L’epopea di Gilgamesh

 

Tratto dal sito antikitera.net :  Gilgamesh

Gilgamesh siede e piange

Gilgamesh piange per la morte di Enkidu

Un re-sacerdote vissuto 5.000 anni fa

 

Il racconto del diluvio universale contenuto nei capitoli 6-9 del testo della Genesi ci è abbastanza noto. Meno noto al grande pubblico è forse il fatto che le tradizioni del diluvio sono molto più antiche del testo biblico, composto nella sua redazione definitiva durante la deportazione a Babilonia, tradizionalmente durata dal 587 al 539 .a.C. In questo articolo vorrei analizzare con voi alcuni racconti del diluvio presenti al di fuori della tradizione biblica; questa ricerca, potete scommetterci, ci porterà praticamente in ogni angolo del mondo, e ci farà scoprire che la narrazione del diluvio non é un ingigantimento mitico delle alluvioni che interessarono in epoca preistorica la Bassa Mesopotamia, ma appartiene invece alle tradizioni orali e scritte di tutti i popoli della terra.
Cominciamo, com’é logico, dal racconto più somigliante alla famosa epopea noachica. Stiamo parlando di alcune tavolette incise con caratteri cuneiformi, risalenti al tempo del re assiro Assurbanipal (668-626 a.C., il Sardanapalo dei greci), riportate alla luce a Kujundshik presso Ninive alla metà del XIX secolo e decifrate dall’inglese George Smith (1840-1876), studioso autodidatta di lingue antiche ed assirologo dilettante. Si tratta del celeberrimo poema di Gilgamesh, che narra le leggendarie imprese dell’omonimo eroe per due terzi dio e per un terzo uomo. Secondo il poema egli fu il quinto patesi (re-sacerdote) della città di Uruk, e questo ci convince del fatto che la vicenda sia molto più antica delle tavolette di Kujundshik. Poiché i luoghi descritti appartengono alla regione del basso corso dei fiumi Tigri ed Eufrate, dove erano stanziati i Sumeri, é quasi certo che questo poema rappresenti un elemento superstite dell’epica di quel popolo di origini ignote (ma di certo né semitico né indoeuropeo), la cui presenza in Caldea é testimoniata fin dal IV millennio a.C. Nei molti secoli durante i quali si sviluppò la loro civiltà, essi probabilmente dovettero rielaborare e fissare per iscritto tutte le leggende più antiche della mezzaluna fertile; perciò, qualunque frammento di interesse per la nostra inchiesta sia rintracciabile nella loro straordinaria mitologia, noi dobbiamo ritenerlo estremamente prezioso. E, come ora vedremo, non é solo qualche astratto riferimento che essi ci hanno lasciato, ma un’intera “scatola delle sorprese”! Come probabilmente già sapete, infatti, l’antichissimo poema decifrato da George Smith narra le vicende di Gilgamesh e del suo inseparabile amico Enkidu, eroi legati da così profonda amicizia da ricordare quella fra Oreste e Pilade nella tradizione greca, o quella fra Eurialo e Niso nell’epica romana. Quando però Enkidu morì di una malattia atroce ed orribile, Gilgamesh si rese conto della caducità della nostra natura umana e decise di diventare immortale. Un’impresa non da poco, voi direte; ma Gilgamesh non era nuovo a “sbruffonate” di questo genere. Così infatti lo descrive l’omonimo poema:
“Colui che tutto vide sino ai margini della Terra, ogni cosa conobbe e tutto studiò, lui, ricco di sapienza e di esperienza, le cose arcane vide, le cose nascoste scoprì, ciò che avvenne prima del diluvio narrò; lui che remoti cammini percorse fino allo sfinimento, ogni sua fatica scolpì poi su una pietra, costruì le mura di Uruk tutt’intorno al sacro tempio…”
Imprese erculee, come si legge. Probabilmente si tratta di un personaggio storico, vissuto tra il 3100 e il 2700 a.C., ma trasfigurato dal mito secondo un ben noto meccanismo psicologico che spiega le doti eccezionali con un’origine divina; così, di lui ci resta solo questo straordinario racconto romanzato.

Frammento in terracotta del Poema di Gilgamesh, Londra, British Museum

” Come un esercito in guerra “
Tornando al poema, per conquistare la vita immortale il prode Gilgamesh si mise in viaggio fin sull’altra sponda dell’oceano, per incontrare il proprio antenato Ut-napyshti, che dagli dei aveva ottenuto l’immortalità. E qui comincia la parte più interessante del poema: il dono di vivere in eterno gli era stato fatto da un dio amico per essere scampato ad una immane tragedia, nella quale era perito tutto il resto dell’umanità; una tragedia che noi traduciamo proprio con la parola… diluvio!!! L’umanità era stata infatti travolta dalle acque piovute da sopra il cielo, proprio come secoli più tardi ci avrebbe raccontato la Bibbia. Potete immaginare quale fu l’eccitazione di Smith quando si rese conto che quelle poche tavolette d’argilla contenevano il più antico racconto scritto conosciuto del Diluvio Universale!

 

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