata

I ricercatori del museo seguono da anni le orme degli ipotetici “contraffattori”. Ed hanno espresso la loro stranezza: finora non sono stati trovati.

Piatti di bronzo stimati secoli fa.

Piatti di bronzo stimati secoli fa. Sebbene siano stati pochi e già deceduti, nel tessuto sociale di Cuenca c’è sempre qualcuno parente o che conosce un amico del nipote il cui nonno avrebbe potuto fare quelle cose. Ma no; Nessuno appare. E qui ripeto testualmente quello che uno di loro mi ha detto: «Ecco una storia non ufficialmente raccontata».

27.000 reperti

Ora dirò ciò che è stato più scioccante per me. Ho solo la testimonianza di José Luis e Giovanni, che mi hanno accompagnato, anche se c’erano testimoni che non posso nominare. Fu quando mi portarono a vedere l’intera collezione di Padre Crespi. C’è tutto. Ventisette mila pezzi, mi dissero. Non gliel’ho detto, ma non ne dubiterei: quattro enormi stanze in un edificio attiguo dove strati di lastre di ottone ma anche rame e bronzo molto antico sono confusi nel miscuglio, centinaia di articoli in legno, osso, pietra …

Un altro dei vecchi piatti recuperati.

Un altro dei vecchi piatti recuperati. Mi hanno negato la possibilità di fotografare e di dare i loro nomi. Questo materiale fa ancora parte del processo di intervento (una grande tela bianca in cui i pezzi catalogati erano occupati ordinatamente, ho stimato, nemmeno il 2 o 3 percento del materiale totale). Alcuni penseranno che lo sto inventando. In realtà, si sarebbe preso cura di me. Ero lì e l’ho visto. È un dato di fatto: le collezioni di padre Crespi sono al sicuro. L’intera curatela è nelle mani del Museo.

Un Ala del museo per Crespi

E poi mi hanno dato splendide notizie: nel 2022 inaugureranno un “megamuseo” ampliando le già comode e interessanti strutture della stessa a tre edifici annessi.

Un altro degli oggetti nella collezione.

In quel museo nuovo e rinnovato, ci sarà un’ala, apparentemente quasi un intero edificio, destinato esclusivamente a esporre la “collezione Crespi”. Museologi, storici e archeologi comprendono che anche i pezzi “recenti” sono un “fatto culturale”, un’espressione artistica locale che merita di essere salvata per mettere la vita del salesiano nel contesto e nella prospettiva. Tutto ciò è consustanziale con il fatto che delle supposte “cospirazioni del silenzio” attorno ai pezzi di Crespi ci sono state molte più fantasie che realtà.

Rivendicazione Däniken

È l’occasione per rivendicare Däniken. Avendo camminato per le strade in cui Crespi ha condiviso i suoi sforzi con i bambini e le loro famiglie, dobbiamo la conoscenza mondiale di questo personaggio agli svizzeri che, se non fosse stato così, sarebbero stati costretti a essere un eroe semplicemente locale. Ed è anche vero che – a parte il bluff della sua visita alla Grotta – ciò che ha scritto sull’italiano era assolutamente vero.

La connessione nazista

A scopo informativo, tuttavia, devo condividere – senza la possibilità per ora di dargli più sostentamento anche se sono in procinto di ratificarlo o rettificarlo – una sorta di voce che corre anche a Cuenca su Crespi: che non era né italiano né sacerdote, ma tedesco , un membro del partito nazionalsocialista e inviato sotto copertura dai nazisti (forse gli Anenherbe?) per prendere il controllo delle informazioni archiviate sin dall’antichità a Los Tayos. (n.d.r. ahahahahahahaha!!!)

Con Diego Matute, curatore responsabile

Sembra fantascienza, e l’avrei lasciato da parte, se un’altra voce non mi avesse risuonato, che avevo già letto dall’Argentina: che Janos Moricz stesso non era un povero fuggitivo ungherese e rifugiato dalla seconda guerra mondiale. È stato installato, senza ulteriori prove, che The Hour 25 , il romanzo del rumeno Constantin Virgil Gheorghiu che parla delle sofferenze di un Iohann Moritz (non è necessario evidenziare la somiglianza con “Ianos Moricz”), prigioniero dei nazisti fino a quando la sua tipica stampa ariana è letteralmente “riprogrammata” dalle SS. Un’altra coincidenza: Moricz (il “nostro” Moricz) era anche un tipico ariano, biondo e appuntito alto un metro e novanta.

