Tectite Oro

Il pettorale di Tutankhamon e il “Silica Glass” (di Alfredo e Angelo Castiglioni)

tratto da Redazione Archaeogate, 27-04-2004

IL PETTORALE DI TUTANKHAMON E IL “SILICA GLASS” DI ALFREDO E ANGELO CASTIGLIONI

Il 4 novembre 1922 avvenne, nella Valle dei Re in Egitto, una sorprendente ed eccezionale scoperta che coronava gli sforzi di un egittologo, l’inglese Howard Carter , (Kensington, 1873 -Londra 1939).
Si trattava dell’ingresso murato della tomba di un Faraone della XVIII Dinastia, Tutankhamon (morto diciottenne nel suo nono anno di regno, circa 1318 anni prima di Cristo), l’unica tomba di Tebe (l’attuale Luxor) ritrovata intatta con il suo corredo funerario, ad eccezione di limitati danni apportati dall’incursione di alcuni saccheggiatori che, disturbati, non riuscirono a completare il loro lavoro.

La scoperta fu il risultato di pazienti e perseveranti scavi finanziati , fin dal 1909, dal ricco collezionista inglese Lord Carnavon , il mecenate di Carter, (Highelere Castle,Hants,1866.- Cairo, 1923).
Il ritrovamento del tesoro del “Faraone dimenticato” suscitò un’incredibile interesse in tutta Europa. Teste coronate e semplici viaggiatori si riversarono nella Valle dei Re, dove Carter, per oltre un decennio, continuò nel lavoro di restauro e di classificazione dei reperti che la tomba racchiudeva.
Tra i tremilacinquecento oggetti del tesoro del “Faraone fanciullo” (molti d’oro, ornati di pietre preziose e semipreziose), c’erano alcuni pettorali finemente lavorati, attualmente esposti nel Museo Nazionale del Cairo.

La fama di Tutankhamon giunta fino a noi e ancor oggi largamente diffusa, è legata principalmente alla scoperta della sua tomba anche se non possiamo dimenticare che fu proprio questo faraone che segnò la fine dell’ “eresia amarniana” del dio unico Aton, con il trasferimento della capitale da Akhetaton, (l’attuale Tell el -Amarna, città voluta dal faraone “eretico” Ekhnaton-Amenofi IV, 1348-1331, XVIII Din.) alla città di Menfi. Il “Faraone dimenticato” evidenziò questo importante avvenimento con il cambiamento del nome da Tutankhaton (immagine vivente di Aton) in Tutankhamon (immagine vivente di Ammon).

Alcuni anni fa, un ricercatore di Milano, Giancarlo Negro , visitando il museo del Cairo, avanzò l’ipotesi che lo scarabeo stercorario (Scarabaeus sacer) , simbolo della rinascita solare (che gli Egizi chiamavano Kheper o Kapri) incastonato al centro di un pettorale di Tutankhamon, non fosse di “calcedonio” (come si riteneva), ma fosse stato intagliato in un materiale più raro e prezioso: il “Silica Glass”.

La conferma dell’esattezza dell’ipotesi avvenne qualche anno dopo da parte di una équipe italiana guidata dal prof. Vincenzo de Michele, conservatore di mineralogia e petrografia del Museo di Storia naturale di Milano, che, con analisi gemmologiche non distruttive svolte sotto l’attento sguardo degli archeologi egiziani, stabilì che si trattava di “Silica Glass”, un vetro siliceo, conosciuto anche con la sigla Ldsg (Lybian desert silica glass).

Questo rarissimo e purissimo vetro naturale, composto al 98% di silicio puro, dai colori varianti dal bianco, al verde-giallo, al verde-azzurro, si trova in uno dei deserti più inaccessibili del pianeta: il “Great Sand Sea “, il “gran mare di sabbia” così chiamato dagli esploratori europei dell’800; una zona disabitata, non percorsa da carovane, priva d’acqua per centinaia di chilometri, dove la vegetazione è inesistente. Una zona caratterizzata da “cordoni” di grandi dune (alcune raggiungono e superano i 150 mt d’altezza), aventi un orientamento Nord- nord ovest.- Sud- sud est, in territorio egiziano in prossimità del confine meridionale tra Egitto e Libia. 

Tra i “cordoni” di dune, che si estendono per centinaia di chilometri, si aprono ampi corridoi di sabbia compatta facilmente percorribili ma dove, sovente, si accumulano depositi di sabbia finissima, impalpabile come borotalco (chiamata dagli esploratori inglesi “sabbia liquida”) che attanaglia i pneumatici dei “fuoristrada” e che richiede l’uso di apposite “scalette o piastre” per superarle e la riduzione delle pressione delle gomme a valori molto bassi per permettere al battistrada di allargarsi e “galleggiare” sulla sabbia, come le zampe dei dromedari.

