Opere Velate

 

Le opere di Raimondo di Sangro VII Principe di Sansevero sono nella Capella di Sansevero essa stessa squisita opera del settecento napoletano.

Piantina

Il Cristo Velato - Giuseppe Sanmartino (1753)

La Pudicizia - Antonio Corradini (1752)

Si tratta di opere straordinarie, soprattutto per come sono resi la rete degli inganni e il velo di marmo che copre il Cristo, così perfetto da offrire una reale impressione di morbidezza e trasparenza.

Fin da quando le opere vengono esposte per la prima volta, si diffonde la voce che l’effetto velo che svela sia stato ottenuto non con una finissima lavorazione del marmo, ma mediante procedimenti alchemici che avevano marmorizzato la stoffa precedentemente drappeggiata sulla statua.

“Calcina viva nuova 10 libbre, acqua barilli 4, carbone di frassino. Covri la grata della fornace co’ carboni accesi a fiamma di brace; con ausilio di mantici a basso vento. Cala il Modello da covrire in una vasca ammattonata; indi covrilo con velo sottilissimo di spezial tessuto bagnato con acqua e Calcina. Modella le forme e gitta lentamente l’acqua e la Calcina Misturate. Per l’esecuzione: soffia leve co’ mantici i vapori esalati dalla brace nella vasca sotto il liquido composito. Per quattro dì ripeti l’Opera rinnovando l’acqua e la Calcina. Con Macchina preparata alla bisogna Leva il Modello e deponilo sul piano di lavoro, acciocché il rifinitore Lavori d’acconcia Arte. Sarà il velo come di marmo divenuto al Naturale e il Sembiante del modello Trasparire”.
Sono queste le precise disposizioni tecniche del Principe per preparare il velo, ritrovate da Clara Miccinelli in un documento dell’Archivio Notarile di Napoli, rogato in data 25 novembre 1752 dal notaro Liborio Scala.

Nello stesso documento, il contratto tra il Principe e Giuseppe Sammartino, che si impegna ad eseguire “una statua raffigurante Nostro Signore Morto al Naturale da porre situata nella cappella Gentilizia del Principe, cioè un Cristo Velato steso sopra un materasso che sta sopra un panneggio e appoggia la testa su due cuscini, apprè del medesimo vi stanno scolpiti una Corona di spine tre chiodi e una tenaglia.” Il Principe, da parte sua, si impegnava a procurare il marmo e realizzare una “sindone, una tela tessuta la quale dovrà essere depositata sovra la scultura, dopo che il Principe l’haverà lavorata secondo sua propria creazione; e cioè una deposizione di strato minutioso di marmo composito in grana finissima sovrapposta al telo. Il quale strato di marmo dell’idea del sig. Principe farà apparire per la sua finezza il sembiante di Nostro Signore dinotante come fosse scolpito di tutto con la statua.” .Il Sammartino si impegnava inoltre a ripulire detta ‘sindone’ per renderla un tutt’uno con la statua stessa. E a non svelare a nessuno la ”maniera escogitata dal Principe per la Sindone ricovrente la statua”. Da parte sua, Don Raimondo gli concedeva di attribuirsi l’esecuzione dell’intera opera.

La Pudicizia raffigura la madre di Raimondo de Sangro, Cecilia Gaetani d’Aragona e simboleggia il cammino interrotto dell’iniziato, non ancora pronto ad accogliere il lume della sapienza. Infatti, sebbene s’intravedano le sue nudità (il peccato terreno), la donna è velata, mentre tra le mani ha una lapide spezzata (il cammino interrotto). Il velo simboleggia l’antica sapienza velata ed intangibile per chi non sia iniziato ai suoi misteri.

Il Disinganno - Francesco Queirolo (1753-54)

Procedimento analogo fu adoperato per la “rete” che avvolge l’uomo scolpito nel Disinganno.Rappresenta un uomo (il Padre) che sta cercando di liberarsi dalla rete del peccato e dell’illusione, mentre un genio alato (il cui piede poggia su un globo – il mondo – che simboleggia l’ignoranza terrena) gli indica la strada da percorrere per raggiungere l’Illuminazione.Lo stesso posizionamento delle statue rappresenta un vero e proprio percorso che traccia il cammino dell’iniziato, dall’ignoranza terrena alla sapienza dell’illuminato.

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