Ago 222019
 

Tratto dal link origine : http://www.terradegliuomini.com/confronto-mura-poligonali-italia-grecia.html

Riassunto

Esaminando le mura difensive poligonali di Cosa, Alatri, Segni, Cori, Alba Fucens e Circei, si è osservato che le lunghezze dei lati dei poligoni sono multiple di un valore comune, pari a 1,536 cm, mentre le ampiezze degli angoli sono multiple di 1,5°. Stessi valori sono stati riscontrati ad Atene e, nel Mare Egeo, sull’isola di Milo. Da altre osservazioni a Pyrgi ed Orbetello sono emerse due date entro le quali questa tecnica costruttiva veniva applicata.

Introduzione

Quando si parla di mura poligonali si usa un’espressione contratta per indicare che nella faccia a vista i blocchi di pietra impiegati hanno contorni costituiti da un numero di lati che può variare da tre a più di dieci e con angoli che possono essere anche concavi.

Le mura di difesa di molte città presenti soprattutto nell’Italia centrale che hanno queste caratteristiche sono chiamate anche “ciclopiche”, ad indicare le dimensioni particolari dei loro elementi, che sono spesso superiori a 1 m. Il termine, indebitamente attinto da miti e leggende, dovrebbe essere sostituito da “megalitiche”. Questo particolare aspetto avrà grande importanza nel resto dell’esposizione.

Altro nome usato di frequente è quello di “mura pelasgiche”, ma vi è attualmente una tendenza a metterlo sullo stesso piano di “mura ciclopiche”, in quanto l’espressione sarebbe giustificata da dati troppo scarsi e nebulosi presentati dalla letteratura antica.

Giuseppe Lugli (1946) scriveva a questo proposito: “Ė dimostrato ormai che i Pelasgi non hanno nulla a che vedere con le grandi fortificazioni poligonali e che esse non sono così antiche come si credeva un tempo. Il raffronto con le mura di Tirinto e Micene è puramente tecnico e non presenta alcun legame storico ed etnico; le mura più rozze risalgono sul nostro territorio al VI secolo, mentre quelle più accuratamente tagliate si possono datare alla metà e fine del IV.” Questi tempi sono ovviamente da intendersi a.C..

Su questo argomento ritorneremo più avanti.

Bisogna precisare che non tutte le mura megalitiche sono poligonali, mentre non tutte le mura poligonali sono megalitiche. Giuseppe Lugli, che ha compiuto un lavoro sistematico su questo tipo di costruzioni, ha tenuto ben presente la prima parte della frase precedente, ma non la seconda. Egli (1967) ha distinto in cinque classi le tecniche costruttive delle mura antiche del Lazio: opus siliceum, quadratum, caementicium, incertum e reticulatum. Nell’ambito dell’opus siliceum, che identifica con l’opera poligonale in senso lato, riconosce quattro maniere, che ritengo utile esporre, con una descrizione e con esempi miei.

Nella prima maniera i blocchi sono accatastati così come vengono dalla cava, quindi sono grezzi. Possiamo vederne degli esempi ad Atina e al centro di Amelia.

Nella seconda maniera i blocchi sono stati sgrossati in modo da ridurre al massimo gli spazi lasciati vuoti tra una pietra e l’altra, i quali sono inzeppati con pezzatura minore, sagomata per l’occorrenza. La faccia a vista viene resa il più possibile piana, compatibilmente con i mezzi a disposizione, che sono di natura litica. Se ne vedono begli esempi a Roselle e Norba.

Nella terza maniera la sgrossatura sulla faccia esterna diventa più raffinata fino a raggiungere una superficie piana, uniforme per tutto il muro. Inoltre le parti a contatto con gli altri blocchi vengono spianate con opportuni orientamenti in modo che i giunti siano quasi perfettamente chiusi. Lugli precisa che i blocchi erano probabilmente lavorati sul posto “ riportando con una squadra su di essi l’angolo corrispondente di quelli coi quali doveva riconnettersi” e che i piani di posa erano tagliati a scalpello.

Esempi di questa maniera, che è la sola che a rigore merita il titolo di “poligonale”, sono a Cosa, Orbetello, Pyrgi, Alatri, Alba Fucens, Norba e molti altri siti in Italia e all’estero.

Nella quarta maniera vi è una “imitazione dell’opera quadrata, della quale non si raggiunge l’esattezza per risparmio di lavoro. I blocchi sono allettati con lunghi piani di posa che seguono una linea sinuosa e ogni tanto si spezzano per la differente altezza dei filari, sono tagliati secondo quattro lati non paralleli e le giunture verticali sono quasi sempre oblique in sensi inversi”.

Nell’ambito dell’opera quadrata egli distingue tre maniere: etrusca, greca e romana a seconda che i filari siano “senza una costante unità di misura”, perfettamente orizzontali ma di altezza diversa e con una alternanza di una pietra disposta nella faccia a vista con il taglio verticale e di alcune pietre (ad esempio tre) con il taglio orizzontale, oppure alternati di testa e di taglio.

Precisa che non esiste differenza di età fra l’opera poligonale e l’opera quadrata ma solo differenza di tecnica.

Se l’ordine in cui le quattro maniere sono state presentate costituisca, al contrario, anche un ordine cronologico si è molto dibattuto. Rimandiamo a più tardi una discussione sull’argomento, quando affronteremo il problema dell’età di alcuni casi. Per il momento ci addentriamo nella questione della tecnica costruttiva.

Come già detto, secondo Lugli, per l’opera poligonale il risultato del perfetto combaciamento delle facce veniva ottenuto riportando con una squadra l’apertura degli angoli. C’è stata anche un’ipotesi più fantasiosa, ma molto poco pratica, secondo la quale gli angoli di sagomatura venivano determinati ricorrendo a calchi di piombo.