Disseminati in queste “cordoni” si trova il “Silica Glass” , sotto forma di pezzi di varie dimensioni. Piccoli frammenti, molto trasparenti, levigati dall’azione eolica giacciono talvolta accanto a pezzi di media e grandi dimensioni che possono raggiungere e superare il peso di una ventina di chili.

Uno tra i primi a dare notizia dell’esistenza del ” Silica Glass ” fu l’inglese P.A..Clayton. Durante una missione di esplorazione geografica del Gran Mare di Sabbia, scoprì , il 29 dicembre 1932, alcuni pezzi di questo vetro naturale, da lui chiamato “Silica Glass”. 
Organizzò, successivamente, un’altra spedizione alla quale prese parte anche L.J. Spenser curatore della sezione mineralogica del British Museum di Londra. 
Spenser ritenne di elencare questo particolare e raro materiale tra le pietre preziose; alcuni pezzi, portati in Inghilterra, furono tagliati e sono ancor oggi esposti, insieme a esemplari grezzi, nel Geological Museum di Londra. 
A seguito di queste spedizioni alcuni giornali inglesi parlarono del mistero che avvolgeva il “Silica glass” chiedendosi se queste “gemme” del deserto provenissero da un altro pianeta.. All’epoca, infatti, furono in molti a ritenere che “il “silica glass” fosse giunto sulla terra dallo spazio.
Un mistero che rimase tale per molti decenni.
Dopo l’intervallo della seconda guerra mondiale, furono riprese, soprattutto negli ultimi decenni del secolo appena trascorso, le ricerche e le spedizioni nell’area del “Silica glass”. 
Anche se, a tutt’oggi, non sono stati ancora chiariti tutti i “misteri” che lo avvolgono, sappiamo (è la teoria più accreditata) che il “silica glass” si è formato circa 28,5 milioni di anni da oggi (età determinata per mezzo dell’analisi delle tracce di fissione), anche se alcuni studiosi parlano di 30 milioni di anni, e potrebbe essere stato “creato” da un meteorite, da una cometa o da un altro corpo celeste, il cui impatto sulla superficie terrestre avrebbe causato la fusione delle sabbie e dell’arenaria nubiana.
Tuttavia, successive ricerche, non sono riuscite ad individuare il “cratere d’impatto ” per cui il prof. Romano Serra del dipartimento di fisica dell’Università di Bologna, ritiene che il corpo celeste sarebbe entrato nell’atmosfera terrestre ad una velocità elevatissima che ne provocò l’esplosione ad una altezza di 10-12 km. dalla superficie del deserto. 
L’area venne investita da temperature elevatissime che, come sostiene il prof. De Michele, provocarono la fusione del quarzo della sabbia e, forse, lo portarono anche all’ebollizione. Il successivo, lento processo di raffreddamento del materiale ha determinato la trasparenza del silica glass, che si trova sparso in un area di 25 chilometri di diametro.
Tra le spedizioni effettuate nell’area del “Silica glass”, ricordiamo quella svoltasi nei mesi di marzo e aprile del 1996 alla quale parteciparono anche i redattori del presente articolo, Alfredo e Angelo Castiglioni. 
Durante la missione fu effettuata la raccolta e la pesatura del “silica glass” trovato in superficie sparso su zone preventivamente delimitate. L’analisi dei dati raccolti ha permesso di individuare anche l’area di maggior concentrazione del “silica glass” tra 25° 26′ di latitudine nord e il 25° 26′ di longitudine est.
Ci sembra importante riportare alcuni passi, ricavati dal diario della spedizione, in quanto, meglio di altre descrizioni, possono far comprendere il fascino che emana da questa misteriosa e preziosa 
“gemma” del deserto.

“I frammenti di “silica glass” ci appaiono all’improvviso, sparsi disordinatamente sulla sabbia ai piedi delle grandi dune. Il sole, alto nel cielo, fa brillare il “silica glass” che riflette il blu cobalto del cielo. Sono gemme luminose che spezzano il monocromatico giallo-bruno della sabbia, punteggiato dal pietrisco annerito dalla “vernice del deserto”. Al tatto appaiono levigate dalla continua e incessante azione eolica, protrattasi per milioni d’anni: la superficie vellutata, priva di angoli acuti e taglienti, assorbe rapidamente il calore della mano e il “silica glass” sembra “animarsi”, mentre i raggi che attraversano la superficie mettono in evidenza il colore che, dal giallo, sfuma nel verde fino al bianco latteo.

Poco distante, numerose schegge di “silica” sono sparse a raggiera intorno ad un punto centrale dove alcuni pezzi appaiono lavorati. Qui, migliaia di anni fa, un uomo preistorico del Paleolitico Antico e Medio, ha ricavato da questo durissimo e tagliente materiale, lamine, raschiatoi, punte di freccia indispensabili alla caccia e alla vita quotidiana, in un ambiente un tempo ricco d’acqua e di verde che, ora, appare difficile da immaginare.

 

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