Pezzi di legno, ceramica e ossa fanno anche parte della collezione.

Un altro dettaglio sorprendente: dietro il romanticismo sofferente di quel romanzo (portato al cinema e interpretato da Anthony Quinn), Gheorghiu nascose anche il suo passato nazista: nel 1941, tra le altre opere, scrisse un panegirico contro gli ebrei e esaltando i nazisti : Ard malurile Nistrului . Ci sono cose che attirano fortemente l’attenzione di Moricz, secondo la sua storia “ufficiale”, arriva in Argentina senza sapere come parlare spagnolo e senza un soldo. Lavora per diversi anni mentre consuma la sua sete di conoscenza presso la Biblioteca Nazionale di Buenos Aires ed è lì che fa alcune scoperte che lo portano a intraprendere il viaggio in Ecuador dove, impiegato in attività minerarie, ha il suo primo incontro con lo Shuar , prima che il che e nell’impossibilità di farsi capire – in inglese e nel mediocre spagnolo di cui parlava – viene fuori con la sua lingua madre e, oh sorpresa, è compreso dagli indigeni che, stupiti che questo strano uomo, con una pelle così bianca, gli occhi Celeste, bionda e così alta da far vibrare il suo dialetto millenario.

Pezzo di legno intagliato in un unico blocco di 2,50 metri di altezza.

Lo stesso Moricz afferma che questo era il motivo per cui lo Shuar lo considerava un “inviato degli dei” e gli rivelava e consentiva solo (e pochi impiegati) l’accesso alle vene minerali di smeraldi e rubini con cui Moricz Ha accumulato una grande fortuna. Ma questa storia nasconde i fatti. Pochi mesi dopo l’arrivo a Buenos Aires (mesi, non anni), Moricz appare di fronte e organizza marce anticomuniste nella capitale argentina. Il fatto che un ungherese di recente emigrazione e presumibilmente senza conoscenza della lingua spagnola possa avere il tempo, i mezzi e i collegamenti per dirigere e organizzare queste attività politiche è, almeno, molto suggestivo e diffida della sua “biografia ufficiale”.

Applicazioni metalliche in pezzi di legno.

Per dirla chiaramente: questa linea teorica sospetta che l’ungherese fosse davvero un ufficiale delle SS, un membro di spicco del Partito o un criminale di guerra che ha approfittato della “rotta dei topi” per rifugiarsi in un paese così comodo per i nazisti fuggiti in quel Come è andata l’Argentina? In tal caso, la confluenza di Moricz e Crespi nella stessa regione del mondo acquisisce un altro aspetto. Più verità che bugie Alcuni lettori mi chiederanno qui delle conclusioni. Non li ho Questa nota aveva solo il modesto scopo di condividere, precisamente, alcuni aggiornamenti. Rompere con alcuni miti e, come spesso accade in questi racconti, ogni nuovo fatto scoperto, ogni certezza dimostrata – come qui, “l’apparenza” delle collezioni Crespi – apre il campo di innumerevoli nuove domande (come la vera filiazione salesiana appena sollevata ) … Ma se mi affretto con una conclusione provvisoria, lo dirò: nella saga Grotta di Los Tayos-Padre Crespi si è rivelato essere più verità che bugie.

Di Gustavo Fernández.

Artículo publicado en MysteryPlanet.com.ar: Actualización sobre la Cueva de Los Tayos y las colecciones del Padre Crespi https://mysteryplanet.com.ar/site/actualizacion-sobre-la-cueva-de-los-tayos-y-las-colecciones-del-padre-crespi/

Le seguenti immagini tratte dal link : https://www.eltiempo.com.ec/noticias/cultura/7/coleccion-crespi-reserva-patrimonio

Conclusioni

E’ un evento meraviglioso e che ridona una speranza per il genere umano di conoscere la sua parte della sua storia mai raccontata.