Nuove osservazioni sulle mura poligonali

Se osserviamo attentamente l’incastro delle pietre poligonali, dobbiamo notare che non è sufficiente, come suggerisce il Lugli, determinare l’apertura degli angoli, ma occorre determinare in alcuni casi anche l’ampiezza dei lati. Considerando poi la precisione dei giunti, è stata da me formulata un’altra ipotesi, e cioè che il valore di un angolo o di un lato venisse stabilito non con un riporto ma, più razionalmente, con una misura.

Se l’ipotesi fosse esatta, sarebbe possibile osservare anche quale unità di misura fosse stata adottata e confrontarla con il digitus romano, di 1,85 cm, o con l’analoga unità etrusca. Per quest’ultima il valore, di 1,68 cm, è stato determinato effettuando alcune misure su blocchi squadrati utilizzati per le tombe a dado del VI secolo a.C. della necropoli di Cerveteri in località La Banditaccia e per un tumulo, anch’esso del VI secolo a.C., della necropoli del secondo Melone del Sodo presso Cortona.

Figura 1 – Particolare del muro poligonale di Monte Circeo in località Crocette.

Un controllo di questo genere, effettuato dapprima a Cosa e poi ad Alatri, Cori, Segni ed Alba Fucens, e Circei, non poteva trascurare di considerare l’ordine temporale con cui le pietre sono state collocate. Infatti, se consideriamo ad esempio i tre angoli al centro della Figura 1, possiamo contare con certezza solo su quello appartenente alla pietra di forma triangolare in quanto che esso sicuramente è stato modellato fuori opera, mentre è molto probabile che gli altri due siano stati creati quando le pietre erano già state collocate nella loro attuale posizione; in tal caso non era importante stabilire tanto l’apertura di questi quanto l’apertura di quello rimanente.

Figura 2 – Cori. La pietra al centro ha la conformazione ideale per verificare l’ipotesi che lo spazio che doveva occupare era stato preventivamente misurato per riprodurne la lunghezza della base e l’ampiezza degli angoli. Si possono notare sulle facce dei vari elementi segni lasciati dai colpi di uno scalpello.

Analogamente, per misurare lati modellati fuori opera, occorreva essere certi che la pietra relativa fosse stata messa in opera dopo le pietre ospitanti, e la situazione esemplare è quella di una forma a trapezio rovesciato, con la base minore in basso, poiché il loro alloggiamento doveva essere preparato in un modo più accurato per assicurare il perfetto incastro, come è il caso della Figura 2. Qui, oltre ai due angoli in basso, certamente chi ha eretto il muro ha misurato anche la base minore, mentre per quella maggiore, quasi sicuramente sagomata successivamente alla collocazione della pietra, non vi è la certezza richiesta.

Le misure di lati in situazioni simili a quella della Figura 2 hanno fornito valori che sono risultati multipli di 1,536 cm (Mortari, 2012). Ad esempio, la base della pietra al centro di questa figura misura 115,2 cm. Questo valore non è un multiplo esatto né di 1,85 cm (115,2 : 1,85 = 62,3) né di 1,68 cm (115,2 : 1,68 = 68,6), mentre è multiplo esatto di 1,536 cm (115,2 : 1,536 = 75,0).

L’unità di misura trovata dunque non è risultata né romana né etrusca.

Per la misura degli angoli, per cui è richiesta una maggiore accuratezza, si è optato per l’utilizzo di immagini fotografiche, riprodotte e opportunamente ingrandite al computer, avendo cura di riprendere l’immagine con la minore parallasse possibile. L’effetto risultante era sufficiente per apprezzare bene anche il mezzo grado. Sono stati fotografati particolari delle mura di Cosa, Alatri, Alba Fucens e Circei. Nella Figura 2 è possibile verificare che i due angoli della pietra al centro sono di 93 e 105°, mentre ancora di 93° è l’angolo del blocco in alto a sinistra.

La maggior parte delle misure ha dato valori multipli di 3°, ma in diversi casi si sono trovati valori multipli di 1,5° (Mortari, 2012); ad esempio, l’angolo al centro della Figura 1 è di 82,5°. Il risultato è sorprendente non solo perché conferma che si tratta di opere preromane, ma anche perché testimonia l’uso di un sistema sessagesimale diverso da quello che conosciamo, dividendo l’angolo retto in 30 oppure, più probabilmente, in 60 parti.

Figura 3 – Atene. Elemento esagonale di un muro poligonale di contenimento.

Il passo successivo di questa ricerca è stato di andare a verificare se nell’altra parte del bacino mediterraneo in cui si concentrano mura poligonali, cioè la Grecia, l’identità della tecnica costruttiva si estende fino all’uso delle stesse unità di misura riscontrate nel Lazio, nell’Abruzzo e nella Toscana.

La prima località in cui sono state studiate queste opere poligonali è ad Atene, ai piedi del lato meridionale dell’Acropoli. Qui, lungo il peripatos che congiunge i due teatri di Erode Attico e di Dioniso, vi è un muro, il cui tratto meglio conservato, di circa 25 m di lunghezza e di altezza tra 1,5 e 2 m, serviva di sostegno per la formazione di un ampio terrazzo, sul quale è sorta poi la Stoà Ionica. Tre pietre sono state prese in considerazione per le condizioni favorevoli alle misure, con lati ben definiti. La prima, di forma esagonale, è mostrata nella Figura 3.

Sono stati misurati i tre lati della parte inferiore e i quattro angoli che li interessano. Partendo da sinistra i lati hanno fornito le seguenti misure: 41,5 16,2 e 40,0 cm, che, divise per 1,536, danno 41,5 : 1,536 = 27,0; 16,2 : 1,536 = 10,5; 40,0 : 1,536 = 26,0. Se dividiamo gli stessi valori per la misura del dactylos greco, di 1,93 cm, abbiamo 41,5 : 1,93 = 21,5; 16,2 : 1,93 = 8,4; 40,0 : 1,93 = 20,7. Questi risultati indicano dunque che qui veniva utilizzata la stessa unità di misura dell’Italia centrale e la metà di essa.

