Puma Punku

 

Tratto dal sito Ditadifulmine :

Quello che lascia sgomenti inizialmente è il fatto che ci siano lastre di pietra, dalle forme regolari e finemente levigate, che possono raggiungere il peso di svariate tonnellate. Il che potrebbe non essere necessariamente qualcosa di misterioso, ma i punti che vengono spesso contestati all’ archeologia moderna sulla spiegazione delle tecniche di produzione rilevate a Puma punku sono i seguenti:

Le laste di Puma punku sono fatte di granito e di diorite. La diorite è una roccia estremamente dura, ma questo potrebbe non aver rappresentato un problema nella lavorazione, dato che esempi di lavorazione della diorite sono stati ritrovati in giro per il mondo. Come gli Egizi, che utilizzavano sfere di diorite per lavorare il granito, o per realizzare vasi ed intarsi di notevole qualità. Il problema è che pare improbabile che gli Egizi e chiunque sia riuscito a lavorare così finemente questo materiale fossero a conoscenza di come manipolare a livello millimetrico la roccia (alcuni intarsi sono spessi nell’ ordine di decimi di millimetro, cosa estremamente difficile anche al giorno d’oggi).
Le cave di granito e diorite più vicine a Puma punku si trovano a circa 60 Km di distanza dalla città. Il che presuppone una sbozzatura nella cava, il trasporto fino alla città per 20 Km tra il deserto boliviano
Alcune pietre presentano delle incisioni o delle perforazioni della roccia di altissima precisione, perfettamente rettilinee e sottili (6 millimetri), oltre che parallele. Pare improbabile che siano stati fatti con strumenti di pietra o di bronzo, ma in qualche modo devono averlo fatto.
Alcune delle rocce di Puma punku sono lavorate in modo tale da formare una serie di blocchi ad incastro (una specie di enorme puzzle) , che presumibilmente avrebbero composto un muro (il cui scopo è ancora sconosciuto).
Punto primo: la lavorazione della diorite. Esempi di lavorazione della diorite si trovano negli Egizi, negli Assiri, nei Sumeri e nei Babilonesi (come il Codice di Hammurabi), in tempi antichi. Avvicinandoci all’ era moderna, alcuni edifici islamici medioevali sono costruiti in parte con la diorite, o nella Cattedrale di San Paolo a Londra, completata nel 1708. la cui pavimentazione sfrutta una proprietà curiosa di questa pietra: più la si leviga, più diventa lucida, mentre in natura si trova sotto forma opaca e grezza.
Non è affatto improbabile che antiche civiltà potessero lavorare la diorite. Certo, sorprende la qualità della lavorazione della diorite di Puma punku, ma l’insieme di strumenti che possono aver effettuato la lavorazione possono benissimo essere di bronzo, di altre pietre dure come la dolerite, o della stessa diorite.
Si sente dire spesso che la diorite è dura quasi come il diamante, ma la scala di durezza che viene applicata al diamante non può essere utilizzata anche per una roccia eterogenea come la diorite, che contiene altri minerali, e non ha la purezza e la coerenza di pietre come il diamante o il quarzo puro.

Punto secondo: le cave. Le cave di andesite (l’equivalente vulcanico della diorite) si trovano a 10 miglia di distanza. Stupisce parecchio il come abbiano potuto trasportare pietre del peso di anche 130 tonnellate per quella distanza. Una delle cave si trova presso la penisola di Copacabana, sul lago Titicaca, distante circa 90 km da percorrere sul lago, più altri 10 km per raggiungere Tiahuanaco.

La teoria è stata sperimentata da Paul Harmon, un archeologo sperimentale che lavora a Tiahuanaco, è quella del trasporto delle pietre sulle tradizionali zattere di canna per trasportare una pietra di nove tonnellate, è stata necessaria una zattera larga 5 metri, lunga 14 a alta 2, composta da più di 3000 fasci di totora, la canna locale. E’ quindi possibile che possa essere stato questo il sistema di trasporto delle pietre, anche se per il galleggiamento di una pietra da 130 tonnellate sarebbe stata necessaria la costruzione di una zattera dalle dimensioni mastodontiche. Punto terzo: le incisioni. Vedi punto primo. Abbiamo esempi in tutto il mondo di lavorazioni elaborate e che sembrano “impossibili” per la visione popolare che abbiamo degli antichi. Ma sappiamo che usavano la corrente elettrica per la lavorazione di alcuni metalli, per esempio, cosa che eleva i nostri antenati su un gradino superiore della scala tecnologica che presumiamo di conoscere. I fori rettilinei e paralleli presenti sulle pietre di Puma punku sono si curiosi, ma non impossibili da realizzare con gli antichi trapani. E probabile che per realizzare i fori paralleli avessero inventato una modifica al trapano, o possedessero capacità di perforazione molto precise, ma niente che possa discostarsi dall’ ingegno umano.
Punto quarto: la tecnica di assemblaggio dei blocchi. Questo è il punto più curioso, che suscita qualche perplessità anche nella mente degli scettici: non sono state trovate evidenze di scrittura tra la cultura di Tiahuanaco, ma una costruzione così elaborata composta da blocchi di pietra che si incastrano attraverso un sistema complesso di pesi ed incisioni nella roccia dovrebbe necessariamente prevedere un progetto scritto. Dove sono finiti allora i progetti della costruzione? Possono essere stati perduti, come moltissimi altri testi nella storia che ebbero la sfortuna di essere trascritti su supporti deperibili, come quelli a base di fibre vegetali o animali.
Non voglio sostenere alcuna tesi con tutto questo. Voglio solo proporre una visione alternativa alla teoria della fattura aliena o del mistero a tutti i costi. Sono convinto che Puma punku rappresenti uno splendido esempio di mistero archeologico, ma sino ad ora, per quanto riguarda le tecnologie impiegate, non c’è nulla che non possa essere spiegato con tecniche umane, per cui non vedo perchè escluderle nelle teorie più fantascientifiche.

 

 

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