Per quanto riguarda la tesi che Padre Crespi non fosse italiano e ne sacerdote come scritto in “La connessione nazista”, è semplicemente una tesi senza nessun fondamento e facilmente dimostrabile dai seguenti documenti del professore dottore Carlo Crespi.

Certificato di Battesimo di don Carlo custodito nell’archivio storico della Parrocchia di San Magno

Lettera di referenze del Rettore dell’Università degli studi di Padova

Per maggiori informazioni si può visitare il seguente sito ufficiale, dedicato a Padre Carlo Crespi Croci :

Link sito ufficiale : http://carlocrespi.org/indice/

Collezione Padre Carlo Crespi Croci

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Apr 222015
 

Città animalesche

 Archeologia, Materia  Commenti disabilitati su Città animalesche
Nov 192014
 

E’ possibile navigare nei collegamenti citati dell’articolo cliccando sul testo attivo in evidenza.

Tenendo presente i precedenti articoli presenti sul sito quali :

“Tutta un’altra Storia” link : https://www.fortunadrago.it/?page_id=2771

“Civiltà Antidiluviane” link : https://www.fortunadrago.it/?page_id=1619

Dovunque nel mondo ci sono testimonianze di un’antica civiltà che costruiva le proprie città plasmando la materia (di qualunque tipo) a proprio piacimento edificando le sue opere in mura poligonali (di 3a e 4a maniera)

Mura poligonali nel mondo

Mura poligonali nel mondo

Mura poligonali in Giappone

Mura poligonali in Giappone

(fare riferimento all’articolo : “I Maestri della Materia“) composte da blocchi unici di pietra anche di grandi dimensioni tagliati in modo perfetto (anche se di durissima Diorite scala di durezza Mohs = 7 su 10) , aderenti perfettamente gli uni agli altri , posti in opera apparentemente senza alcuna difficoltà (fare riferimento all’articolo : “Levitated Mass“) tale da non richiedere l’uso di malte ne cementanti  ed ispirandosi alla creazione e in special modo agli animali viventi sul pianeta Terra.

Queste città potevano essere circondate da cinte di mura esterne di difesa , ma l’acropoli al suo centro era ispirata alla forma di un animale.

L’autore ritiene che non sia un caso che fossero edificate proprio in quei luoghi piuttosto che in altri , infatti spesso siamo in presenza di un esteso zoccolo di roccia dove nella sua parte più pronunciata (la punta e quindi funzione di Menhir per il potere delle punte) viene edificato un tempio  pagano , poi saranno i greci , romani ed infine i cristiani moderni ad abbattere le rimanenti rovine per edificare un’ulteriore luogo religioso.

In questo tempio pagano con buona probabilità doveva essere presente (e puntualmente rimossa dai successori descritti prima per ricavarne uniche fontane pubbliche) una vasca di grandi dimensioni la cui caratteristica è di essere stata cavata da un’unico blocco monolitico di pietra (un lavoro difficile da eseguire anche ai tempi nostri) un esempio è la fontana dei Dioscuri a Roma.

Fontana dei Dioscuri - Roma

Fontana dei Dioscuri – Roma

Nel caso del Perù abbiamo la città di Cuzco (il puma)

Cuzco - Puma

Cuzco – Puma

Dove la testa è formata dal sito archeologico di Sacsayhuamán con le sue mura poligonali colossali su più livelli.

Cuzco il Puma

Cuzco il Puma

Queste città animalesche sono presenti anche in Italia e si ispirano ad un altro tipo di animale :

Capodoglio (Physeter macrocephalus

Capodoglio (Physeter macrocephalus)

Il caso più significativo e meglio conservato dal tempo è la città di Alatri (FR) – Lazio

Acropoli di Alatri

Acropoli di Alatri

Le principali caratteristiche solo :

L’entrata principale è posta nella prossimità della bocca

In prossimità del capo , all’altezza dello sfiatatoio , viene edificato l’originario tempio pagano.