Per le misure dei quattro angoli, sono risultati, sempre procedendo da sinistra, i valori di 112,5 157,5 150 e 121,5°. Sono tutti multipli di 1,5°, come si era riscontrato in Italia.

Figura 4 – Atene. Particolare del muro poligonale.
Figura 5 – Atene. Pietra a contorno quadrangolare.

Della seconda pietra, illustrata nella Figura 4, è stata determinata la lunghezza del lato inferiore più lungo, che è di 99,0 cm, molto prossimo a 1,536 x 64,5 = 99,072 cm. L’angolo formato con il lato inclinato è di 141°. La terza pietra ha una forma intermedia tra un trapezio rovesciato e un triangolo (v. Figura 5). Il lato inferiore è lungo 71,4 cm, corrispondente a 1,536 x 46,5 = 71,424, mentre i due angoli che sono formati con i due lati adiacenti sono risultati di 151,5 e 61,5°, anch’essi multipli di 1,5°.

La seconda località greca è l’isola di Milos, molto nota agli archeologi per essere stata una sede importante della cosiddetta Civiltà Cicladica. La cittadella di Phylacopì, sulla parte settentrionale dell’isola, si è qui sviluppata in tre periodi appartenenti all’Età del bronzo, il primo dei quali è datato tra il 2300 e il 2000 a.C., ma le mura difensive che si trovano non sono così elaborate come le mura che stiamo per trattare.

Il sito che interessa si trova circa 500 m a NNE del villaggio di Klima, all’imboccatura dell’ampio golfo che caratterizza quest’isola. Klima aveva un porto, e il muro proteggeva la relativa acropoli. I Romani hanno potenziato le strutture portuali e hanno completato la cinta difensiva aggiungendo, tra l’altro, un bastione a pianta circolare in prossimità della sua porta principale di accesso.

Figura 6 – Isola di Milos. Tratto di muro poligonale che si estende ad est del teatro romano.

Del muro poligonale originale, costruito con locali pietre di natura vulcanica, restano due tratti, separati da alcune decine di metri. Il tratto maggiore è lungo circa 200 m e si estende lungo un sentiero che dal teatro romano conduce, più a est, all’ingresso delle catacombe paleocristiane (Figura 6); un secondo tratto è limitato a una decina di metri e si trova presso la nicchia dove fu ritrovata la statua di Afrodite che ora è al Louvre.

Figura 7 – Milos. Tratto di muro difensivo in opera lesbia, caratterizzato dall’abbondanza di superfici curve lungo i contatti orizzontali.

Presso il bastione vi è un terzo tratto preromano, lungo una decina di metri, ma la tecnica seguita è quella della cosiddetta “opera lesbia”, che appare come una derivazione dell’opera poligonale, con maggior abbondanza di giunti curvi (Figura 7).

Scranton (1941) la tiene giustamente distinta dall’opera poligonale. Un esempio di opera lesbia è la parte più recente della sostruzione del tempio di Apollo a Delfi. Questo terzo tratto preromano è formato da elementi di dimensioni minori e più uniformi rispetto ai primi due tratti, quasi tutti con lati di circa 40 cm e con la faccia a vista bugnata; solo nella parte inferiore del muro gli elementi sono simili a quelli del muro poligonale vero e proprio, e ciò fa pensare che il tratto in questione sia stato rifatto utilizzando parte di ciò che rimaneva di un muro poligonale. Nella parte superiore, mentre i giunti verticali sono quasi sempre dritti, quelli orizzontali sono per lo più curvi. Il contatto lungo i giunti non è perfetto e tutta la lavorazione appare meno accurata dei due tratti in opera poligonale.

Ritornando al tratto più esteso, esso aveva una funzione mista di protezione e sostegno, con un’altezza che variava tra 7 e 12 ÷ 13 m, fino a raggiungere la quota di un ripiano superiore. Dove l’altezza era maggiore troviamo una risega orizzontale, in corrispondenza della quale la parte superiore del muro è più arretrata di 10 ÷ 12 cm. Potrebbe non essere casuale il fatto che la differenza di quota tra la risega e il punto dove il muro arrivava alla massima quota (verso il teatro, ad ovest) era di 7,7 m. Tenendo conto che la spinta del terreno dietro un muro di sostegno cresce con il quadrato dell’altezza e che solitamente, quando vengono superati i 6 m, un muro di questo tipo viene considerato notevolmente impegnativo, il valore di 7,7 m è apparso subito molto particolare. Per questa ragione potrebbe non essere un caso che si sia scelta una altezza che è 500 volte l’unità di misura che stiamo cercando e che potrebbe essere 10 volte un braccio di 77 cm.

Figura 8 – Milos. Elemento dal contorno rettangolare molto accurato

In questo tratto le pietre bugnate sono nettamente scarse, e sono limitate a litotipi difficili da spianare per la facilità con cui vi si generano fratture del tipo concoide. Nella Figura 8 il blocco maggiore corrisponde un po’ a queste caratteristiche. Esso ha presentato, ai fini della presente ricerca, due grandi vantaggi. Il suo contorno è molto regolare, anche se è stato modificato, nell’angolo in basso a destra, poco prima del suo posizionamento. Inoltre i due lati minori sono esattamente ortogonali rispetto alla base. Ciò ha permesso di determinare con esattezza la sua lunghezza, che è risultata di 102,0 cm. Questo valore è pressoché coincidente con 1,536 x 66,5 = 102,1 cm.

Figura 9 – Milos. Blocco ben squadrato sovrastante una risega larga 10-12 cm. La sua base misura 110,6 cm, pari esattamente a 72 volte 1,536 cm.

Un secondo blocco è rappresentato nella Figura 9. Esso è situato subito sopra la risega; ha la superficie inferiore piana, la quale misura una lunghezza di 110,6 cm, determinabile bene perché sono ben ricostruibili le facce in contatto con le pietre laterali. Questo valore coincide con 1,536 x 72,0 = 110,59 cm.