Il segno di Orione sulla cerchia esterna delle mura di Alatri (Porta Bellona)

Orione - Alatri (FR) - Porta Bellona

Orione – Alatri (FR) – Porta Bellona

Seguono dei video sulla città di Alatri

Un video sulla teoria dell’aquila di Alatri

A seguire è il sito archeologico di Paestum (SA) – Campania

Area di Paestum

Area di Paestum

La vasca cavata da un’unico blocco monolitico in granito egizio è stata trasportata originariamente dal sito di Paestum al centro del quadriportico normanno della cattedrale di San Matteo a Salerno ,  poi per volere di Ferdinando IV di Borbone nel 1820, fu portata a Napoli nella villa comunale dov’è tuttora soprannominata popolarmente “la fontana delle Paparelle“.

Fontana delle paparelle

Fontana delle paparelle a Napoli

Abbiamo in oltre il sito di San Severa (Roma) – Lazio

San Severa - Roma

San Severa – Roma

In verde sono i tratti del perimetro di mura poligonali ancora esistenti o parzialmente esistenti , in rosso i tratti completamente mancanti.

Un video su San Severa :

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Com’è possibile , tagliare enormi blocchi di pietra e trasportarli anche per grandi distanze , dopodiché metterli in opera con precisione millimetrica ? (fare anche riferimento all’articolo “Levitated Mass”)

Cuzco scherzo capezzolo

Come quelli del Tempio di Baalbek o i blocchi finemente tagliati in durissima Diorite come quelli presenti nel sito di Puma Punku.

Oppure realizzare simili installazioni , integrate nella roccia :

Machupicchu

 

Tambomachay

Ma gli antichi maestri della materia , non si sono limitati a fabbricare opere che fanno impazzire gli odierni ingegneri, essi erano anche in grado di creare vasi d’una fattura squisita , da un singolo blocco di pietra come il basalto o il granito. (nulla a che vedere con le attuali grossolane riproduzioni)

Coppa in Gneiss

Nel caso della Coppa in Gneiss (Granito) , attualmente nessuno al mondo è in grado di fabbricare una coppa simile , realizzata da un unico blocco di pietra , di una fattura finissima , la materia è stata ripiegata su se stessa in modo da formare gli orli per bere.
Ed esistono anche altri casi quali :

Vasi ritrovati a Saqqara

Vasi ritrovati a Saqqara

Sono tutti vasi ricavati da unici blocchi di pietra , pezzi irripetibili!

Vaso in Basalto

Vaso in Basalto e notizie del suo ritrovamento :

http://antiquities.bibalex.org/Collection/Detail.aspx?lang=en&a=666

Vaso in Porfido

Vaso in Porfido e notizie sul suo ritrovamento :

http://antiquities.bibalex.org/Collection/Detail.aspx?lang=en&a=665

 

Vaso in Marmo (Saqqara)

Il segreto è nella natura della materia stessa , che come avevano capito gli antichi , gravità e materia sono simili , cioè fatti della stessa essenza.

Non a caso esiste questa raffigurazione dell’inca che usa il sole

Inca che usa il sole

Solo modellando la materia è possibile ottenere risultati simili :

Killarumiyoc – l’orologio lunare

 

Tutti questi lavori sono stati possibili grazie alla conoscenza della reale natura della materia , solo così è possibile modellarla e non scolpirla , o dissolverla senza tagliarla (Fare riferimento all’articolo : “Energia Liquida”).

 