I due elementi presentati per primi sono tra i più voluminosi di tutto il muro. Confrontati con quelli delle opere analoghe dell’Italia centrale, essi appaiono decisamente di dimensioni più piccole, e riesce arduo parlare di quest’opera come di un’opera megalitica. Tuttavia occorre tenere presente che i materiali locali utilizzati non consentono di ottenere misure maggiori, e quindi pietre più lunghe di 1 m sono eccezionalmente grandi per Milo, come è dimostrato dal fatto che nella successiva opera lesbia la taglia massima è nettamente minore, circa la metà.

Un terzo blocco, il più piccolo ad avere una forma prossima al trapezio nella Figura 10, ha fornito misure di 27,6 ÷ 27,7 cm. Anche in questo caso il confronto con le misure delle mura italiane è stato positivo, essendo 1,536 x 18,0 = 27,65 cm.

Figura 11
Figura 11 – Milos. Le misure dei vari segmenti della base piuttosto articolata di questo elemento acquistano affidabilità se sono fatte in modo cumulativo.
Figura 10
Figura 10 – Milos. La base minore del blocco più piccolo a forma di trapezio rovesciato, in basso a destra, misura 27,6-27,7 cm, pari a 18 volte 1,536 cm.

Il quarto elemento considerato (Figura 11) ha una base più articolata; tale particolare rende difficile fare misure accurate dei vari segmenti, a meno che non si effettuino quattro misure cumulative utilizzando uno stesso punto di partenza. Le quattro misure, iniziate da sinistra, sono state di 32,2 43,0 57,0 e 76,7 cm. Possiamo confrontarle con 1,536 x 21 28 36 e 50 ovvero con 32,26 43,01 56,81 e 76,80 cm e concludere che almeno tre delle quattro misure corrispondono bene a multipli interi dell’unità di misura determinata in Italia.

La base di un quinto blocco, a forma di pentagono ha fornito misure di 82.8 ÷ 82.9 cm. Anche in questo vi è una buona corrispondenza con 1,536 x 53,0 = 82,94 cm.

Le due pietre che sottostanno alla parte destra del blocco rettangolare della Figura 8 hanno le due basi leggermente diverse: 32,2 e 31,5 cm, che corrispondono a 1,536 x 21,0 e 20,5 = 32,256 e 30,488 cm rispettivamente.

Figura 12
Figura 12 – Milos. Nonostante la profonda erosione di questa pietra, la sua base è ben delimitabile e ha fornito la misura di 72,2 cm.

Nella Figura 12, nonostante l’erosione dell’elemento al centro e grazie alla maggiore durezza e resistenza delle tre pietre confinanti, si è potuta determinare con sufficiente precisione la lunghezza che doveva avere in origine la sua base: 72,2 cm, che coincide con 1,536 x 47,0 = 72,19 cm.

Per le misure degli angoli, più difficili da determinare rispetto a quelle dei lati, la più significativa è offerta dalla pietra in basso a destra della Figura 8, i cui contorni sono netti e hanno permesso di precisare che il suo angolo in basso a sinistra è di 88,5°. Ma anche la pietra della Figura 11 ha fornito due valori interessanti, ambedue di 100,5°, mentre l’angolo a destra nella Figura 12 è risultato di 105°.

Purtroppo molti elementi del muro si sono logorati non solo sulla faccia a vista ma anche sulle altre facce, e per questa ragione non si sono potute effettuare un buon numero di misure.

In definitiva, anche se si sono esaminati due soli siti nell’area greca, possiamo sostenere l’idea che probabilmente tutte le opere megalitiche poligonali (in senso stretto, quindi) che si trovano su territorio italiano e greco sono state costruite con una stessa tecnica e in particolare con le stesse unità di misura per le lunghezze e per gli angoli.

L’adozione di una stessa tecnica costruttiva, tra l’altro molto accurata, rende verosimile l’ipotesi che tutte le mura megalitiche con opera poligonale appartengano a uno stesso, ben determinato, periodo di tempo.

Problema dell’età delle opere poligonali megalitiche

Figura 13
Figura 13 – Necropoli di Cerveteri, località Banditaccia. Muro poligonale con elementi di modeste dimensioni appartenente a un tumulo del VII secolo a.C..

Quando si parla di opere poligonali bisogna fare un’importante distinzione: se si tratta di mura megalitiche o no. Opere poligonali erano realizzate sia da Etruschi che da Romani ma con dimensioni degli elementi assai ridotte rispetto a ciò che appare nelle mura megalitiche. Nella Figura 13 possiamo osservare un tratto di muro con blocchi a contorno poligonale appartenente ad una delle tombe più antiche della necropoli della zona della Banditaccia presso Cerveteri (VII secolo a.C.).

Quando si tratta di blocchi di ridotte dimensioni, dell’ordine di 40 o 50 cm, è più economico sagomare sul luogo blocchi, magari riciclati, a forma di poligono irregolare con l’uso di martello e scalpello e la tecnica del prova e correggi, oppure con l’aiuto di goniometro e metro (come è il caso della Figura 13), anziché usare blocchi regolari e squadrati, che devono essere preparati in cava, trasportati con precauzione fino alla zona di impiego e non sempre possono essere facilmente riutilizzati come tali. E si tratta quindi di distinguere tra un semplice lavoro di tipo “artigianale” e uno più complesso, fatto in serie, che potremo chiamare “industriale”.

Se ritorniamo alle mura poligonali più interessanti per noi, quelle megalitiche, e prendiamo il caso del blocco squadrato di Figura 8, esso è stato ricavato con estrema accuratezza a colpi di scalpello, mentre sarebbe stato molto più semplice tagliarlo con una sega, se i costruttori avessero avuto a disposizione questo strumento. Se ne può inferire che probabilmente in un cantiere così importante la mancanza di seghe fosse dovuta al fatto che la sega non era ancora stata inventata. Infatti, quando vengono usate le seghe, sistematicamente vengono approntate pietre squadrate, e lo scalpello diventa uno strumento secondario.

D’altra parte, prima dell’invenzione della sega, è intuibile che il passaggio dalla seconda alla terza maniera sia stato possibile solo dopo l’introduzione dello scalpello. Possiamo vedere segni evidenti lasciati da uno scalpello nelle pietre del muro di Figura 2. La forma poligonale nella faccia a vista era dettata dall’utilizzo più economico, dal punto di vista dell’energia impiegata, dei blocchi ricavati in cava, mantenendosi il più vicino possibile alla forma generalmente irregolare di questi e avere così il minimo sfrido.

Il passaggio tra la seconda e la terza maniera deve avere rappresentato l’inizio di quella rivoluzione nella lavorazione dei metalli che è stata la metallurgia del bronzo, e perciò dovrebbe avere un valore “cronostratigrafico” in archeologia. Questa affermazione ha un valore generale e non limitato a casi singoli, essendo che dopo l’introduzione della terza maniera è ancora possibile il mantenimento delle maniere precedenti, se vi è qualche convenienza per farlo. Un ragionamento analogo può essere fatto considerando il passaggio all’opera quadrata, del quale però ci occuperemo più avanti.

Le considerazioni fin qui fatte portano a conclusioni che sono molto diverse da quelle a cui la maggior parte degli studiosi arrivano. Possiamo prendere in esame, per esempio, una delle più recenti testimonianze di quello che è il parere più diffuso sull’argomento estraendo alcune frasi dall’introduzione del recentissimo studio sulle mura poligonali curato da Eugenio Polito (2011) per conto dell’amministrazione provinciale di Frosinone.

Secondo questo studioso la “fioritura di grandi circuiti murari poligonali” avvenne nel Lazio in epoca romana con “il miglioramento e la persistenza di tale tecnica… fino alle soglie del I secolo a.C.”. Inoltre “si dovrà riconoscere che … l’avvento delle mura a giunti regolari non pare risalire oltre il IV secolo a.C.. … La stessa tecnica muraria … trovò applicazione … in centri estranei al Lazio … non prima dell’avanzato IV secolo e interessò città come Alba Fucens, nell’Aquilano, Amelia in Umbria, Cosa e la vicina Orbetello nella Toscana meridionale costiera e Lucca nella parte settentrionale della stessa regione.”

Viene portata avanti, in particolare, da questo autore l’idea che le cinte murarie delle diverse città siano opera di coloni che, provenendo dal Lazio meridionale, dove si erano specializzati nell’eseguire cinte difensive in opera poligonale, seguivano l’espansione territoriale di Roma. Per esempio essi sarebbero gli artefici delle mura di Cosa tra il 273 e il 264 a.C.. È evidente in questo modo di pensare l’influenza del Lugli, che attribuiva tutte le quattro maniere all’epoca romana ed ha stabilito, per esempio, che la roccaforte del Circeo è stata costruita dai Romani nel 393 a.C..

Una delle poche voci che escono dal coro, dovuta a Mario Pincherle (1990), riconosce che per le mura megalitiche poligonali l’età deve essere ben più antica, per via delle notevoli affinità con le analoghe opere murarie in Grecia, e suppone una derivazione minoica … a meno, potremmo aggiungere, che i coloni del Lazio meridionale non siano andati al seguito di Roma conquistatrice a costruire opere poligonali anche all’estero.

Figura 14
Figura 14 – Milos. Zona del teatro romano. I valori dell’altezza delle pietre, perfettamente squadrate, risultano essere esattamente multipli del digitus romano (1,85 cm) o della sua metà.

Per fugare questo dubbio, semmai ce ne fosse ancora bisogno, è da considerare la rilevante differenza di tecnica costruttiva esistente tra il muro poligonale di Milo e i muri in opera squadrata che sono presenti nella stessa roccaforte di Klima, chiaramente di produzione romana. Dalla parte opposta del teatro rispetto al lungo muro poligonale, si può ammirare infatti un muro di sostegno (Figura 14) con 14 corsi di pietre perfettamente squadrate, le cui singole altezze a partire dalla seconda fila dal basso e fino alla terzultima fila sono di 55,5 55,5 50,9 50,9 49,05 54,6 49,05 44,4 50,9 56,4 e 54,5 cm.

Considerando che il dito romano era di 1,85 cm, abbiamo da confrontare questi valori con i multipli 1,85 x 30 30 27,5 27,5 26,5 29,5 26,5 24 27,5 30,5 29,5 che risultano essere pari a 55,5 55,5 50,875 50,875 49,025 54,575 49,025 44,4 50,875 56,425 54,575 cm, da cui si nota non solo che i Romani usavano a Milo la loro propria unità di misura, e pure la mezza unità, ma anche che la precisione con cui tagliavano queste pietre era millimetrica, segno che le seghe che utilizzavano dovevano essere supportate da macchine apposite per ottenere un risultato così preciso.

Avendo appurato che l’unità di misura utilizzata per le opere poligonali dell’Italia centrale e dell’isola di Milo è la stessa ed è di 1,536 cm, dobbiamo ammettere che quelle mura difensive sono precedenti rispetto non solo alle più antiche costruzioni romane ma anche a quelle etrusche.

Nel momento in cui sembra che il processo di retrodatazione non possa continuare facilmente, ci possiamo avvalere di una diversa opportunità, venutasi a creare esaminando le mura poligonali di Pyrgi, presso Santa Severa, un luogo importante per l’archeologia perché è risultato essere stato frequentato dall’uomo fin dal IV millennio a.C..

Osservando attentamente come si presenta la situazione di Pyrgi, tre aspetti risultano assolutamente singolari. Per prima cosa, la cinta muraria, che si svolge su un perimetro rettangolare con il lato maggiore perpendicolare alla linea di costa, ha la sua metà verso mare che raggiunge 4 m di altezza mentre la metà rimanente presenta un’altezza uniforme di circa un metro. Se le altezze modeste fossero semplicemente l’effetto di uno smantellamento incompleto, non appare chiaro per quale ragione la metà più bassa sia regolare e continua.