Fori inspiegabili nell’antico Egitto

Tratto da : http://www.bibliotecapleyades.net/egipto/esp_egipto16.htm

Nel 1883, William Matthew Flinders Petrie (1835-1942) presentò all’Istituto Antropologico di Londra, uno studio sui fori effettuato su blocchi di roccia molto dura come il granito e il diorite.
Tra i vari dati tecnici riportati da Petrie, si poteva osservare quello di un foro realizzato su un blocco di granito dal diametro di 5,6 cm. E all’interno un solco a spirale con cinque giri con una differenza tra di loro di 2,3 millimetri, il che significa quasi un metro di profondità con un solo giro di perforazione.
Anche nel caso dei blocchi della Grande Piramide, le cifre erano sconcertanti in quanto si vedeva che in ogni giro il trapano entrava nella roccia di granito rosso per 2,5 millimetri; un dato inspiegabile se consideriamo che con la nostra moderna tecnologia i trapani di diamante sintetico perforano 0m05 millimetri alla volta esattamente cinque volte meno di quelli primitivi e rudimentali trapani egizi.
Negli altri fori studiati dal diametro di 11,43 cm. E realizzati su un durissimo blocco di diorite si poteva osservare il solco a spirale che raggiungeva le 17 volte, cioè nientemeno che 6 metri con un solo giro.
Tra la sorpresa e l’incredulità continuarono ad apparire nuovi dati di fori di ogni tipo di diametro, dai 70 cm. Fino a quelli minuscoli da 1 cm. Ma non meno effettivi dei primi al momento della penetrazione nella dura roccia.
I nostri materiali per la foratura più moderni della durezza massima secondo la scala di Mohs, raggiungono il livello 11 su 10, che è quella del diamante, una pietra che gli Egiziani non conoscevano. Questi materiali di livello 11 come il diamante nero, sono molto lontani dall’ottenere i risultati raggiunti dagli antichi strumenti egizi.
Secondo la scala di Mohs, che stabilisce un livello da 1 a 10 per la durezza dei materiali, a Benjamín Baker (Ingegnere specializzato in strumentazione industriale e petrografia), dopo aver applicato una semplice regola di tre, non rimase altro che viste le irrefutabili prove ed evidenze che ancora oggi rimangono tali e quali, assicurare che il materiale impiegato per le trapanature degli antichi Egizi avrebbero dovuto avere perlomeno una durezza di livello 500.
Un autentico controsenso se teniamo presente il livello 11 che è il massimo raggiunto dalla tecnologia del XX secolo a partire dagli elementi sintetici e un livello 101 che è anche il massimo che troviamo in natura.
Tra le conclusioni finali che troviamo nel resoconto Baker risalta quella che segue:
“…L’unica differenza nel funzionamento del trapano antico e quello moderno è una enorme pressione sui trapani che le nostre moderne frese d’acciaio e diamante non possono resistere.
La pressione massima che un moderno trapano può sopportare è di un 50 chili, però gli strumenti egiziani ne sopportavano almeno 2.000…”

Riassumendo gli attrezzi impossibili utilizzati per la perforazione di durezza Mohs = 500 (su una scala da 1 a 10) e sottoposti ad una pressione di 2.000 chili!

Link allo studio presentato da W.M. Flinders Petrie nel 1883 : https://www.scribd.com/document/332208395/On-the-Mechanical-Methods-of-the-Ancient-Egyptians-W-M-Flinders-Petrie

La Stele di re Nectanebo I

Presso il British Museum (Londra), sala N° 4 link al video : https://www.youtube.com/edit?video_id=Y-Ff5u1ngus

I Vasi di Pietra

Anche consultabili all’articolo dedicato : https://www.fortunadrago.it/5554/vasi-roccia-pietra/

Museo Nazionale di Antropologia e Storia di Città del Messico - Vaso Toltec

Museo Nazionale di Antropologia e Storia di Città del Messico – Vaso Toltec

Al Museo Nazionale di Antropologia e Storia di Città del Messico questo “Vaso Toltec” parzialmente lavorato, mostra come asportassero facilmente e con precisione la materia (in piccole quantità) dall’interno della pietra di cui è formato il vaso di alabastro senza danneggiarlo.

Vaso Toltec

Vaso Toltec

Vaso Toltec

Vaso Toltec

 

Come i maestri della materia abbiano potuto realizzare i vasi di pietra nell’antico regno d’Egitto è un mistero che risiede nell’essenza stessa della Materia :
Link al video : https://ok.ru/video/223740168830

Galleria di vasellame realizzato da singoli blocchi di pietra, pezzi unici, inesplicabili, impossibili da realizzare anche con le tecniche odierne per forma e geometria (sono state inserite anche la Ciotola d’Agata, La Coppa dei Tolomei, La Coppa di Licurgo, e la Tazza Farenese (poiché considerati pezzi unici ed irripetibili).

British Museum Hall N°4