Il secondo aspetto riguarda l’utilizzo dell’area in epoche etrusca e romana. I Romani conquistarono la zona nel 281 a.C. e stabilirono un loro castrum proprio all’interno della metà verso mare del recinto descritto, e si ritiene comunemente che questa data sia anche quella della costruzione dello stesso recinto.

Tale opinione viene giustificata dal fatto che gli Etruschi di Caere, quando allestirono un’area portuale nella stessa zona, costruirono una cittadella con ben tre templi non nell’area entro il recinto in opera poligonale ma a una distanza di 200 m da esso, anche se questo era stato edificato su un terreno molto più stabile. Infatti la zona delle costruzioni etrusche ha subìto una forte subsidenza, e alcuni dei loro edifici si trovano ora tre metri sotto il livello del mare, mentre l’area racchiusa dal muro megalitico non ha subito lo stesso fenomeno.

Figura 15
Figura 15 – Santa Severa. Muro megalitico che ha ospitato il castrum della colonia romana di Pyrgi. Numerosi fori di litodomi si sono creati dopo che questa pietra è stata ridotta rispetto alla forma originaria.

Figura 15 – Santa Severa. Muro megalitico che ha ospitato il castrum della colonia romana di Pyrgi. Numerosi fori di litodomi si sono creati dopo che questa pietra è stata ridotta rispetto alla forma originaria.

Come mai gli Etruschi, così attenti generalmente nello scegliere un sito dove costruire una città, non hanno scelto di sfruttare le difese già in buona parte erette su un terreno di migliori caratteristiche? La risposta viene da un terzo aspetto di quest’area. In una elevata percentuale, le pietre di arenaria del muro poligonale sono perforate da litodomi. La superficie interessata può essere sia quella della originaria faccia a vista, sia una superficie più arretrata dove la pietra si è fratturata (Figura 15), sia la superficie che ora limita superiormente il tratto di altezza minore (Mortari, 2012).

È logico pensare che il mare abbia invaso la zona in esame interrompendo la costruzione e si sia ritirato solo poco tempo prima che avvenisse la conquista romana. È da scartare l’ipotesi che si sia trattato di un movimento verticale della cosiddetta terraferma perché il centro di attività vulcanica a cui potrebbe essere riferito il fenomeno è troppo distante nel tempo e nello spazio. Resta da ipotizzare che sia intervenuta una variazione del livello del mare.

Figura 16
Figura 16 – Variazioni del livello del mare degli ultimi 10.000 anni. I vari simboli rappresentano datazioni con il metodo del radiocarbonio di indicatori di livello, come ostree e mangrovie, raccolti a determinate quote rispetto al livello del mare attuale in varie aree ritenute stabili. Da Mortari, 2005.

Uno studio molto dettagliato di come è cambiato il livello marino dopo l’ultima puntata glaciale e in particolare negli ultimi 10.000 anni è stato compiuto dallo scrivente (Mortari, 2005, 2010) e viene riportato, per la parte che ci interessa, nella Figura 16. La linea che descrive il cambiamento è stata ricavata studiando variazioni cicliche di vario periodo del livello del mare. Il ciclo fondamentale per comprendere le variazioni ha un periodo di 2528 anni (Mortari, 2012). È peculiare di queste variazioni un carattere improvviso che si alterna a periodi relativamente molto più lunghi di stasi, molto diversamente da come la variazione del livello del mare è interpretata comunemente, cioè con modalità graduale. In particolare si alternano due stasi con durate diverse, rispettivamente di 2013 e 148 anni, mentre i raccordi tra i due stazionamenti avvengono con stasi minori, di 10,5 anni in media. L’attuale stazionamento maggiore è previsto terminare nel 2012.

Un altro particolare, molto significativo per i nostri scopi, distingue questa ricostruzione da quelle, purtroppo, molto diffuse nella letteratura geologica, le quali considerano una risalita continua del livello del mare a partire dall’inizio della deglaciazione, avvenuto circa 22.750 anni fa, fino ad oggi. Queste ricostruzioni trascurano ciecamente le numerose tracce e indizi di un mare nettamente al disopra dell’attuale livello intorno a 5000 anni fa, quando le temperature globali erano 2÷3° maggiori di adesso. Tra le tracce disponibili ci sono resti di organismi marini che vivevano in prossimità del livello del mare, come ad esempio ostree e mangrovie. Un buon numero di resti del genere sono stati raccolti in aree notoriamente stabili, sono stati datati con il metodo del radiocarbonio e le loro età compaiono nella Figura 16, confermando l’andamento generale del grafico.

Vi è un dettaglio importante che occorre precisare. La base del muro e il piano di calpestio che ora la circonda sono oggi a una quota di 1,6 ÷ 1,7 m. Tra il 5350 e il 3044 a.C. il livello del mare è stato stazionario alla quota di 1,7 m. Possiamo intuire che la cinta muraria del luogo dove poi sorgerà Pyrgi è cominciata ad essere edificata verso la fine di questo intervallo di tempo.

Quando la costruzione era già avanzata, la superficie del mare si è innalzata improvvisamente più volte e nel giro di 73 anni si è portata alla quota di circa 5,5 m. Dopo avere raggiunto la quota massima di 7 m intorno a 4800 anni fa, il mare è sceso a 4 m e poi a 2 m, dove è rimasto tra il 443 e il 295 a.C.. Nel 295 il livello era sceso a 1,75 e scenderà ancora dieci anni più tardi fino a 1,5 m.

Quando i Romani sono arrivati in quest’area, nel 281 a.C,, il mare dunque era già ritornato a un livello di poco inferiore a quello a cui si trovava quando la costruzione del muro era stata iniziata. E non è stato più un problema il riutilizzo dell’opera interrotta.

In conclusione, abbiamo una data precisa della interruzione della costruzione di questo muro megalitico in opera poligonale: il 3044 a.C..

Se per il muro poligonale di Pyrgi è stato necessario osservare i fori di litodomi per arrivare a conoscere la sua età, per l’analogo muro di Orbetello il discorso è più semplice. Basta considerare che della sua altezza complessiva di 7 m (Pincherle, 1990) ben 4 sono sott’acqua. Il mare, dopo essere rimasto alla quota di -9 m tra l’8174 e il 5572 a.C., si è stabilizzato a -4 m tra il 5499 e il 5351 a.C.. Anche su questo muro si possono osservare fori di litodomi, seppure con molta maggiore difficoltà a causa della natura della roccia, molto alterabile in superficie perché costituita da un calcare dolomitico fittamente interessato da microfratture. Se, come si è ipotizzato a Pyrgi, anche qui la costruzione del muro è stata iniziata alla quota del mare, è in quest’ultimo intervallo di tempo che deve essere collocata la data di costruzione del muro di Orbetello.

La data minima del 5351 a.C. pone un rilevante problema. Abbiamo sostenuto che l’opera poligonale è uno dei prodotti dell’uomo che è stato possibile grazie alla metallurgia del bronzo. Mentre la diffusione del bronzo in Europa viene fatta iniziare non prima del 3500 ÷ 3300 a.C., il caso di Orbetello ne fa retrodatare l’inizio di circa 2000 anni.

Dato che le mura poligonali appaiono come una evoluzione delle mura di prima e seconda maniera, c’è da pensare che chi ha adottato la tecnica poligonale ha probabilmente anche inventato la metallurgia del bronzo. È possibile che, trattandosi di una invenzione di importanza strategica, essa abbia avuto applicazioni solo in campo militare finché non è stata imitata da altre popolazioni e ha potuto estendersi all’uso civile.

L’allestimento di questo tipo di muro, legato dunque all’impiego di scalpelli, precede sicuramente la tecnica che in modo sistematico lavora le pietre ottenendone blocchi squadrati e che sfrutta l’invenzione rivoluzionaria della sega.

Basta quindi passare in rivista le opere più antiche di quest’altro genere per avere un’idea di quale può essere il terminus ante quem si è passati dallo scalpello alla sega ovvero dall’opera poligonale all’opera squadrata perfetta. Potremmo prendere come riferimento provvisorio il 2650 a.C., che è all’incirca la data a cui è fatto risalire il complesso funerario del faraone Zoser della III dinastia a Saqqara. Qui le pietre sono squadrate magistralmente, e ciò fa pensare che forse è proprio l’antico Egitto che ha dato origine alla nuova tecnica, avendo conosciuto la metallurgia del bronzo fin dal periodo protodinastico, intorno al 3150 a.C., e avendo poi raggiunto una straordinaria ed ineguagliabile abilità nel campo delle costruzioni durante l’Antico regno.

Dopo tale innovazione è possibile ritornare indietro all’uso dello scalpello anche per opere importanti, ma non alla tecnica poligonale in mura megalitiche. Lo possiamo osservare nelle mura di Micene: le più antiche sono della seconda maniera. C’è poi qualche punto ripristinato con tecnica poligonale e infine, nel corridoio di accesso alla Porta dei leoni si riconosce un’opera squadrata ottenuta con l’uso di martello e scalpello per il fatto che la squadratura non è perfetta. Quest’ultima modalità si ripete nel dromos che conduce alla tomba a tholos “di Atreo”.

Con grande probabilità l’invenzione della sega può dunque essere collocata nel tempo tra l’età del muro poligonale di Pyrgi e i più antichi monumenti di Saqqara, ovvero in quei quattro secoli compresi tra il 2650 circa e il 3044 a.C.. Essa segna molto probabilmente anche la fine della tecnica poligonale s.s..

In definitiva, si può ipotizzare che le varie modalità costruttive esaminate:
1) – opera megalitica grezza
2) – opera megalitica sgrossata
3) – opera megalitica poligonale
4) – opera squadrata
abbiano iniziato ad apparire con questo stesso ordine cronologico. Ritengo che la quarta maniera di Lugli sia successiva all’opera squadrata in quanto ne sarebbe semplicemente una grossolana imitazione.

È difficile dire quando sia comparsa l’opera lesbia. È importante che il periodo di sua massima diffusione sia il VI secolo a.C. e limitatamente al mondo greco, perché ciò suggerisce un suo carattere relativamente recente.

È il caso di rilevare infine che pietre squadrate con uso di scalpello erano già impiegate sistematicamente nei muri difensivi in opera poligonale, ma solo in corrispondenza delle porte principali e dei marcati cambiamenti di direzione.

Considerazioni finali

L’uniformità, la precisione e la diffusione geografica della tecnica utilizzata per erigere mura poligonali è il filo di Arianna che ci può fare risalire a quella grande civiltà che per almeno 2000 anni – probabilmente sono molti di più – ha dominato il bacino del Mediterraneo disseminandolo di proprie roccaforti e di cui purtroppo si è persa l’identificazione.

Se dunque facciamo corrispondere questa misteriosa civiltà con la tecnica dei muri con elementi poligonali, possiamo immaginarne il declino tra il 3000 e il 2500 a.C. circa. D’altra parte non conosciamo ancora il momento del suo inizio, che dovrebbe corrispondere non alla prima apparizione dell’opera poligonale ma almeno al primo utilizzo dell’opera megalitica sgrossata.

Come fare per identificare questa civiltà? Un modo è di scavare nella letteratura antica. Vi sono molte strade che conducono ad un unico nome: i Pelasgi. I quali orbitavano intorno al Mar Egeo. Ma chi erano questi Pelasgi?

Secondo Virgilio essi furono i primi abitatori della nostra penisola e per Strabone furono i fondatori di Caere, di cui abbiamo parlato a proposito di Pyrgi. Per Erodoto erano gli abitanti della Grecia prima dell’arrivo dei popoli di lingua ellenica, quando la regione si chiamava “Pelasgia”; successivamente, nel periodo classico, essi abitavano Lemno. Stranamente però una loro più precisa ubicazione è diversa per autori diversi. Nell’Odissea sono chiamati anche i “popoli di Creta”, intendendo ovviamente coloro che abitavano quest’isola prima dell’arrivo degli Achei, mentre nell’Iliade sono ubicati tra Tracia ed Ellesponto, ma poi la loro capitale viene considerata Larissa in Tessaglia, mentre nell’Epiro, a Dodona, si trovava un tempio dedicato allo Zeus pelasgico. Per Tucidide l’origine di Atene è pelasgica.

Per giustificare tali diversità possiamo supporre che la civiltà che si serviva dei muri poligonali per difendere le proprie città abbia avuto un periodo di grande compattezza ed unità. Poi verso il 3000 o 2500 a.C. – solo per dare delle date indicative – questa unità si è persa, e ampie regioni si sono rese autonome: la Tessaglia, la Tracia, Creta e altre ancora. Tutti erano Pelasgi ma non c’era più il senso di una patria o un governo comune. Così, chi li voleva identificare si riferiva a popolazioni che forse rispecchiavano maggiormente il carattere antico dei Pelasgi o che l’autore, direttamente o indirettamente, conosceva meglio. È probabile che con la denominazione “popoli del mare” ci si riferisse a popoli che discendevano dai Pelasgi e che ne conservavano ancora le antiche abilità marinare.

I Pelasgi erano sicuramente valenti marinai, ed è facile pensare che abbiano dominato tutto il Mediterraneo per millenni. In considerazione dello stato di avanzato progresso tecnico di questo popolo, essi potrebbero avere inventato, oltre alla metallurgia del bronzo, anche l’arte della navigazione. Il ragionamento si basa su alcuni punti di forza.

Il mare Mediterraneo è l’ambiente ideale per fare sbocciare la navigazione. E più in particolare lo è il mare Egeo, dove diverse isole sono in vista dal continente, come avviene per Egina, Angistri, Poros, Idra, Dokos, Spetses intorno alle coste dell’Argolide. Raggiungere queste isole poteva essere il modo di difendersi da aggressioni di altri popoli senza bisogno di erigere mura difensive.

Quindi, forse non è del tutto casuale che la prima evidenza di un commercio marittimo venga proprio dall’Argolide e precisamente dalla grotta di Franchthi, che si affaccia sul golfo di Nauplia. In questa grotta, che è stata frequentata dall’uomo fin dal Mesolitico, è stata trovata ossidiana lavorata in uno strato datato intorno all’8500 a.C.. Le analisi petrografiche hanno dimostrato che questa ossidiana è provenuta dall’isola di Milo, che è distante 150 km. Negli stessi strati sono state trovati anche resti di pesci di grande taglia, che indicano una pesca d’altura.

Infine, potrebbe essere non del tutto casuale anche il fatto che nell’entroterra che si affaccia sullo stesso golfo di Nauplia vi è la massima concentrazione di importanti città fortificate con mura megalitiche: in un raggio di appena 10 km troviamo Nauplia, Micene, Tirinto e Argo.

Tucidide ci fornisce un dettaglio interessante: i Pelasgi si distinguevano per il fatto che costruivano le loro città che si trovavano in prossimità del mare con le mura fondate sulla spiaggia stessa. Questo dettaglio corrisponde a quanto è stato ricostruito per Pyrgi e forse anche per Orbetello.

Questa civiltà delle città fortificate con mura megalitiche, che possiamo senza timori chiamare pelasgica, potrà continuare a svelare i suoi segreti se si svilupperà la volontà che ciò avvenga. In particolare l’archeologia subacquea potrebbe attivarsi per acquisire nuovi dati circa l’età delle prime mura poligonali. Dato che, a quanto pare, Orbetello è stata fondata al livello del mare durante lo stazionamento che il mare ha avuto a -4 m e questo ha permesso di attribuire a tale evento un’età di almeno 7360 anni circa, si potrebbe fare un piccolo passo verso la precisazione dell’inizio della civiltà pelasgica se si trovasse in qualche punto del Mediterraneo una analoga fortificazione fondata su un terreno alla quota del precedente stazionamento marino, cioè a -9 m, a condizione che l’area indagata possa essere considerata stabile. Magari potrebbe essere utile tener conto di quanto riferisce ancora Tucidide, secondo il quale i Pelasgi, per favorire i propri traffici, si erano insediati in corrispondenza degli istmi.

Viene proposto infine che l’unità di misura riscontrata per le opere poligonali dell’Italia centrale e di Atene e Milo sia chiamata “dito pelasgico”.

Opere citate

G. Lugli (1946). Corso di Topografia dell’Italia antica. Edizioni dell’Ateneo, Roma. 130 pp.
G. Lugli (1947). Le fortificazioni delle antiche città italiche. In RAI, II, pag. 294-307.
G. Lugli (1957). La tecnica edilizia romana, con particolare riguardo a Roma e Lazio. Bardi.
G. Lugli (1965). Conclusioni sulla cronologia dell’opera poligonale in Italia. In Studi minori di topografia antica. Roma. pag. 27-32.
E. Polito (2011). a cura di. Guida alle mura poligonali della provincia di Frosinone. Provincia di Frosinone. 96 pp.
M. Pincherle (1990). La civiltà minoica in Italia. Le città saturnie. Pacini. 218 pp.
R. Mortari (2005). A new reconstruction of recent sea level changes. A reference for a correct appraisal of subidence in coastal areas. Atti III Congresso Nazionale AIAR, Bressanone. Patron. p. 433-443.
R. Mortari (2010). I ritmi segreti dell’Universo. Aracne. Roma. 336 pp.
R. Mortari (2012). 2012 – Dalla profezia Maya alle previsioni della scienza. 85 pp.
R.L. Scranton (1941). Greek walls. Cambridge, Mass.
Roma, 19 novembre 2012

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